di Edoardo Ripari, Enciclopedia dannunziana

(Nasica) — aprile 1901 — Giosue Carducci e Gabriele d’Annunzio al banchetto organizzato presso la redazione del «Resto del Carlino» l’11 aprile 1901. Disegno a matita, 325×460 mm.
«L’odio pe’ versi scomparve come per incanto». Gabriele scopre la poesia carducciana
Sono un abruzzese di Pescara: amo il mio mare con tutte le forze dell’anima; e qui in questa valle, vicino a questo fiume polveroso, soffro un po’ di nostalgia.
A scrivere il 29 febbraio 1880 a Giuseppe Chiarini, «primo amico» di Giosuè Carducci, è un diciassettenne Gabriele d’Annunzio, da sei anni al collegio «Cicognini» di Prato di cui è «stufo quanto mai si può dire». Non uso fino a poco prima a far versi («non avevo fatto un verso a garbo, e non mi ci sentivo proprio nato»), la sua vita è cambiata nel novembre del ’78 quando, di ritorno dalle vacanze autunnali, si è fermato «per tre o quattro giorni a Bologna»:
Avevo sentito parlare di Odi barbare, di realismo, di battaglie per l’arte; e un po’ per curiosità, un po’ perché gli elzeviri con le loro civetterie mi attiravano, comprai diversi volumi dal Zanichelli. Fra questi c’erano le Odi del Carducci con prefazione di G. Chiarini. Il Carducci lo conoscevo poco; mi ricordavo d’averne lette alcune poesie nell’Antologia del Puccianti. Di lei avevo sentito parlare a proposito delle Poesie e delle Operette morali del Leopardi.
In quei giorni divorai ogni cosa con una eccitazione strana e febbrile, e mi sentii un altro. L’odio pe’ versi scomparve come per incanto, e vi subentrò la smania della poesia.
Quelle odi Gabriele le impara a memoria, passando le giornate con la mente «agli alcaici e agli asclepiadei», «dando la caccia agli sdruccioli, leggendo ad alta voce Orazio, scarabocchiando una gran quantità di carta». Prima, a causa delle noiose esercitazioni impostegli dal professore ginnasiale Onorato Bambini, alla poesia è stato avverso; ora, col professore di italiano Giovanni Meniconi (un sacerdote, ma ammiratore del Carducci di cui è stato allievo a Pisa), è un intero gruppo di studenti, tra cui Gabriele, a dilettarsi nel discutere di metrica barbara, con disperazione del «professore di matematiche»: «non mi riusciva più di risolvere un’equazione anche delle più facili» (in Mariotti 2025, pp. L-LI).
La folgorazione delle barbare sarà sempre ricordata da Gabriele nel giustificare gli esordi della sua poesia; così in una lettera a Georges Hérelle del 14 novembre ’92:
dopo la lettura delle Odi barbare di Giosuè Carducci fui invaso da una specie di furore poetico e composi in due o tre mesi un libro di versi (in Cimini 2004, p. 99);
così ancora in una più tarda favilla apparsa nel Compagno dagli occhi senza cigli, in cui si conferma l’origine della «smania» poetica di Gabriele, che con tanti giovani della sua generazione ha condiviso il fascino per la nuova poesia carducciana. Un fascino che ha già spinto l’audace cicognino, martedì 6 maggio 1879, a prendere carta e penna per rivolgersi direttamente a Giosuè:
Illustrissimo Signore,
quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo, e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne molte volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili.
Prendevo il foglio e la penna, ed ascoltando la voce gentile dell’anima tiravo giù le prime righe con una furia e un ardore indicibili; ma nel voltar pagina mi assalivano a un tratto cento curiosi pensieri che mi costringevano a smettere, ed a scuotere la testa come per dire: che gran sciocco son io!… Mi pareva infatti una solenne sciocchezza che un giovinetto di sedici anni come me, oscuro alunno di liceo, scrivesse ad un poeta come lei, già famoso in tutta l’Italia, soltanto per fargli sapere che l’ama, lo riverisce e lo ammira. A dir la verità, mi pareva ancora che quel poeta, dopo aver letta la lettera, la dovesse gettare nel cestino delle carte sudicie con un certo sorrisetto tra il compassionevole e lo sprezzante…
Nel gennaio le mandai un mio biglietto da visita, ed Ella gentilmente mi rimandò il suo; cosicché ora mi son fatto animo e… le scrivo.
È forse soverchio ardire il mio? (in Ledda 2004, p. 45)
Gabriele si è affrettato a precisare di non essere «ragazzo vano e presuntuoso, uno di quei damerini tronfi d’orgoglio ma vuoti come una buccia di limone spremuto». Egli sa di valere di più. Sente di dover seguire le orme del venerabile poeta:
voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova, e che è destinata a vedere trionfi ben diversi da quelli della chiesa e della scuola del Manzoni; anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne […].
E voglio combattere al suo fianco, o Poeta! (in ibid.)
D’ora in poi, l’apprezzamento di Gabriele per Giosuè sarà costante, in lodi pubbliche e private, mentre l’anziano poeta si sente subito distante, se non addirittura «avverso» nei confronti dell’ambizioso collegiale. Né sappiamo se il Maestro, forse sorpreso dalla «freschezza così spavalda» della lettera, abbia «continuato a leggere con crescente curiosità e con l’animo disposto a perdonargli il tempo che gli faceva perdere da prima per il caso eccezionale, poi in considerazione che il singolare» giovinetto ha sùbito preso le distanze dai tanti «versaioli» che sempre hanno seccato il «paziente giudizio» del poeta (Fatini 1963, pp. 247-248). Certo è che il noviziato poetico dannunziano avviene da lì a pochi mesi, quando a dicembre, a spese della famiglia e all’insegna delle barbare, esce Primo vere, libretto già intitolato Odi arcibarbarissime o Crepuscula eoa con pseudonimo Albio Laerzio Floro, poi più semplicemente con nome e titolo a tutti noti (cfr. Mariotti 2025, pp. LIV-LV).
È Giuseppe Chiarini a recensire la piccola fatica del «nuovo poeta», «giovinetto di sedici anni» ma già preso dalla «smania violenta» che è «prova quasi certa d’essere chiamati alla poesia», nel «Fanfulla della Domenica» del successivo 2 maggio 1880, pochi giorni dopo aver ricevuto dall’autore copia del libretto e la lettera sopra ricordata.
