di Elena Aceto, Enciclopedia Dannunziana

Matilde Serao (Patrasso, 1856 – Napoli, 1927) e Gabriele d’Annunzio si conoscono nel dicembre del 1881 nella redazione del «Capitan Fracassa» di Roma. Serao, già nota come brillante giornalista e autrice del romanzo di successo Cuore infermo (1881), era appena stata assunta presso il suddetto foglio con la qualifica di redattrice fissa; d’Annunzio si accingeva allora, appena diplomato ma già conosciuto per i suoi primi versi e per le novelle pescaresi, alla «miserabile fatica quotidiana» del giornalista, fiducioso, tuttavia, nel titillante ristoro che gli avrebbe offerto la vita mondana della capitale. Il comune debutto nel mondo giornalistico della Roma umbertina accosta i due mentre fanno la conoscenza di altri giornalisti e scrittori, tra cui Edoardo Scarfoglio, Giulio Salvadori, Angelo Conti, Enrico Nencioni, Olga Ossani, Vincenzo Morello, Cesare Pascarella, Ugo Fleres (solo per citarne alcuni), con cui stringeranno rapporti di varia natura destinati a durare nel tempo.
Tra Matilde e Gabriele, ad ogni modo, doveva essere presto nata un’amicizia; la giovane scrittrice sarà infatti invitata, il 28 luglio 1883, al matrimonio riparatore tra il «fanciullo sublime» (E. Scarfoglio, 1885, p. 197), già abile seduttore, e la contessa Maria Hordouin di Gallese, che con lui si era macchiata del celebre «peccato di maggio».
La compartecipazione di questi personaggi alle imprese giornalistiche evolverà in un vero e proprio «consorzio abruzzese-napoletano» (C. M. Fiorentino, 2019, p. 20) che farà molto parlare di sé e che non mancherà di ritrovarsi a Francavilla al Mare durante l’estate del 1884, presso il bizzarro studio sulla spiaggia progettato dal pittore Francesco Paolo Michetti, nel quale si riuniva il già famoso Cenacolo. Matilde Serao, qualche giorno dopo il suo arrivo nel borgo marinaro abruzzese, scrive all’amico Gégé Primoli:
Sono qui, dinnanzi al grande e triste mare Adriatico, in una casa di contadini, tutta pittata a bianco, con pochissimi mobili e immersa nel verde di una dolcissima collina. Qui è una pace profonda, un grande silenzio che solo la voce del mare interrompe. A trenta passi da qui, una bizzarra casa, tutta segreti e finestroni bislunghe porte rotonde, fra un’aquila, tre cani, cinque serpenti, Ciccillo Michetti dipinge e Costantino Barbella fa le statue. A un’ora di distanza, vi sono Donna Maria e Gabriele D’Annunzio: la poesia. Verrà Ciccillo Tosti, in settembre e la colonia artistica che lavora, contempla il mare, s’immerge nella freschezza delle notti meridionali sarà completa. (M. Spaziani, 1962, p. 130)
Giunta nella località marittima per redigere in pace il romanzo La conquista di Roma, ne tornerà con la vita stravolta: forse dimentica della stroncatura che il pungente Scarfoglio, nelle vesti di critico, aveva riservato poco tempo prima al suo Fantasia, la scrittrice si lascia travolgere dalla passione per il Don Chisciotte paganichese, anch’egli ospite di Michetti, e inizia a soffrire di disturbi gastrici che, al ritorno nella capitale, scoprirà imputabili ad una gravidanza.
Seppur incinta e sentimentalmente legata allo Scarfoglio, Matilde non rallenta i suoi ritmi di lavoro (indignata dalle proposte di De Pretis per risanare Napoli, scriverà una serie di inchieste che confluiranno in seguito ne Il ventre di Napoli) e non smette di venire in soccorso ai suoi sodali. Sarà lei ad intercedere presso Emilio Treves per il giovane d’Annunzio che, il 18 febbraio del 1885, proporrà all’editore il manoscritto dei Pantaleónidi, contenente alcune novelle appena composte:
Egregio signore,
credo che, alcuni giorni fa, Matilde Serao Le abbia parlato di un mio nuovo libro già pronto per la stampa.
