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Andrić, Ivo

di Danijela Maksimović Janjić, Enciclopedia dannunziana

Ivo Andrić durante la sua carriera diplomatica soggiornò ufficialmente due volte in Italia: a Roma nel 1920 e nel 1921, e a Trieste alla fine del 1922 e all’inizio del 1923. Il suo interesse per la cultura e la letteratura italiana fu vario e riguardò scrittori, storia, avvenimenti contemporanei, paesaggi e la vita quotidiana della gente comune, ovvero «le riflessioni di Andrić sull’Italia le possiamo smistare nei seguenti filoni tematici: storico-sociale, letterario e il gruppo tematico relativo ai viaggi.» (Janjić 2015, p. 633).
Per quanto riguarda la letteratura, per esempio, attiravano la sua attenzione Francesco d’Assisi, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Filippo Tommaso Marinetti e il Futurismo, e naturalmente anche Gabriele d’Annunzio. Scriveva di loro, li traduceva, li leggeva e li meditava. Le influenze italiane sono inoltre visibili nelle sue poesie e nei suoi racconti.
Il segno più evidente dell’interesse di Andrić per Gabriele d’Annunzio è senza dubbio l’articolo Un libro di guerra di Gabriele d’Annunzio (Jedna ratna knjiga Gabriela D’Anuncija), pubblicato nel 1922 sulla rivista Il Pensiero (Misao) ed è in realtà una recensione di Notturno dannunziano. In seguito l’articolo sarà incluso nella raccolta di saggi Storia e leggenda (Istorija i legenda) e poi tradotto anche in italiano (Andrić 2011, pp. 61-67); ma prima di soffermarci su qualche dettaglio di esso, conviene individuare i segni più nascosti dell’interesse di Andrić per l’opera dannunziana, e non solo. Sono importanti anche le riflessioni di Andrić sulla letteratura e sull’arte, nonché la sua indole e alcuni aspetti della sua vita, in quei punti che indicano chiaramente come, per l’Andrić riservato, misurato e introverso, la personalità e l’arte di d’Annunzio dovessero essere almeno in parte, se non del tutto, attraenti, benché come scrittori e come persone fossero molto distanti.
L’annotazione di impressioni, pensieri e dettagli su persone e situazioni in appositi Quaderni (Sveske) nel corso di tutta la vita rivela l’inquietudine di Andrić, una personalità irrequieta che, in una sorta di delirio creativo, desidera abbracciare la vita con la propria arte, temendo di perdere, nella quotidianità ordinaria, il battito magico di qualche forza invisibile capace di svelargli il segreto della natura umana, dell’esistenza, dei destini intrecciati e degli eventi che non sono mai casuali. La stessa perseveranza dell’instancabile cercatore di una formula capace di decifrare tutti i misteri animava anche Gabriele d’Annunzio, che scriveva sempre i suoi Taccuini. D’Annunzio, inoltre, faceva della propria vita un’opera d’arte. Non si concedeva tregua dall’arte, così come Andrić che scriveva instancabilmente anche in tempo di guerra. Sul significato dell’arte nella vita e per la vita, Andrić affermò: «Il “plus” dell’artista nella vita consiste nel fatto di essere gravato sempre più pesatamente degli altri, di vivere per l’arte, pagando onestamente il proprio tributo alla vita» (Andrić 1997, p. 43). Tuttavia, la dedizione all’arte non impedì ad Andrić di apprezzare la bellezza femminile e una vita tranquilla nel senso economico, per quanto gli fosse possibile. Entrambi gli scrittori, spiriti inquieti, colmi di desiderio e sete di conoscenza, amavano le belle donne e sapevano che il piano materiale nella vita importava. Anche se questi fatti possono sembrare banali, non lo sono per niente perché vedremo più avanti che tutti e due gli scrittori nutrivano una profonda ammirazione e rispetto per la figura di San Francesco d’Assisi, sposato con la Povertà; sarà proprio Andrić a dare una spiegazione dei contrasti che possono convivere in una persona (le parole di Andrić sono state riferite da M. Erenrajh Ostojić):

Difficilmente si può immaginare un uomo, soprattutto un intellettuale […], che nella vita e nella sfera del proprio spirito sia permanentemente colmato da un’unica idea e da un’unica visione. Una tale unilateralità non condurrebbe a nulla […]. Lo scrittore deve essere più paradossale, più vario, deve celare in sé sia […] il desiderio del nulla sia la paura di esso, sia la fiducia nella ragione sia il sospetto nei suoi confronti. Nella vera letteratura tutto questo è presente in una proporzione felice, non in modo vistoso, ma intimamente connesso con la vita. (Andrić, secondo Erenrajh Ostojić 2023, p. 308)