Echi, citazioni, forme metriche e stilemi carducciani presenti in Primo vere, accanto a una diffusa retorica oratoria, ne fanno anzitutto un omaggio al grande poeta, tanto che Chiarini non può fare a meno di evidenziarne la natura derivativa e di parlare di «maldestra imitazione»; ma non minori sono le sue lodi e gli incoraggiamenti. Gabriele è del resto consapevole del carattere dei suoi versi, e decenni dopo, nel Saluto al Maestro che avvia alla conclusione di Maia, rileggerà sub specie carducciana il suo esordio di poeta:
Enotrio, in memoria dell’ora
santa che versò d’improvviso
il fuoco pugnace de’ tuoi
spirti su la mia puerizia
imbelle, alle tue prime cune
io peregrinai santamente. (vv. 8023-8028)
Né si può negare che nei primi esperimenti dannunziani all’imitazione si accompagna una cifra tutta personale, che Gabriele accentuerà vieppiù nel tempo: esuberanza stilistica, rigogliosa fioritura di immagini, accesa sensualità. (cfr. Trompeo 1943, pp. 99-114; Ciani 1985, pp. I-X e 2001, p. 376; Mariotti 2025, p. XXVI)
Ma se il Chiarini si è mostrato magnanimo e ha garantito una certa popolarità al poetino, in questi brucia la mancata risposta del poeta, come pure pesa il suo silenzio alla lettera inviatagli, assieme a una copia di Primo vere, il 31 ottobre del 1880. Forse il Maestro si sente imbarazzato dalla sensazione che il giovane sia ancora lontano dalla meta per cui ambisce combattere? O avverte già la lontananza del suo sentimento lirico e morale? O meglio, la mancata risposta cela cautela e il dubbio se incoraggiare con elogi l’impertinente ragazzo o metterne a freno gli intenti con parole severe? Decenni più tardi in verità, nella prefazione alle Poesie carducciane apparse per Zanichelli nel 1902, sarà Chiarini a ricordare, rivolgendosi al prefato:
Tu rammenti quando io una mattina a Firenze, nel caffè del Bottegone, in piazza del Duomo, ti lessi alcune strofe del Primo vere? Ci trovammo d’accordo nel riconoscere che in quel libretto c’erano qua e là accenni di attitudini artistiche e d’ingegno lirico singolari in un giovinetto di sedici anni. (Chiarini 1902, p. X)
Lo stesso Chiarini, però, sconsiglia a Gabriele di pubblicare subito nuovi versi: aspetti di giungere a più profonda maturità; ma il giovane e imprudente si sente sicuro di riuscire grazie ai «fratelli maggiori» come Guido Biagi, ai «padri» come lo stesso Chiarini e ai «Capitani» come Carducci, il quale ultimo dovrebbe aiutarlo «a salire il limitare della gioventù, bello animoso e quasi circonfuso da un nembo d’affetto e d’ammirazione» (in Chiara 1985, p. 255). «Tutt’altro che modesto», evitando di stare «a far delle smorfie» (in ibid.), il cicognino pubblica in marzo, con pseudonimo Floro Burzio, In memoriam: raccolta di versi dedicata alla nonna scomparsa il 26 gennaio dell’anno prima; poi, in autunno, fa stampare la seconda edizione di Primo vere «corretta con penna e fuoco ed aumentata», in un evidente tentativo di allontanarsi dall’imitazione pedissequa del Maestro (significativa è l’espunzione, tra le altre poesie, dei versi A Enotrio Romano). Ormai, se l’influsso carducciano non si perde del tutto, Gabriele tenderà alla rivisitazione del modello, che viene affiancato da più corpose letture europee (cfr. Ciani 1985, pp. I-X e Mariotti 2025, pp. XX-XXI).
Nonostante il disappunto, Chiarini ospita il poetino a Livorno per le vacanze di Natale e lo elogia anche da parte di Giosuè per i suoi Idilli selvaggi (cfr. Fatini, p. 256). Non senza orgoglio Gabriele, il successivo febbraio, ne scriverà all’amico Filippo De Titta:
[…] ti dico che gl’Idillii selvaggi (che sono alle fine del volume in questione) hanno destato entusiasmo. Il Chiarini e il Carducci me le hanno lodate profumatamente; il Nencioni me ne scrisse cieco di ammirazione. (in Di Carlo 2007, p. 107)
Diventa ormai primario, per Gabriele, allontanare l’ingombrante ombra di chi si è scelto per maestro, lasciarne sfocare l’immagine o almeno, per il momento, tenerne solo ciò che basta «per illuminare altrimenti talune trame metrico-verbali» in cui egli «a lungo si compiacque» (Anceschi 1984, p. XVIII). Così a maggio, in una lettera a Guido Biagi, egli accenna con entusiasmo alla scoperta degli istinti e delle passioni come esaltante fonte di genuina ispirazione:
Mi son trovato! Eureka! Con moltissima fatica, ma mi son trovato. C’era quel mago del Carducci che mi schiacciava, e un giorno sarei andato a finire anch’io come tanti giovani di belle speranze! Ho avuto la forza di ribellarmi; e con un lento ma laboriosissimo processo di selections sono venuto fuori io, tutto io». (in Ledda 2004, pp. 67-68)
«… quei piccoli occhi del cignal maremmano». L’incontro col poeta
Grazie alla mediazione di Angelo Sommaruga, editore della «Cronaca bizantina», Gabriele conosce di persona il Maestro il 10 gennaio 1882, a Roma, nei locali della rivista (cfr. Fracassini 1935, p. 180). Quasi tre decenni più tardi, nella favilla D’un maestro avverso, esule ad Arcachon, egli parlerà dell’incontro in pagine che paiono mosse anzitutto dalla volontà di sottolinearne la presunta armonia e spiegare la sua felicità di giovane di fronte all’entusiasmo del grande poeta per il Canto novo, l’ultima raccolta di versi dannunziani in uscita il 5 maggio ma le cui bozze di stampa Carducci sta già leggendo quel giorno:
Come spinsi forte l’uscio, un po’ ansante, e mi guardai intorno, scorsi china a una tavola una gran fronte selvosa che di sùbito si sollevò con un moto risentito; e di sotto n’escirono due punte aguzze, ch’eran gli occhi. […]
Per entro quei piccoli occhi del cignal maremmano, accanato, vidi fluttuare la rimembranza de’ duri e angusti giovani anni non rotti se non dai «sogni lacrimosi». […]
L’acredine del sangue, già avvelenato, colorava le gote, accendeva le orecchie, ch’eran piccole, di fine disegno, nobili come le mani. […]
Figura toscana d’uomo di parte e di crucci, affocata dalla passione civica e dal vin frizzante, aspra e franca. (d’Annunzio 2005, I, pp. 1572-1573)
Dopo alcuni minuti di silenzio, Carducci alza gli occhi ed «esclama giovialmente: Thàlatta! Thàlatta. Era il grido d’una mia ode asclepiadea», ricorda Gabriele, ripetuto col «gesto di scandire il verso, con l’indice levato» (in ivi, p. 1574). Segno di approvazione o dissimulata ironia?