Il libro è di prosa e consta di circa 350 pagine:
Vuole ella esserne l’editore? (G. d’Annunzio, 1999, p. 55)
Dieci giorni dopo, il poeta non mancherà di restituirle il favore, stilando, in occasione del matrimonio dei due amici, l’altisonante cronaca Nuptialia, apparsa su «La Tribuna» del 3 marzo: un vero e proprio documento di costume questo, che apre ai lettori le porte del nido d’amore dei novelli sposi in via Nazionale, pesantemente arredato dai tappezzieri Noci secondo i barocchi «gusti dannunziani» (A. Banti, 1979, p. 106).
In quell’anno e nel seguente, mentre la giovane sposa darà alle stampe la fatica francavillese ma anche Il romanzo della fanciulla (1886), il pescarese alternerà gli obbligati panni del cronista mondano con quelli decisamente più graditi del poeta elegante, pubblicando la raccolta di liriche Isaotta Guttadauro, densa di stilemi preraffaelliti. L’insolente Scarfoglio non si lascerà scappare la golosa occasione di parodiare il corregionale, e sul «Giornale di Roma illustrato», sotto le mentite spoglie di un certo Raphael Panunzio, si dichiarerà autore di una raccolta poetica dal titolo Risaotto al pomidauro.
Il brutto tiro giocato da Scarfoglio darà il via ad una querelle tra i due sodali su varie testate giornalistiche. Ma non finirà qui, giacché i due passeranno dalla penna alla spada in occasione del celebre duello del 23 novembre nei pressi di Porta Pia. Nel frattempo Serao trasferirà con velata ostilità alcuni tratti poco lusinghieri del d’Annunzio “amatore” sul protagonista di Vita e avventure di Riccardo Joanna (1887), non risparmiando tuttavia, per la creazione del giornalista protagonista, neanche la personalità sui generis del marito, di cui agguanta la vena oltremodo polemica.
Nel 1888 Matilde tornerà a Napoli, entusiasta di trasferirvi, in qualità di codirettrice con il marito, il «Corriere di Roma» grazie alle sovvenzioni del banchiere ebreo Matteo Schilizzi.
Il neonato «Corriere di Napoli» accoglierà tre anni dopo L’innocente, ultima fatica del d’Annunzio rifiutata in blocco dal Treves per la scabrosità dei temi e le riprese non sufficientemente mimetizzate dai romanzieri russi. Mentre il romanzo esce a puntate tra il dicembre del 1891 e il febbraio dell’anno successivo, lo scrittore non manca di rendere grazie per l’ospitalità dell’amica: a lei sarà dedicata la prefazione al Giovanni Episcopo, pubblicato proprio a Napoli per i tipi di Pierro. Non è solo gratitudine, ma anche stima professionale per la «cara amica» (G. d’Annunzio, 1995, p. V) che aveva perfetta cognizione del panorama letterario internazionale sul quale d’Annunzio si sta sintonizzando, come dimostrerà pubblicando brani in traduzione dalle opere di Balzac, Maupassant e Dostoevskij su «Il Mattino», nuovo foglio napoletano fondato insieme al marito nel marzo del 1892. Difatti la giornalista mette la propria «operosità […] virile» (Ivi, p. XIII) al servizio del giornale, per il quale intende propiziare una direzione innovativa in fatto di letteratura. Proprio per questo motivo riporterà entusiasta, il 5 novembre del 1892, la notizia del successo riscosso da L’intrus, traduzione de L’innocente a firma di Georges Hérelle, in Francia e ad anno nuovo accoglierà il racconto Lo straniero, estrapolato dal materiale preparatorio del Trionfo della morte (1894).
Nel contempo i rapporti di Gabriele con lo spavaldo coniuge di Matilde riprendono nel segno dell’antico sodalizio, culminando nel famoso viaggio in Grecia del 1895 a bordo dello yatch Fantasia (così ribattezzato in onore di Matilde), mentre il matrimonio dei due amici attraversa una fase di stallo sentimentale, esacerbata dal tragico epilogo della relazione extraconiugale di Scarfoglio con Gabrielle Bessard.
Non è possibile ricostruire con precisione lo stato della relazione tra Serao e d’Annunzio in quest’anno come nel successivo, ma risulta evocativa una missiva del Poeta ad Hérelle, in cui ammette, non senza una punta di disprezzo, di non aver mai letto le opere della «cara amica».