Certo, in d’Annunzio era più evidente e più forte la ricerca della sensualità e l’inclinazione al lusso; per l’Andrić più riservato dobbiamo affidarci alle preziose testimonianze dei contemporanei. Lo scrittore Miloš Crnjanski, suo amico, che lo incontrava e intratteneva con lui una corrispondenza, affermava: «Ivo Andrić è un uomo felice […]. La fortuna l’ha sempre accompagnato. Ha avuto una bella carriera, belle donne, sempre buone entrate» (Crnjanski 2023: p. 36). Anche Borivoje Jevtić ricorda la sua chiusura e taciturnità, per cui della sua vita sentimentale, prima del matrimonio con l’amata Milica Babić, si sa poco; egli sospetta tuttavia che con le donne Andrić fosse più aperto e che riponesse in loro maggiore fiducia: «Andrić è un uomo incredibilmente abbottonato, chiuso e riservato. Non si confessa mai, come se fosse senza volto; e se si confessa, credo che lo faccia solo con le donne, e solo loro, se volessero, saprebbero dire qualcosa di lui come uomo» (Jevtić 2023: 69). Molti non condividerebbero un simile ritratto di Andrić, che alla maggior parte appariva completamente misurato e controllato — e in effetti lo era — ma egli stesso sapeva ammettere quanto fosse difficile per lui raggiungere e mantenere tali qualità: «In realtà, vorrei avere da questo mondo tutto ciò che hanno gli altri, spesso anche di più, ma allo stesso tempo godere del silenzio monastico e della spensieratezza di un bohémien. Perciò non stupisce che io incontri soltanto sofferenze e contraddizioni» (Andrić 1997, p. 15). Il pensiero dell’eterna dualità dell’uomo lo tormentava non solo a livello personale, ma anche come condizione umana universale: «Spiegatemi come sia possibile che in una stessa persona possano convivere parallelamente il vizio folle e oscuro e la vera grandezza d’animo» (Andrić 1997, p. 45). Andrić comprendeva l’uomo e comprendeva la vita; i suoi pensieri non sono mai meschini né giudicanti. Tale ampiezza di spirito, unita a un’indubbia dimensione di spiritualità, si formò certamente anche attraverso il suo forte interesse per i francescani, giunti in Bosnia già nel XIV secolo e i quali «provenienti dall’estero, dai paesi europei […] agiscono con lo scopo principale di diffondere e consolidare la fede cattolica in Bosnia e di rafforzare il legame politico della Bosnia con l’Occidente europeo, ossia con la politica dei papi romani» (Lovrenović 1982, p. 5). Col passare del tempo, «l’ordine francescano in Bosnia diventa composto da persone del luogo, i quali, nell’esercizio dei doveri religiosi e nell’attuazione delle politiche della Chiesa, mostrano molta più comprensione per la psicologia e le esigenze del popolo» (Lovrenović 1982, p. 6). Così radicati nel popolo, nei secoli successivi — e dunque anche nel XIX secolo, quando il giovane Andrić si forma intellettualmente e assorbe le influenze del proprio ambiente — essi agirono non solo sul piano religioso, ma anche su quello delle necessità quotidiane del popolo bosniaco:

Per delineare più chiaramente il profilo generale dei francescani bosniaci e della loro attività, va detto che per quattro secoli essi furono gli unici uomini istruiti nel loro popolo. La loro attività non si limitava soltanto all’ambito religioso-ecclesiastico. […] Furono educatori, portatori di cultura e rappresentanti politici, e si occupavano anche di questioni del tutto pratiche: della cura dei malati, del miglioramento dell’artigianato e dell’agricoltura e di molte altre attività quotidiane. (Lovrenović 1982, p. 8)