A ogni modo, le cose sono andate diversamente: nelle coeve lettere a Elda Zucconi, Gabriele fa capire che l’incontro con Giosuè fu piuttosto frettoloso (cfr. d’Annunzio 1985), e lo stesso Carducci, in un taccuino, annoterà sbrigativamente: «A desinare col Sommaruga conobbi il D’Annunzio» (Cappello 2005, p. 3432). E se approvazione per Canto novo effettivamente c’è stata, essa resta un episodio «isolato» (ibid.), tanto più che d’Annunzio, con quella fatica, si è mosso sulla strada già intrapresa della «liberazione» dal Maestro, del quale resta l’amore non esclusivo «dei nuovi metri, e occasionalmente e di rado qualche espressione e immagini» (Fatini 1963, p. 261), mentre diventa sistematica la direzione sensuale di versi che scaturiscono con impeto dalle passioni e dalle sensazioni corporee (cfr. Ciani 1985, pp. V-VII).
I rapporti fra Gabriele e Giosuè saranno vieppiù nel segno contrapposto della venerazione nel primo e dell’ambiguità nel secondo. Ad esempio l’anno dopo, il 1883, d’Annunzio è coinvolto nella polemica sulla verecondia nell’arte, inaugurata dal Chiarini nella prefazione alle Liriche di Heine da lui tradotte, in cui l’autore dell’Intermezzo di rime (Sommaruga 1883, ma postdatato all’anno dopo) è severamente tacciato di immoralità. A prendere le difese di Gabriele è il solo Luigi Lodi, mentre col Chiarini sono d’accordo Enrico Nencioni ed Enrico Panzacchi. Carducci resta in disparte, ma in una lettera al Lodi del 21 luglio scrive parole di severo biasimo sulle ottave dannunziane La Venere d’acqua dolce, apparse nella «Cronaca bizantina» del 16 giugno:
Quanto alla porcheria del d’Annunzio, il vero è che è roba porca, quanto ad esecuzione e lavoro d’arte […]. Sono versi bruttissimi, sono volgarissimi, trivialità in lingua povera, in stile barocco infimo. Non potendo altro [i giovani poeti], fanno dello scandalo borghese per le quadranterie poco alfabete di cotesta spregevole aristocrazia romana, avanzo di preti e d’inglesi rifiutati dalla patria. (LEN, XIV, pp. 174-175)
Poco più tardi, in una lettera al Chiarini del 1o settembre, il Maestro apparirà più conciliante, senza nulla concedere, tuttavia, all’inverecondo poetino:
Il Lodi, e così pare a tutti, gira gira intorno alla questione, e addipana sofismi senza sugo. Come si fa a citar l’Ariosto a proposito del d’Annunzio? Tu hai perfettamente ragione, ma, secondo me, pigliandola troppo di petto col d’Annunzio, desti troppo importanza a cotesto mestichiere. Ma capisco: ci sono ragioni superiori che trascinano talvolta. (LEN, XIV, p. 325)
Il divario tra i due sembra dunque allargarsi e alla deferenza del giovane risponde l’impazienza scocciata del poeta anziano.
È il primo a riprendere i contatti nell’autunno dell’84: il principe Maffeo Sciarra, proprietario della «Tribuna», ha chiesto a Gabriele di «metter in ordine la parte letteraria» del giornale e questi scrive al Carducci per pregarlo «caldissimamente» di collaborare «con un Sua cosa», «una Sua qualunque cosa: versi, prosa, come meglio le piacerà». Prima di inviare Il veggente in solitudine di Gabriele Rossetti, però, Giosuè tarda, spingendo il redattore a scrivergli («Prego telegrafarmi — in Tribuna — se inviaste articolo. Saluti») e rispondendo scocciato lo stesso giorno (23 novembre): «Mandai articolo. Non mando saluti. Siete troppo noiosi»(LEN, XV, p. 64). Pubblicato tre giorni dopo, Il veggente in solitudine è così pieno di refusi che Gabriele si sente costretto a scusarsene con l’autore: egli stesso ha corretto le bozze, ma «per quel primo numero novello la confusione di tutti» è stata tale «che le correzioni non furono eseguite»: «la cosa non avverrà più» (in Fatini 1963, p. 271).
È ancora l’attività giornalistica a tenere fra i due un filo sottile di contatto: richiamata in vita la «Cronaca bizantina» da maggio al 7 novembre dell’85, Gabriele scrive a Bologna una lunga lettera — pur conoscendo in anticipo le intenzioni del destinatario — per chiedere ancora a Giosuè «una strofa, un verso, un rigo di prosa, il vostro nome. Sarà sempre un dono preziosissimo, una specie di talismano ravvivatore». Il rifiuto di Carducci, stavolta, è motivato: ormai vecchio, crede che alla nuova «Cronaca» sia compito dei giovani pensare: «Voi siete nel bellissimo fiore della vita. Osate fare da voi» (in Fatini 1963, p. 272).
Sono necessari tre anni, questa volta, perché d’Annunzio torni all’attacco, sempre alla ricerca di un segno benevolo dall’ostile maestro. L’occasione è l’uscita del carducciano Jaufré Rudel. Poesia antica e moderna. Lettura (Bologna, Zanichelli, 1888), che il giovane appassionato di poesia provenzale analizza in un lungo articolo apparso il 9 aprile nella «Tribuna», Giauffré Rudel e Giosuè Carducci (ora in Scritti giornalistici. 1882-1888, p. 1117): magistrale è la sua disamina della prosa carducciana, ma ancora una volta la replica è il silenzio.
All’assenza di contatti corrisponde una moderata persistenza di echi carducciani nella poesia di Gabriele. È il caso delle Elegie romane (1887-1892), il cui immediato retroterra goethiano (evidente la ripresa delle Römische Elegien) non preclude la memoria della barbara Ragioni metriche, anche se alla reale adesione «all’essenza poetica del modello, ai modi classici cioè che lo contraddistinguono», subentra la mediazione «della lezione dei neoclassici e dei parnassiani» (Sanjust 2001, p. XXIII). Né il magistero di Giosuè viene meno nell’Isaotta Guttadauro (1886) e nella sua evoluzione in Isottèo-La Chimera (1890), in cui pure lo ritroviamo frammisto al gusto «décor» parnassiano e preraffaellita, a un simbolismo dalla «sensualità decadente» (Lorenzini 1982, p. 1058). A differenza di decadenti e parnassiani però, Gabriele, in questo davvero aspirante all’eredità del Maestro, mira ad attribuirsi quel ruolo di vate che il cantore della Terza Italia si vede già riconosciuto. E l’ambizione dannunziana è ormai di qualche anno, se possiamo farla risalire all’attività giornalistica dell’Armata d’Italia (1888) e più di recente alle Odi navali del ’93 (ma pre-datate al ’92). Sono gli anni del «Convito» di Adolfo De Bosis, cui collaborano anche Carducci, Pascoli e Scarfoglio ma il cui principale animatore è proprio Gabriele: è lui a chiamare gli intellettuali a un’azione di militanza degli spiriti aristocratici contro quella che Pascoli, nella Prefazione ai Poemi conviviali, ha definito «torbida onda di volgarità», in parte memore delle severe parole del Carducci contro la Roma contemporanea.