Serao sembra rendergli pan per focaccia in una lettera all’amico Primoli, dove, discutendo della questione dei plagi e della relativa autodifesa dannunziana, giudica causticamente il collega «uomo di grande talento, ma di second’ordine» (A. Banti, 1979, p. 212). Nell’estate del 1897 sarà difatti Scarfoglio, sotto l’abituale pseudonimo di ‘Tartarin’, a rendere notizia su «Il Mattino» della candidatura del sodale al Parlamento: mentre sul foglio approfondisce le encomiabili ragioni per cui l’amico intenda lanciarsi nelle gabbie della «bestia elettiva», svela con disinvoltura ad Hérelle che il proposito di quest’ultimo sia uno solo, decisamente meno nobile, quello di «avoir un permis de circulation gratuite sur les chemins de fer» (R. Giglio, 1977, p. 38). In compenso, nel 1898 Serao si lamenterà, sempre con Hérelle, dell’assenteismo di d’Annunzio durante la crisi del V governo Rudinì e il sequestro di diversi giornali, tra i quali, inspiegabilmente, anche il conservatore «Il Mattino»: «il ne met pas les pieds à la chambre, même dans les circonstances les plus graves; je l’ai supplié vainement d’y venir le jouir où a été renversé le ministère Rudinì: c’était toujours un vote hostile de plus; mais il m’a répondu qu’il avait à faire» (Ivi, p. 41). Nello stesso anno Hérelle affida al suo Confidenziale ulteriori particolari scottanti circa la situazione finanziaria del Poeta, riferitigli sempre dalla scrittrice: «à cause de la facilité avec laquelle il dissipe ce qu’il gagne, il est réellement sans ressources actuelles» (Ivi, p. 47).
La plausibile frattura tra Serao e d’Annunzio sembra comunque essersi già ampiamente risanata nell’ultimo scorcio del 1898. Mentre si predispone la capitale ad accogliere la Conferenza Internazionale anti-anarchica, la scrittrice dà orgogliosa alle stampe il romanzetto Storia di una monaca (1898), che la avvia a quei temi claustrali di sapore verghiano che sfoceranno in Suor Giovanna della Croce (1901). D’Annunzio, dal canto suo, attraversa felicemente la sua fertile stagione teatrale in sintonia con la sua musa tragica Eleonora Duse, e si reca, in compagnia di Scarfoglio, a Parigi per la premiére francese della tragedia La città morta.
Una ricostruzione meglio documentata del rapporto tra i due, a partire dal 1898, è da qualche anno agevolata dalla pubblicazione curata da Alessandra Trevisan di materiali d’archivio conservati presso Il Vittoriale degli Italiani (si tratta di un fascicolo contenente tre lettere, sei telegrammi e una cartolina indirizzati da Serao a d’Annunzio).
Del 18 dicembre di quest’anno è una lettera della scrittrice al nostro, che restituisce i contorni di un rapporto saldo e rodato, capace di resistere tra alti e bassi.
Napoli, lì 18 dicembre 1898
Carissimo Gabriele,
mi sono immediatamente occupata del vostro passaggio sul Margherita per Alessandria d’Egitto: oggi è domenica quindi non ho potuto avere nessuna risposta ma da domani, lunedì o dopodomani, io posso telegrafarvi il tutto a Settignano: avrete poi il tempo di arrivare comodamente a Napoli per sabato. Il vecchio Treves caverà fuori le sue monete che, certo, egli fonde come gli antichi ebrei suoi antenati? Voi siete degnamente il suo enfant cherì: e non dubito dell’esito.
Quanta gioia procurerà alla nostra amica il vostro arrivo, colà! Mio carissimo Gabriele, ella non solo vi ama quanto è possibile amarci, in tutte le forme della tenerezza e della passione muliebre, ma la ritengo la sola donna capace di amarvi bene, come si deve amare voi: la sola donna capace di comprendere, rispettare, adorare il vostro genio e il vostro amore. Le sue belle mani non possono che comporre il vostro bene e non vi domandano, in cambio, che quella dolcezza consolatrice di cui ella ha bisogno!
La Gioconda è un’opera di vita. La celeste figura di Silvia vinta strappa le lacrime: ma anche Lucio e Gioconda hanno ragione. L’hanno: tutti hanno ragione, nella vostra tragedia perché la esistenza è così, perché il poeta deve sentire tutte le voci umane. Testualmente parlando – il tutto è una schifosa cosa, ma dobbiamo considerarlo – ritengo il secondo e terzo atto magnifici. Forse è più bello, poeticamente parlando, il quarto: a me, solingamente, piace più di tutti. L’amica nostra renderà questo quarto atto in maniera divina. Beata astuzia vostra, con cui avete scritto questa cara Gioconda!
Edoardo è a caccia nel San Gaal, cioè nella foresta di Monticchio: tornerà martedì.
Vogliatemi bene
Matilde
(A. Trevisan, 2019, p. 17)
La missiva coglie il Poeta presso la Capponcina, in procinto di raggiungere, il 24 settembre, Eleonora Duse ad Alessandria d’Egitto. Serao si occupa di organizzare il viaggio ed invita l’amico a chiedere del denaro al loro comune editore, Treves. Inoltre, tessendo un appassionato elogio della tragedia dannunziana La Gioconda (1898), la scrittrice testimonia di essere tra i fortunati lettori in anteprima delle opere dannunziane. Nella lettera si legge anche un velato riferimento allo stato della relazione di d’Annunzio con la Divina, che, ancor prima di incontrare il poeta, aveva conosciuto Matilde Serao a Napoli e stretto con lei una sincera amicizia.I destini delle due si erano intrecciati nel 1879, anno in cui la Duse stava cavalcando l’onda del primo, decisivo successo grazie all’interpretazione del personaggio di Teresa Raquin nella trasposizione teatrale dell’opera zoliana, portata in scena il 26 luglio di quell’anno. Prima attrice giovane della compagnia stabile del teatro dei Fiorentini di Napoli, al fianco di Giacinta Pezzana, iniziava allora ad essere notata da diversi giornali partenopei, tra i quali il «Corriere del Mattino», il quotidiano più importante della città, che, per scelta del direttore Martin Cafiero, aveva felicemente coniugato l’ottimo servizio d’informazione con una notevole attenzione al settore letterario-culturale. Il carattere “ibrido” del giornale conferisce così rilievo all’appendice teatrale, posta sotto l’egida di Federico Verdinois, e alle cronache sulla vita teatrale napoletana, che vengono redatte da varie penne, tra cui probabilmente quella della stessa Serao, che sul «Corriere del Mattino» sta proprio allora muovendo i primi passi di cronista.
Tra Matilde ed Eleonora, accomunate da un’infanzia difficile e dai sacrifici spesi proprio in quegli anni per affermarsi artisticamente, sboccia sin da subito una fraterna amicizia, che negli anni si consoliderà nel segno di un mutuo supporto durante i momenti di crisi, personali e professionali. Un legame favorito, inoltre, dall’affinità dei caratteri, impetuosi ma al tempo stesso generosi, sempre tesi all’autenticità, a quella «parola di verità» (M. Serao, 1924) che toccherà a Matilde, preceduta dall’amica nella morte, esprimere su Eleonora, nel necrologio a lei dedicato.
Proprio in nome di questo sincero e sicuro legame, i rapporti di Serao con d’Annunzio sembrano incrinarsi all’altezza del 1899. La scrittrice pare non approvare la volontà di Eleonora di finanziare a sue spese la messa in scena delle tragedie dannunziane e, in una lettera del 26 aprile all’amico Primoli, esibisce il suo rammarico circa le frizioni con il poeta, che le stavano costando, per giunta, una frattura nel rapporto con la «grande Amica»: «Gabriele d’Annunzio me considère comme son ennemie personelle: et mon mari et tous ses amis me traitent comme une radoteuse» (A. Banti, 1979, p. 231).
In una lettera del 15 maggio ad Hérelle, (conosciuto nel ’91 a Napoli), Serao sembra deplorare l’attività di librettista intrapresa dal poeta abruzzese per bisogno di denaro e riserva un caustico giudizio alla tragedia dannunziana La gloria (1899), che, rappresentata in prima a Napoli presso il teatro Mercadante, era stata un fiasco: «non ne parliamo, abbiamo sofferto enormemente per quella» (traduzione di A. Trevisan, 2019, p. 18).