Proprio il «Convito» è per d’Annunzio occasione per provare a riannodare i rapporti col Maestro: la sua presentazione entusiasta della Canzone di Legnano in un articolo dell’aprile-giugno del ’96, uscito anonimo ma sulla cui paternità non ci sono dubbi, colpisce il Pascoli tanto da scriverne a Carducci («Ha veduto nel Convito le parole di Gabriele?»; in Fatini 1963, p. 279), il quale in risposta si dice commosso dal «buon d’Annunzio» per aver parlato «tanto benignamente» di lui (LEN, XIX, p. 266). Con Gabriele, però, il silenzio continua.
«Il suo devoto e sempre fedele». Dalla Lectura Dantis al brindisi bolognese
Se il Maestro tace, Gabriele non tralascia pretesti per esaltarlo. Quando ad esempio, nel gennaio del 1900, una malattia impedisce al primo di prender la parola Per la dedicazione dell’antica loggia fiorentina del grano al nuovo culto di Dante, il secondo che lo sostituisce ne mette in luce la «voce ricordatrice di virtù e di grandezza in ore solenni», dedita al «culto delle più ferme idealità latine», allo «sforzo di risollevare su gli altari della Patria le virtù geniali consacrate alla tradizione» (d’Annunzio 2005, II, p. 2212).
Se Giosue Carducci parlasse oggi da questa cattedra […] — prosegue Gabriele — certo designerebbe questo luogo di adunanza non come un arringo di comentatori ingegnosi, ma come un focolare di vita energica aperto nel centro della città. (ivi, p. 2213)
Lette le parole — come riferisce «Il Resto del Carlino» del 15 gennaio — Giosue (senza accento dal 1891) si dimostra «visibilmente commosso dello squisito omaggio riverente del poeta abruzzese e manifesta con segni non dubbi la sua riconoscenza per il gentile ricordo» (cfr. Fatini 1963, p. 282); ma ancora una volta evita di scrivere a Gabriele, né lo fa dopo la sua lettura della Notte di Caprera in cui il Maestro è onorato assieme con Giuseppe Verdi. Quando, finalmente, gli stessi versi sono letti nell’Aula magna dell’Istituto Superiore di Firenze, l’attesissimo telegramma da Bologna arriva: «Salute e gloria pura italiana sul tuo cammino!» (LEN, XXI, p. 9). L’editore Zanichelli vuole accompagnare le brevi parole con con una lettera che conferma il plauso del Maestro per la poesia dell’allievo:
La lesse e si commosse, si alzò e mi disse: «Gli è bella; voglio telegrafare al d’Annunzio; dove si trova?»; io gli ho risposto: «a Firenze». Presi un modulo stampato per scrivere i telegrammi e gli dissi: «Detti, professore, io scrivo (perché ancora egli scrive faticosamente)»; e mi dettò il telegramma ch’Ella avrà ricevuto. (in Fatini, p. 283)
Compiaciuto, Gabriele da Milano risponde direttamente al poeta bolognese:
Caro e grande Maestro
Nessun plauso eguaglia per me il suo semplice saluto.
Ho lavorato ostinatamente per meritarlo.
Grazie dell’indicibile bene. (in ivi, p. 284)
Più tardi invero, nel Maestro avverso, Gabriele limiterà il valore delle parole carducciane per quella che definisce «canzone di struttura scolastica, di sonorità usuale, di numero oratorio», sottolineando così la natura equivoca di una lode che «poteva parere ambigua ai sottili» (d’Annunzio 2005, I, p. 1569).
D’altro canto, nessuna occasione per omaggiare Giosue è lasciata cadere. Come quando, dopo un tè offerto a Gabriele dagli studenti a Genova, gli scriverà il 2 aprile del 1902 per testimoniargli la comunanza di spirito e l’acclamazione del suo nome; o prima di leggere La notte di Caprera a Bologna il 10 seguente, quando lo celebrerà come lottatore per la libertà e la giustizia e cantore dell’epopea garibaldina.
E finalmente Carducci lo cerca, e non lo trova; e Gabriele, che lo viene a sapere il giorno dopo, si affretta a scrivergli dicendosi dispiaciuto del mancato incontro:
Verrò tra le undici e mezzogiorno. E spero ch’Ella potrà ricevermi per qualche minuto; e anche spero ch’Ella potrà venire con noi a una modesta colazione offerta da pochi amici buoni.
Vorrei stamane mandarle tutti i fiori della primavera. Ave.
Il suo devoto e sempre fedele. (in Fatini 1963, p. 286)
Dopo la visita, Carducci accetta l’invito di prender parte al banchetto offerto dalla redazione del «Resto del Carlino». Questo il discorso dannunziano:
Io sono lieto di avere rinnovato, dopo tanti anni, queste belle amicizie bolognesi, intorno a una mensa così genialmente fiorita. Per aver riveduto e riabbracciato stamani il Maestro mio e di tutti, il mio spirito si sente ristorato e pago, come per aver compiuto un pellegrinaggio votivo al tempio della sua fede. E poiché abbiamo propizio anche il Sole, io — levando il mio bicchiere verso questo massimo e inviolabile Araldo dell’Arte e della Gloria — gli esprimo non soltanto il nostro augurio, ma la nostra aspettazione certa d’una di quelle primavere elleniche, stagioni sacre dell’antica e nova anima sua, onde già fiorirono tanti inni immortali. (in ivi, p. 287)
Gabriele, com’è noto, brinda con una mela renetta spaccata in due, affermando: «Dicono che io sia un vizioso; eppure come potete vedere, io non bevo che acqua»; ma Giosue, con un bicchiere di sangiovese in mano, risponde: «E io non bevo che vino!». Così l’altro, pescando di nuovo dalla fruttiera: «Gradisce, Maestro, questo rosso pomo?», dice; rompe il frutto e vedendo che è rosso anche all’interno aggiunge: «Guardi! È il pomo dell’Aurora». Nel parlare poi della Canzone di Legnano, Carducci promette di terminarla e Gabriele di leggerla nei teatri italiani, come sta già facendo con La notte di Caprera, in quanto «uno dei più insigni capilavori della musa di Enotrio» (in ivi, p. 288).
Quanto riportato dal quotidiano lascia intuire una taciuta tensione che la nipote di Carducci, Elisa Baldi Bevilacqua, confermerà anni dopo, descrivendo un Giosue spazientito dall’appellativo francese di Maestro attribuitogli di continuo da un Gabriele restio a chiamarlo professore (in ivi, p. 290). E naturalmente, gli aneddoti sull’evento si sono moltiplicati negli anni, spesso sfociando nella fantasia partigiana o nella goliardia caricaturale. Più moderato e interessante è il ricordo di Adolfo Albertazzi — certo più vicino al Carducci in professore d’uomo ma non avverso a d’Annunzio — che riportando le parole di Fulvio Cantoni, redattore del Carlino, parla della cordialità iniziale del poeta maremmano, divenuto presto, tuttavia, «del suo umore consueto» cioè «non gaio»; e conclude:
Sinceri — non si nega — entrambi. Ma così diversi! E chi conobbe intimamente il Carducci non si meraviglia non rispondesse al brindisi del d’Annunzio, e, come da altri mi fu detto, non gustasse molto il simbolo del pomo dell’Aurora, e stentasse ad animarsi. (Albertazzi 2008, pp. 207-208 passim)
Gabriele, a ogni modo, si dice soddisfatto della giornata e «dal suo eremo» scrive agli «amici bolognesi» dicendosi «onorato» e ringraziandoli di «aver[gli] procurato una delle più pure e nobili gioie di [sua vita]». E allo stesso Carducci telegrafa:
Caro Maestro […]
Non dimenticherò mai l’ora piena che ho passato al Suo fianco.
L’abbraccio anche una volta con la più profonda tenerezza. (in Fatini 1963, p. 289)
«… e si fa leggere con molto piacere». Dalla Francesca da Rimini al Saluto
Il 2 dicembre 1901 «La Tribuna» annuncia un incontro tra i due per una rappresentazione della Francesca da Rimini a Roma. D’Annunzio scrive a Bologna l’11 del mese:
Caro Maestro,
Giornali annunciano ch’Ella verrà alla prima rappresentazione della mia Francesca da Rimini. Mi dice se veramente Ella mi darà questa grandissima gioia? (in Fatini 1963, p. 289)
Carducci non va, come pure è assente alla serata bolognese, ma Gabriele, il 1o aprile 1902, torna a scrivere inviando una copia della tragedia con dedica e citazione dalla Chiesa di Polenta:
A Giosuè Carducci, che alzò
l’Ode sublime
«là dove l’aquila del vecchio
Guido covava».
La risposta di ringraziamento questa volta arriva, il giorno dopo:
Queste faticose note, pur vergate di mio pugno, vengono, o Gabriele d’Annunzio, a ringraziarti del caro dono e del piacere grande che mi ha fatto la tua italiana e nuova Francesca da te pensata e scritta con intelligenza del tempo e dell’arte; (LEN, XXI, p. 68)
parole sincere fuori d’ogni ambiguità, stavolta, come dimostra la lettera che Giosue invia di lì a breve alla contessa Silvia Semitecolo Pasolini:
Emmi venuta a trovare, tutta in rosso e in nero, con grandi fregi, in veste. di eleganza antica, Madonna Francesca: e si fa leggere con molto piacere. (in Fatini, p. 291)
Maestro e allievo tornano a incontrarsi di persona a Bologna, il 30 settembre, nei locali della Libreria Zanichelli: il primo accenna alle sue due versioni in prosa da Orazio che usciranno nella «Nuova antologia»; il secondo di un suo viaggio a Val di Castello, città natale del poeta maremmano (cfr. «Il Resto del Carlino» e «Corriere della Sera», 1-2 ottobre 1902): confermano la trasferta di Gabriele gli appunti nei taccuini vergati allo scopo di scrivere un’ode dedicata a Carducci, progettata per Alcyone, poi confluita in Maia col titolo Saluto al Maestro.
I versi, usciti il 12 maggio 1903 nel «Giornale d’Italia» ma letti prima da Carducci in una copia inviatagli dall’autore, sono forse poco ispirati e l’immagine del dedicatario è quella consueta e austera del cantore di libertà e giustizia, qui colto però, sul finale, in una vera e propria apoteosi:
Ed anche tu, vate solare,
assunto sarai nel concilio
dei numi indìgeti, o Enotrio.
(vv. 8272-8274)
Ma Enotrio sembra non gradire e la sua risposta lascia al lettore qualche perplessità:
La rimembranza di questi luoghi [toscani] con sì strana vitalità evocati nel tuo verso mi ha toccato. Ma poi l’abbondanza del cuor tuo, il fervore dell’ingegno e l’impeto precipite della poesia, ti ha trascinato oltre il limite del vero. Non sono quello io a cui si debbono sì magnifici preconi […] Lasciami contemplare i misteri della vita nella Laudi e non mi percuotere di tali colpi. (LEN, XXI, pp. 115-116)
A Giuseppe Treves, in verità, Gabriele parla di quella carducciana come di «una nobile lettera» e si rammarica per le «condizioni di salute miserevoli» dal Maestro (LT, p. 603); ma senza dubbio accusa il colpo e attende con pazienza «il momento giusto per restituire il mar garbo» (Cappello 2005, p. 3432).
Ora il dialogo continua in absentia, negli echi spesso espliciti della poesia o nelle implicite frizioni e distanze. Così la premessa ideologica delle Laudi («il gran Pan non è morto») recupera il paganeggiante Nicola Pisano di Rime e ritmi («Pan è risorto»), mentre la Sera fiesolana dichiara, rispetto a Carducci, un diverso modo di accostare le fonti e il mito: «quelle dall’esterno, con libertà; questo dall’interno, come esperienza totale, senza diaframmi razionali o culturali» (Gibellini 2024). Il poeta delle barbare dovrebbe essere in un primo momento destinatario del Commiato di Alcyone, ma Gabriele decide poi di dedicarlo a Pascoli, con cui deve confrontarsi «nella poesia modernamente idillica e campestre» nella consapevolezza della «maniera più moderna con cui la classicità» è da questi «reinterpretata» (Gibellini 2018, p. 39). Il lascito del cantore della Terza Italia si misura piuttosto sui motivi eroico-politici di Elettra, con la sua retorica altisonante e oratoria attraverso la quale, nel celebrare il Risorgimento e prefigurare la Grande Guerra, l’allievo vuole imporsi come nuovo vate della patria ed erede ideale del Maestro (cfr. Campardo 2017, pp. LXX-LXXI).