Nel gennaio del 1900 Serao confida, questa volta ad Hérelle, la sua preoccupazione circa lo stato emotivo di d’Annunzio e della cara amica Eleonora:
Nessuna notizia di Gabriele. Dopo l’insuccesso della Gloria, a Napoli, ha finito per odiare questo paese: allo stesso modo, credo, ami poco anche noi, che abbiamo fatto il possibile per salvarlo! Credo che la mia grande Amica sia nuovamente alla Capponcina: questa relazione li rende molto infelici, tutti e due. Non posso pensarvi, che con grande tristezza. (Ivi, p. 19)
Che l’indiscreta interferenza della scrittrice napoletana nei fatti dell’amico abruzzese – interferenza che doveva essere un suo habitus, se si ricorda il pentimento di Verga dopo averle confidato i suoi sentimenti per Giselda Fojanesi – sia dovuta, perlomeno in questo caso, ad una sincera apprensione per le sorti della carriera di d’Annunzio, lo testimonia una lettera successiva, indirizzata sempre al traduttore Hérelle:
Non potete credere che piacere io provi per lui, vedendolo finire il Fuoco; uscirà da questa terribile empasse, vittorioso, farà degli altri romanzi, evviva, evviva!» (Ibidem).
Il carteggio Serao-d’Annunzio pare interrompersi fino al 1903, forse per via della mole consistente di incombenze che da ambo le parti impedisce qualsiasi distrazione.
Mentre Scarfoglio solca i mari a bordo del nuovo yatch Tartarin, la scrittrice pubblica il commovente romanzo Suor Giovanna della Croce (1901) – dedicato a Paul Bourget, che aveva stilato per lei la prefazione di Au pays de Cocagne e le aveva dedicato La duchesse Bleue (1898) – con il quale si guadagnerà il plauso di Benedetto Croce e Leo Spitzer. Sempre in quest’anno, dopo esser stata accusata, in qualità di condirettrice de «Il Mattino», di piccoli brogli nella relazione stilata dal senatore Saredo per l’inchiesta sulla Camorra Amministrativa di Napoli, lascia definitivamente il giornale: il suo ultimo articolo tratterà una questione che sembra in questo periodo starle particolarmente a cuore, quella del divorzio, che di lì a poco la Camera avrebbe discusso. L’anno successivo, in cui si separa legalmente da ‘Tartarin’, comunicherà entusiasta a Primoli il lancio di una piccola rivista letteraria, la «Settimana», ispirata alla francese «Revue Hebdomadaire», per la quale scriverà anche Benedetto Croce. Nel 1903, con amarezza, si dimetterà da «Il Mattino», che ne darà notizia il 13-14 novembre con pochissime righe nella rubrica da lei fino a quel momento gestita (Api, mosconi e vespe).
D’Annunzio decide invece di presentarsi alle nuove elezioni come indipendente nelle liste socialiste per la circoscrizione fiorentina di San Giovanni e rimpingua la sua produzione oratoria di quelle formule destinate a riapparire durante la guerra e a Fiume (Libro ascetico della giovane Italia, 1926). L’anno seguente darà alla luce il frutto più maturo della sua passione per la Commedia mandando in scena la lussuriosa tragedia Francesca da Rimini, interpretata dalla Duse; nel 1903 termina e pubblica i primi tre libri delle Laudi.
28 avril 1903
Caro Gabriele,
viene da voi, a Settignano, un gentiluomo francese, della grande società parigina, Georges Rodier: giovine intelligentissimo, innamorato dell’Italia, della poesia italiana e quindi innamoratissimo di voi! Potete aprirgli la casa e tendergli la mano: non vuole né pubblicare una intervista né descrivere i vostri mobili!
È vero che l’Amica è malata a Rapallo? Le scrivo!
E le Laudi?
Vogliatemi bene
Matilde Serao
(A. Trevisan, 2019, p. 19)
Una nuova lettera risale al 1904, quando l’alacre Matilde, che di lì a poco sarebbe finalmente riuscita a fondare un giornale tutto suo, «Il Giorno», aggiorna il Vate sullo stato dell’«Amica» e gli rivolge delle richieste operative, facendo riferimento alla Duchessa di Fiano, da lui conosciuta a Roma ai tempi de «La Tribuna»:
15 febbraio 1904
Carissimo Gabriele, esco[no] due dispacci – ieri e oggi – dell’Amica. Hélas, essa è veramente malata! Andrò a vederla fra quattro o cinque giorni, di ritorno da Milano.
Restituitemi i due dispacci ma mettete un motto e la firma sopra questo foglio: esso serve per la Duchessa di Fiano, la fulgida beltà!
Vi benedico teneramente,
Matilde Serao
(Ivi, p. 20)
Il tenore delle comunicazioni di questo periodo sembra limitarsi a brevi richieste di natura professionale tra due conoscenti di lunga data. Due anni dopo, in una lettera ad Hérelle, Serao non si fa cruccio a riproporre un commento malevolo nei confronti del Poeta, sulla stregua di quello del ’95: «E d’Annunzio? Nessun romanzo? Nessuna pièce moderna? Ah, miseria delle miserie, la via degli artisti superbi e tristi, come lui!» (traduzione di A. Trevisan, 2019, p. 20).
Difatti, almeno secondo quanto emerge dal Fascicolo del Vittoriale, il rapporto tra Serao e d’Annunzio subisce da qui in poi una fase di stallo. Nel frattempo, l’impegno della scrittrice sulle pagine de «Il Giorno» si muove verso una puntuale antitesi delle posizioni espresse da Scarfoglio ne «Il Mattino», nel segno di un rancore non ancora sopito per le sorti del matrimonio e per il ritardo del versamento della liquidazione, che Serao otterrà solo attraverso il ricorso in tribunale. Nel 1906, anno in cui il Poeta è alle prese con la messa in scena della tragedia Più che l’amore e con l’ideazione de La nave (1907), la scrittrice avrà finalmente una gioia: darà alla luce la sua ultima figlia, Eleonora – in omaggio all’amica Duse – concepita con il nuovo compagno, Giuseppe Natale.
Nel 1911, mentre l’indefessa giornalista prende garbatamente le distanze dalla campagna coloniale italiana in Libia, rivolgendo un accorato pensiero alle povere madri dei soldati (forse preoccupata anche della partenza per il fronte del figlio Michele, che comunque sarebbe avvenuta quattro anni dopo), il Poeta pubblica per l’occasione l’infuocata Canzone d’oltremare, sebbene frustrato nello slancio guerresco dalla modesta portata dell’impresa giolittiana.
Tracce di contatti tra i due riemergono, sempre secondo il Fascicolo, nell’anno 1912. Si tratta per lo più di telegrammi e cartoline spediti da Matilde: in un caso da Saint Moritz, pregando l’amico di raggiungere lei e Luisa Casati al più presto; in un altro da Interlaken, nel cantone di Berna, informando l’“esule volontario” che avrebbe raggiunto Parigi nei giorni seguenti; in sostanza, si tratta di brevi messaggi inviati per organizzare incontri durante le ferie estive.
Nel 1917 viene a mancare Edoardo Scarfoglio: su «Il Giorno» si commemora con sincera afflizione «il polemista più temuto d’Italia» (A. Banti, 1979, p. 279) e si lamenta l’assenza del Vate, invocato come «Colui del quale più il nome ci brucia le labbra» (Ibidem), ai funerali del corregionale, che era stato affezionato compagno di avventure e scorribande. Ma il nostro, già dolente per il lutto dell’amatissima madre, vestiva proprio in quei giorni la tenuta dell’aviatore per compiere una missione sulle basi navali austriache nel golfo di Cattaro (oggi Kotor), in Montenegro.
Il risentimento della “vedova” Matilde è destinato a scemare negli anni successivi. Il 22 novembre del 1926 la scrittrice non mancherà di congratularsi con d’Annunzio in occasione dell’uscita della monografia a lui dedicata da Francesco Flora: «Salute gioia e gloria al nostro grande fratello! Matilde Serao» (A. Trevisan, 2019, p. 21), recita il telegramma.
Mentre il Comandante si è ritirato già da qualche anno presso la prigione dorata del Vittoriale, Serao continua indefessa, sebbene ormai anziana, a svolgere i propri doveri per la sua testata, permettendo finalmente che su di essa compaia il suo nome in qualità di direttore a seguito del decesso di Natale.