«Non ho cuore di venire a Bologna». Dalla cattedra vacante alle celebrazioni
L’ultimo incontro fra i due è una breve visita di ossequio di Gabriele a Bologna nel maggio del 1905. Ma il Maestro tornerà a parlare dell’autore delle Laudi in una lettera dell’anno dopo (11 aprile 1906) a Silvia Pasolini, in cui, dopo aver rilevato l’assenza di «intima eloquenza di cuore commosso» in Ovidio, aggiunge:
Non vorrei fargli torto, se per lui mi sovvenissi: Marini e l’adorato d’Annunzio? Per quanto adorato? Perché adorato? E come adorato? Problemi a cui sarebbe facile rispondere, se io avessi voglia di rompermi il capo con la poesia moderna. E già! V’è poesia moderna? E ciò che porta quel nome lo merita? Io più invecchio, più penso di no. È forse una malinconia della vecchiaia. Pensateci e rispondetemi. (LEN, XXI, pp. 243-244)
Intanto il professor Carducci è messo a riposo e Gabriele, già il 30 dicembre 1904, ha invitato Pascoli ad accettare la cattedra rimasta vacante: «Nessuno più degno di te mio buon fratello. Io rimango nella mia lotta […]» (in Fatini 1963, p. 97).
Anche d’Annunzio, in verità, è acclamato successore del vate, ma il suo rifiuto è fermo e alla nomina del «fratello maggiore» si affretta a congratularsi con lui:
Conosco ora la designazione della facoltà di Bologna. Sono felice che il mio voto si compia a che alla cattedra gloriosa sia esaltato il più degno. Lascia abbaiare i cani e prosegui sereno l’opera tua inviolabile. (in Maria Pascoli 1961, p. 795)
Giosue Carducci muore il 16 febbraio 1907. Gabriele, dalla Versilia, si affretta a scrivere a Giovanni: «Non ho cuore di venire a Bologna, mio vero fratello; ma dalla terra ove egli nacque, ti prego di baciare per me la fronte veneranda» (in Fatini 1963, p. 301). Per mezzo di due giornalisti della «Nazione», invia un fascio di rami di pino tagliati ai piedi del monte Gabberi; alla vedova del vate Elvira Menicucci scrive infine:
Il più devoto dei discepoli non osa rivolger la parola del conforto alla compagna del Maestro e non patisce il fato comune. Per tale eroe la morte non è la fine, ma un cominciamento. Questo sentono gli spiriti liberi che stanotte nell’intera Italia lo veglieranno presente e operante più che nel pienissimo giorno della sua grande lotta del suo grande lavoro. (in ibid.)
La sua assenza alla solenne cerimonia funebre non passa certo inosservata: tutti danno per scontata la partecipazione di chi tante volte si è proclamato discepolo ed erede dello scomparso. A rammaricarsene è anche un aperto simpatizzante di Gabriele quale Ugo Ojetti:
Nessuno a Bologna, né quel giorno né poi, schernì il poeta superstite per la sua rama di pino, anche se irsuta; ma fino all’ultimo sperammo di vederlo arrivare, generoso e dimentico dei sospetti e dei silenzi, giovane erede del diadema e del trono, e di veder risplendere dietro il feretro la sua grazia e gentilezza regale. Era il solo desiderio d’uno spettacolo storico? Credo invece, tanto davanti al morto s’era tutti umili e attoniti, da Ferdinando Martini a Cesare Pascarella, che fosse soltanto la pena per la distanza tra lui e noi. Se proprio non volevamo abbandonarlo ai professori dell’Annuario superbi di continuare a chiamarlo, anche morto, collega, chi poteva fuori di Gabriele e della sua gloria colmare quella distanza? (Ojetti 1928, p. 256)
Pochi giorni dopo, Gabriele scrive la Canzone per la tomba di Giosue Carducci e in marzo, al Teatro Lirico di Milano, pronuncia l’Orazione in morte (poi entrambe nel «Corriere» del 21 febbraio e 24 marzo; ora nell’Allegoria dell’autunno):
Ogni buon meneghino — scriverà il 27 a Giuseppina Mancini — voleva masticare almeno una molècola di me; e non m’è rimasto se non qualche osso indolenzito.
Lo spettacolo del teatro era veramente mirabile. Non avevo mai veduto un così profondo mare umano. (in Andreoli 2005, II, p. 3773)
Il «Corriere» ha destinato al discorso l’intera prima pagina e le prime due colonne della seconda: «Il momento in cui sono apparso in teatro — scrive ancora a Giusini —, e il momento in cui ho veduto le officine del Corriere fragorose partorire i trecentomila esemplari del discorso spargersi per l’Italia», gli hanno dato grande esaltazione (in ibid.).
Il disegno originario di presentare Carducci attraverso i luoghi della sua regione (testimoniato dai taccuini) resta alla fine sullo sfondo e le note paesaggistiche, come i ricordi storico-artistici, nulla aggiungono a quanto già presente nel Saluto di Maia; emerge invece la candidatura di Gabriele al ruolo di praeceptor Italiae come successore diverso dal Maestro, sebbene compaia il motivo dell’identificazione tra questi e l’«erede» nel segno del poeta come eroe, sulla scia del Carlyle. Carducci resta e resterà del resto il punto di riferimento per una rivisitazione dei miti della Terza Italia: Dante, Verdi, Victor Hugo, Garibaldi … La preferenza di d’Annunzio va, però, al prosatore e al polemista dei Giambi ed epodi oltre che al poeta della Canzone di Legnano. Ma nell’orazione, «le iterate citazioni carducciane, introdotte dalla formula liturgico-sacrale del verbum dicendi» (secondo il modulo di Elettra, con l’ode per la morte di Nietzsche e quella A Vittore Hugo) finiscono per «relegare il grande scomparso all’esperienza conclusa e strutturalmente imperfetta di un precursore» (ivi, p. 3774). In effetti lo storicismo carducciano si rivela «incapace di mediare il passato in un presente che vede profondamente alterato il rapporto tra memoria e speranza» (ibid.). Al Carducci infine, sebbene autore dell’inno A Satana, resterebbe precluso l’orizzonte della tecnica caratteristica della modernità, tanto che l’Orazione, coi suoi continui richiami al passato, «prefigura più di un motivo destinato a trovare sviluppo nella riflessione dannunziana» nel nome di una continuità solo apparente, dell’ansia di legittimità del nuovo e di auto-affermazione, fino alla visione faustiana «nel principio era l’Azione», che si ritroverà nell’articolo del 1915 dedicato all’Eroe magico Guglielmo Marconi (ivi, pp. 3375-3376).