Se in questo periodo l’amico sperimentava ancora un rapporto complesso ed ambiguo con il Duce (si pensi al «volo dell’arcangelo» del 13 agosto 1922), Matilde, dichiaratasi con fermezza «antifascista, ma non necessariamente antimussoliniana» (A. Trotta, 2019, p. 661) ,sembrava lasciarsi alle spalle lo spiacevole episodio del 22 dicembre 1922, quando si era vista invadere e devastare la redazione de «Il Giorno» dalle squadre fasciste, per riconciliarsi con Mussolini e fargli puntualmente visita durante le sortite romane.
La «carica virile da patriarca» (A. Banti, 1979, p. 280) acquisita dalla scrittrice in questi ultimi anni è spesa non solo a favore dell’amato giornale, ma è incanalata pure verso la poiesi di quello che si rivelerà il suo ultimo romanzo, Mors tua (1926). Seppur giudicata non degna del premio Nobel, l’opera rappresenta sicuramente l’ultimo vessillo di una granitica fede pacifista ed antimilitarista, che aveva indirizzato tante delle posizioni prese dall’autrice nel corso della sua vita. Certi stilemi dannunziani che la critica coeva rintraccia nel romanzo danno prova, inoltre, della perpetua ammirazione che Serao nutre per il sodale abruzzese, conservata intatta nonostante i dissapori e gli allontanamenti di alcuni periodi, giudicabili d’altronde come fisiologici per una relazione tanto lunga (circa quarant’anni) tra due personalità così diverse.
Nel 1927 giungerà al Vittoriale un altro telegramma da Napoli, inviato questa volta dai figli di Matilde: «Madre nostra morta improvvisamente questa sera. Antonino Paolo Carlo Michele Scarfoglio» (Ivi, p. 21). La «cara amica» era morta il 26 luglio a seguito di un arresto cardiaco che l’aveva stroncata mentre era alla sua scrivania, all’età di settantuno anni.
Qualche settimana dopo, l’11 agosto 1927, i figli di Matilde indirizzano al Vate un secondo telegramma che testimonia ancora una volta l’intimità e la solidità di una lunga frequentazione: «In memoria della vostra grande amica ed ammiratrice vi abbracciano affettuosamente i suoi figli che sono anche i vostri figli. Antonino Paolo Carlo Michele Scarfoglio» (Ibidem).
Bibliografia essenziale
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Maurizio Serra, L’Imaginifico. Vita di Gabriele d’Annunzio, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2019.
Anna Banti, Matilde Serao. Con 13 tavole fuori testo, Torino, UTET, 1979.
Gabriele d’Annunzio, Giovanni Episcopo, a cura di G. Oliva, Roma, Newton Compton Editori, 1995.
Gabriele d’Annunzio, , Lettere ai Treves, a cura di G. Oliva, Milano, Garzanti, 1999.
Gabriele d’Annunzio, , Carteggio d’Annunzio – Hérelle (1891-1931), a cura di M. Cimini, Lanciano, Carabba, 2003.
Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, l’amante guerriero, Milano, Mondadori, 2015. Edoardo Scarfoglio, Il libro di Don Chisciotte, Roma, Sommaruga E., 1885.
Alessandra Trevisan, «Vogliatemi bene»: lettere di Matilde Serao a Gabriele d’Annunzio, «Archivio d’Annunzio», vol. 6, 2019, pp. 9-25.
Carlo M. Fiorentino, Eros, scrittura, politica. Gabriele d’Annunzio e Matilde Serao nella Roma umbertina (1881-1900), Roma, Aracne, 2019.
Marcello Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962.
Raffaele Giglio, Per la storia di un’amicizia. D’Annunzio, Hérelle, Scarfoglio, Serao, Napoli, Loffredo, 1977.
Donatella Trotta, Racconti di un’anima: ritratto (intimo) di una poligrafa, in Nuove letture per Matilde Serao (Università di Napoli ‘Federico II’, 17-18 ottobre 2018) a cura di P. Bianchi e G. Maffei, «Critica Letteraria», Anno XLVII, Fasc. IV, N. 185/ 2019, pp. 649-678.
Cesare Molinari, L’attrice divina. Eleonora Duse nel teatro italiano fra i due secoli, Roma, Bulzoni Editore, 1985.
Matilde Serao, Perché Eleonora Duse è morta in America, in «Il Giorno», 29-30 aprile 1924.