A Milano, tra il pubblico, è presente Filippo Tommaso Marinetti, abile a cogliere in d’Annunzio un «arriviste acharné» votato al culto di «Notre-Dame le Réclame» ma in grado di ammirarne la strategia oratoria:
Les Milanais qui ont l’esprit très positif, murmuraient ironiquement que ses éloges étaient au fond un hors-d’oeuvre dans une commémoration de Carducci. Et d’Annunzio, qui le savait bien, déployait une finesse diabolique pour démontrer que le grand poète des Odes Barbares n’avaient vraiment chanté dans ses poèmes que le grandeur de la capitale industrielle de l’Italie, du moment qu’il avait parlé de Milan dans la Canzone di Legnano. (in ivi, p. 3776)
Si comprende allora perché Fatini (1963, pp. 304-305) consideri la vera celebrazione carducciana non l’Orazione ma la Canzone pubblicata in coda: è qui che il «triste trapasso» decreta la nascita del «culto di un altro eroe», aggiunto, per un’«assunzione misteriosa» alla «religione della patria» (ivi, p. 305). La «fiaccola» che il poeta della Terza Italia «commette» all’erede offre del resto, del Carducci, un’immagine non veritiera, ma del tutto funzionale a chi si appropria unilateralmente del suo lascito per promuoversi vate di un’Italia imperialisticamente dominatrice del Mediterraneo. Di questa camaleontica e indebita appropriazione si accorgono in tanti: pensiamo anzitutto al Thovez del Pastore, il gregge e la zampogna, che scorge nell’elogio dell’austerità carducciana proposto da Gabriele ls spia che «la commedia letteraria italiana» ha toccato «i più alti fastigi della comicità» (Thovez 1909, p. 121); ma pensiamo anche a Luigi Pirandello, che lascerà questa tacita protesta:
Morto Giosue Carducci […] il popolo italiano si trovò davanti due candidati al posto di maggior poeta vivente: Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli.
I due candidati si erano già tra loro riconosciuti e considerati. […] ebbero la cattiva ispirazione di darsi la voce (oh, velata di pianto) […] Poi l’uno, senza aspettar l’altro, ghermì dal letto del morto una torcia funeraria e saltò sulla vetta solo.
La chiamò fiaccola lui, quella torcia da morto, e si mise ad agitarla lassù, come tutti sanno, proclamandosi da sé unico erede; e nessuno a nome del testamento del poeta rispose no. Ma si trattava, in fine dei conti, della gloria. Io non intendo negare a Gabriele d’Annunzio il titolo e il vanto di maggior poeta italiano vivente, tanto più che egli, a mio modo di vedere, risponde in tutto e per tutto al tipo letterario italiano quale la tradizione così detta classica, la retorica, per consolazione nostra lo foggiava. (in Andreoli 1996, pp. 85-86)
«Molto gli sarà perdonato». Gabriele e l’ultima parola del Maestro
Gabriele insomma, ancor cicognino, ha indossato «la veste di discepolo» e l’ha poi ostentata in ogni occasione nei decenni futuri; una veste rimasta però tutta esteriore, senza che mai ci sia vera adesione «al mondo morale e spirituale del Carducci, perché non [è] il suo mondo» (Fatini 1963, p. 312).
Eppure il fantasma del maestro lo accompagnerà sempre, filigranando le sue parole, la sua oratoria, le sue scelte poetiche anche laddove di lui non sembra esservi traccia. Basti a solo esempio il titolo delle Faville del maglio: d’Annunzio, che alludendo alla sua situazione finanziaria vorrebbe in un primo momento chiamarle Ceneri del rogo, non rimanda consapevolmente alle carducciane Ceneri e faville?
Ed è proprio con la ricordata favilla apparsa nel «Corriere» del 30 luglio 1911 (ma falsamente datata 17 febbraio 1907) che Gabriele cercherà di chiudere i conti col Maestro avverso. Ormai ad Arcachon, fuori d’Italia, egli può finalmente confessare tutto il limite attribuito a quel poeta che non ha mai voluto, o potuto comprendere il genio del nuovo Vate: «Se io sapeva comprender lui, egli non poteva comprender me» (d’Annunzio 2005, I, p. 1569). Ed ecco tornare, in un omaggio «insieme freddo e studiato» (Fatini 1963, p. 303), il ricordo dell’incontro dell’82, descritto con un realismo che tratteggia ai limiti della caricatura il contrasto fra il goffo maestro e l’armonico giovane:
Il fato gli fu ingiusto e negli anni verdi e nel colmo della vita e della vecchiaia. Pose una grande anima di guerriero su due gambe titubanti; gonfiò d’un gran soffio bellicoso un collo che per solito era strozzato da una scarsa cravatta notarile. […]
E tanta era allora la gentilezza della mira natura ch’io ebbi quasi un moto di pudore per celare o velare […] la corporale armonia che irradiava di felicità tutto il mio essere. (d’Annunzio 2005, I, p. 1573).
Ed ecco ancora l’irriducibilità psicologica tra «commiserazione filiale» e «fittizio dispregio»:
Io ebbi talora una commiserazione filiale della sua grande anima scontenta, e profondamente soffrii di non potergli dare una qualche gioia. Ma credo ch’egli non avesse verso me se non inquietudine, sospetto, disdegno mai dissimulato, forse fittizio dispregio. (ivi, p. 1569)
Insomma, più che celebrare il poeta maremmano, il poeta abruzzese finisce, come in fondo ha sempre fatto, col celebrare se stesso.
L’impermeabilità sostanziale tra due diversi vati di due Italie diverse tornerà a manifestarsi di lì a breve quando, alla morte di Giovanni Pascoli, Gabriele si vedrà di nuovo offerta la cattedra dell’antico maestro; e forse non senza soddisfazione l’esule risponderà con un ulteriore rifiuto: «L’onore è grande, ma il mio amore per la libertà è ancora più grande»; e di fronte alle insistenze degli studenti, che promuovono addirittura delle campagne, un’ancor più ferma risposta arriverà il 13 aprile da Arcachon tramite il «Corriere»:
Perché mi giungono fin qui i segni di un’agitazione che mi è incresciosa e che mi sembra assurda, son costretto a dichiarare di nuovo pubblicamente essere io deliberato di rimanere per sempre nella solitudine che sola mi piace. (in Fatini, p. 312)
Più tardi Gabriele riconoscerà che accogliere l’invito significava rendere «assai cattivo servizio e all’eccellente gioventù studiosa dell’Università di Bologna ed a quella insigne Facoltà di Lettere»:
io sono bensì amantissimo dello studio, ma per insegnare efficacemente non basta l’amore allo studio, si richieggono altre qualità di che non mi giudico a sufficienza fornito: agli studenti e agli studiosi io posso essere compagno, non maestro. («Il Popolo», 29-30 aprile 1938; in Fatini 1963, p. 313);
e ancora agli studenti: «Vi ringrazio […], ma io amo assai più le aperte spiagge che le chiuse scuole dalle quali vi auguro di liberarvi» («Il Resto del Carlino», 30 aprile 1938, in ibid.).
Parole degne queste, per la loro consapevolezza, di un Gabriele per una volta trasparente. Ma a chiudere la rassegna del difficile rapporto, specchio di un’Italia che dalla stagione eroica si avvia, attraverso l’età della disillusione, a quella dell’inutile massacro della Grande Guerra, valgono su tutte le parole postume di Giosue. A riferirle, dalle pagine del «Corriere della Sera» del 25 dicembre 1940, è Francesco Pastonchi, che ricorda una discussione alla libreria Zanichelli in cui a Carducci è richiesto un parere sulla prosa dannunziana:
Gran signore il d’Annunzio nello scrivere. Maestro in collocare parole … Ne riscatta preziosità … Amare così la nostra lingua è amare la patria. Molto gli sarà perdonato per questo. (in Fatini 1963, p. 292)
Bibliografia principale
Lettere
La lettera di d’Annunzio a Carducci è conservata nella Raccolta Bertelli dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, collocazione: 535.88; una copia fotostatica è al Vittoriale. Quella a Chiarini del 29 febbraio 1880 è invece alla Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele II» di Roma, ARC. 21.1/13. Cito entrambe da Claudio Mariotti, Introduzione a Gabriele d’Annunzio, Primo vere, edizione critica e commentata a cura di Claudio Mariotti, Gardone Riviera, Il Vittoriale degli Italiani, 2025.
La lettera a Filippo De Titta del febbraio 1881 si legge in G.D’Annunzio-F. De Titta, Carteggio (1880-1922) e altri documenti dannunziani, a cura di E. Di Carlo, Lanciano, Carabba, 2007.
Lettere di d’Annunzio ai Treves (LT) sono citate da Gabriele d’Annunzio, Lettere ai Treves, a cura di Gianni Oliva, Milano, Garzanti, 1999.
Le lettere di Carducci sono citate dall’Edizione Nazionale delle Lettere (LEN), 22 voll., Bologna, Zanichelli, 1938-1968.
Opere di Giosue Carducci
Delle poesie carducciane, oltre ai singoli volumi apparsi con testo critico per la nuova Edizione Nazionale delle Opere (per cui si veda il sito https://www.casacarducci.it/edizione-nazionale), ci limitiamo a ricordare l’unica edizione integrale e commentata: Giosuè Carducci, Tutte le poesie, a cura di Pietro Gibellini e Marini Salvini, Roma, Newton&Compton, 1998 e successive riedizioni.
Opere di Gabriele d’Annunzio
Gabriele d’Annunzio, Primo vere, edizione critica e commentata a cura di Claudio Mariotti, Gardone Riviera, Il Vittoriale degli Italiani, 2025.
Gabriele d’Annunzio, Lettere a Giselda Zucconi, a cura di Ivanos Ciani, Pescara, Centro Nazionale di Studi dannunziani, 1985.
Gabriele d’Annunzio, Il fiore delle lettere. Epistolario, a cura di Elena Ledda, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004.
Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici (1882-1888), a cura di Annamaria Andreoli, Milano, Mondadori «I meridiani», 1996.
Gabriele d’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, 2 voll., presentazione di Luciano Anceschi, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini, Milano, Mondadori «I meridiani», 1982 (vol. I) e 1984 (vol. II).
Gabriele d’Annunzio, Le faville del maglio, in Id., Prose di ricerca, 2 voll. a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti, vol. I, pp. 1568- 1575.
Gabriele d’Annunzio, Per la dedicazione dell’antica loggia fiorentina del grano al novo culto di Dante, in Id., Allegoria dell’autunno, in ivi, vol. II, pp. 2212-2223.
Gabriele d’Annunzio, Orazione al popolo di Milano in morte di Giosue Carducci (XXIV marzo MCMCVII), in ivi, pp. 2279-2302.
Gabriele d’Annunzio, Canzone per la tomba di Giosue Carducci (XVIII febbraio MCMVII), in ivi, pp. 2303-2306.
Bibliografia secondaria
Adolfo Albertazzi, Il Carducci in professione d’uomo. Ricordi e aneddoti (1921), a cura di Stefano Scioli, Lanciano, Carabba, 2008.
Luciano Anceschi, Introduzione a Gabriele d’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, vol. 1, cit.
Annamaria Andreoli, D’Annunzio archivista. Le filologie di un scrittore, Firenze, Olschki, 1996.
Annamaria Andreoli, Note a Gabriele d’Annunzio, Allegoria dell’autunno, cit., pp. 3753-3787.
Sara Campardo, Introduzione a Gabriele d’Annunzio, Elettra, edizione critica a cura di Sara Campardo, Gardone Riviera, Il Vittoriale degli Italiani, 2017.
Angelo Piero Cappello, Note a Gabriele d’Annunzio, Le faville del maglio, in Id., Prose di ricerca, cit., II, pp. 3297-3456.
Giuseppe Chiarini, Prefazione a Giosue Carducci, Poesie, Bologna, Zanichelli, 1902.
Ivanos Ciani, D’Annunzio e Carducci (o di una lunga infedelissima fedeltà), «Rassegna dannunziana», suppl. «Oggi e Domani», XIV, 8-9, Agosto-Settembre 1985, pp. I-X.
Id., Esercizi dannunziani, a cura di Giuseppe Papponetti e Milva Maria Cappellini, Pescara, Ediars, 2001.
Giuseppe Fatini, D’Annunzio e il «maestro avverso», in Id., Il d’Annunzio e il Pascoli e altri amici, Pisa, Nistri-Lischi, 1963, pp. 247-313.
Pietro Chiara, Prato nella vita e nell’arte di Gabriele d’Annunzio, Prato, Edizioni del Palazzo, 1985.
Tomaso Fracassini, Gabriele D’Annunzio convittore, terza edizione totalmente rinnovata, Roma, Casa del Libro, 1935.
Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli. Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, Milano, Mondadori, 1961.
Pietro Gibellini, Introduzione a Gabriele d’Annunzio, Alcyone, a cura di Pietro Gibellini, con commento di Giulia Belletti, Sara Campardo, Enrica Gambin, e scheda metrica di Gianfranca Lavezzi, Gardone Riviera, Il Vittoriale degli Italiani-co-ed. Venezia, Marsilio, 2018.
Id., Classici greci e latini, «Enciclopedia dannunziana», vol. I, 2024 (https://enciclopediadannunziana.vittoriale.it/enciclopedia/i-classici-greci-e-latini/).
Niva Lorenzini, Note a Gabriele d’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, vol. I, cit.
Claudio Mariotti, Introduzione a Gabriele d’Annunzio, Primo vere, cit.
Ugo Ojetti, Il funerale del Carducci, in Id., Cose viste, vol. IV, Milano, Treves, 1928
Maria Giovanna Sanjust, Introduzione a Gabriele D’Annunzio, Elegie romane, ed. critica a cura di Maria Giovanna Sanjust, Milano, Mondadori, 2001.
Enrico Thovez, Il pastore, il gregge e la zampogna: dall’Inno a Satana alle Laudi (1909), terza edizione, Napoli, Ricciardi, 1920.
Pietro Paolo Trompeo, D’Annunzio barbaro, in Id., Carducci e d’Annunzio. Saggi e postille, Roma, Tumminelli, 1943, pp. 99-114.