E non meno importante era il contributo dei francescani bosniaci alla fondazione di una letteratura in lingua popolare.
Ivo Andrić trascorse un periodo presso i francescani a Ovčarevo durante il confino nella Prima guerra mondiale, dove si prese cura di lui fra’ Alojzije Perlinčić, il primo di una serie di amici francescani di Andrić. I francescani compariranno nelle opere di Andrić e dopo la sua morte, i racconti in cui i francescani appaiono furono pubblicati in una raccolta, intitolata Racconti francescani (Franjevačke priče). Andrić contribuì in larga misura alla conservazione della cultura francescana nell’area balcanica anche con il saggio su Francesco d’Assisi che s’intitola Leggenda di San Francesco d’Assisi (Legenda o Sv. Francisku iz Asizia) (Andrić 1926), uscito in occasione del settecentesimo anniversario della morte del santo e contenente anche la straordinaria traduzione di Andrić di Laudes creaturarum, analizzata da D. Capasso nel saggio La traduzione in serbo di Ivo Andrić del Cantico di frate sole (Capasso 2010). L’articolo di Andrić dedicato a San Francesco d’Assisi dimostra una profonda meditazione sulla vita e sull’opera del santo, pari all’intensità dell’interesse di d’Annunzio, la cui produzione è anch’essa permeata dall’influsso del Poverello. L’Imaginifico offrì con la poesia La sera fiesolana un omaggio a San Francesco (v. Gibellini 1985), ma non solo – gli spunti francescani presenti nella raccolta Alcyone sono stati indicati da P. Gibellini (Gibellini 1995). Inoltre, la presenza del Frate nella vita e nell’opera dannunziana è costante: ne scrive A. P. Cappello (v. Cappello 2025).
Finora abbiamo visto che d’Annunzio certamente poteva suscitare l’interesse di Andrić come uomo e come scrittore. Certo, d’Annunzio era un personaggio pubblico e affascinante a prescindere dal fatto che non tutti approvavano il suo stile di vita, per cui non stupisce che Andrić, che aveva anche una carriera di diplomatico, scrisse la recensione di Notturno. Però un’altra traccia dell’influenza dannunziana sulla sua produzione letteraria dimostra un’interesse di Andrić che potremmo definire addiritura una ricerca dell’opera dannunziana nonostante si trattasse di una sola poesia, come vedremo. Questa traccia è interessante soprattuto per il tono prevalentemente negativo della recensione di Notturno, per quanto riguarda lo scopo che secondo Andrić doveva avere il libro di d’Annunzio, ovvero, far sapere «cosa pensa del conflitto mondiale […] Gabriele d’Annunzio» (Andrić 2011, p. 65):

[…] la nostra delusione è totale. La retorica risonante riesce solo a offendere. Attraverso la nebbia e i fuochi d’artificio della ben nota retorica non si vedono da nessuna parte i contorni del futuro né il pensiero attuale. […]
[…]
Ci siamo inchinati davanti alla bellezza, ma tutta la gamma dei colori e il tintinnio non possono distoglierci e inebriarci tanto da impedirci di vedere che qui si è al servizio di falsi dei.
(Andrić 2011, pp. 65-67)

Però, davanti a quale bellezza Andrić si era inchinato? Ce lo rivela lui stesso, un po’ prima di esprimere il giudizio negativo: «È certo che lo stile di d’Annunzio non era mai stato così vitale, conciso e musicale. L’incredibile forza e la rapidità con cui si sviluppa anche in vecchiaia, si adatta e si perfeziona, forse non è mai stata così evidente come in questo libro, insieme alla forza della creatività e alla novità dei mezzi espressivi» (Andrić 2011, p. 62). Un altro passo della recensione attira la nostra attenzione ed è quello in cui si riflette sullo stato fisico ed emotivo dello scrittore forzato a stare immobile, in preda ai suoi pensieri:

Si rifletta: un tale spirito sensibile e una personalità così espansiva, con una grande esperienza e un vivo passato dietro di sé, condannato all’immobilità e al buio, esposto ai dolori fisici e all’inquietudine dei pensieri. […]
[…]
Con tutta la ricchezza del suo vocabolario e la forza della sua immaginazione descrive in modo minuzioso e quasi palpabile i propri dolori, frammisti alle febbrili visioni e ai moltissimi ricordi della propria lunga e burrascosa vita. A momenti gli sembra che un demonio dalle gote gonfie e luminose soffi tutta la notte nel suo occhio infiammato, a momenti che nella cavità dell’occhio spento ci sia una farfalle imprigionata che incessantemente batte le ali o un fiore Azzurro, irrequieto e rigido. Momenti di disperazione e di sfinimento si succedono a momenti di esaltazione febbrile. (Andrić 2011, pp. 62-63)

Sfogliando Ex ponto, il libro giovanile delle poesie in prosa di Andrić, pubblicato nel lontano 1918, non possiamo non pensare quanto lo stato di d’Annunzio scrittore di Notturno fosse in realtà noto ad Andrić:

E troviamo un Andrić simile nell’Ex ponto – un Andrić che si esprime proprio in quel modo:

Anche con la febbre di 39 io posso leggere. Nessuno ci crederebbe, ma con la febbre riesco a pensare intensamente e molto.
Come se dagli occhi mi prorompesse un alito di fiamma, e nel petto sento un dolore non tanto forte quanto irritante e nella mia coscienza simile all’idea del color grigio e di un pezzo di legno rotto con due estremi sfibrati e spinosi. Tutte e due le immagini provocano un dolore brutto e prolungato.
Mi pare di avere qualcosa nella bocca e controllo frequentemente se posso stringere denti. Per la nausea e la stanchezza non riesco a guardare. Però rifletto, rifletto molto, velocemente e in modo corretto. Non saprei quale fosse il primo pensiero, però pare che vengano tutti insieme oppure nascano l’uno dall’altro. Tutti i compiti non finiti, tutto quello che intendevo o dovevo fare e intraprendere, tutto è qui, e, stranamente, so precisamente come e quando dovrei agire.
Così nelle febbri ripetute mi brucio in fretta e inutilmente. (Andrić 2004, pp. 62-63)

Certo, Ex ponto fu scritto e pubblicato prima del libro Notturno e quindi per ora possiamo mettere in luce solo una somiglianza di sensibilità fra i due.
(Janjić 2015, p. 636)

La «somiglianza di sensibilità fra i due» resta un fatto interessante da aggiungere agli aspetti di cui abbiamo parlato sopra cercando di indicare perché d’Annunzio potesse suscitare l’interesse di Andrić. Ci sembra però che lui si sia accostato non solo molto presto, ma anche nel modo concreto alla produzione dannunziana ricalcandone quei toni della poesia che pure i crepuscolari riconobbero come affini alla propria sensibilità. A sostegno di questa tesi si può citare la composizione Il Ritorno (Povratak), che per atmosfera e modulazione lirica lascia intravedere un’eco dell’esperienza poetica dannunziana, filtrata però attraverso la misura e l’interiorità tipiche di Andrić. Il componimento chiaramente evoca la poesia Consolazione di d’Annunzio. 

Il ritorno
Perché la nostra casa e cosi quieta,
madre?
Il buio e il silenzio.
All’oscurita affluiscono il pianto e una
domanda;
Qui deve finire il vagabondaggio del
Figliol disgraziato.
La tomba aperta e muta e gia pronta,
Dietro l’oscurita.
Spalancando gli occhi e tenendo
Le mie mani dalle dita sanguinose,
Partii per la casa oscura.
Negli occhi ingannati si spengono
– La vanita e lo scherno del mondo
passato! –
Le ultime vampe del sole defunto;
Un pipistrello, l’amico macabro,
Con un’ala mi sfioro il viso. – Attento!
E palpando le pareti e le porte
E inciampando – dimenticate soglie! –
Passai per le vostre tenebre.
E un gioioso Domani
quando verra con il vento e il raggio
di luce,
Lodando Dio per la felicita e la mattina,
Voi leggerete su ogni parete
– Se pur la mattina caccia via la paura e
la pena –
Le lettere sanguinose di una storia
turbolenta,
Le tracce delle mie mani morte da
tempo
(Andrić 2003, pp. 35-36)

La traduzione è nostra (Maksimović Janjić 2020) e nostra è anche l’analisi delle somiglianze e delle differenze dei due componimenti (Janjić 2015, Maksimović Janjić 2020) di cui ripresentiamo alcuni punti chiave:

La figura che collega i due componimenti poetici […] è la figura della madre, una madre che non risponde alle domande del figlio. Si sente solo il suo pianto (o il pianto del figlio nella lirica Il Ritorno […]) nella buia casa, che in tutte e due le poesie è rappresentata simbolicamente dalla madre. Il buio non assume necessariamente una connotazione negativa. Oltre a simboleggiare il peccato e a suscitare una delle paure ancestrali, il buio si lega anche alla vita intrauterina e quindi anche alla possibilità di rinascita, di un nuovo inizio, e alla Speranza di rivedere la luce, un’altra luce che però nella poesia di Andrić rivedranno gli altri, non il poeta […] e non la luce del mondo vano e puramente materialistico […]. Inoltre, il buio è legato strettamente alla casa […]; nella Consolazione questo legame non è esplicito, è accennato nell’invito che il figlio rivolge alla madre per sollecitarla a uscire fuori nel giardino per prendere un po’di sole sul viso bianco. Qui la speranza di rivedere la luce si riferisce al figlio e alla madre insieme – il poeta sa che fuori splende il lieve sole di settembre e lo vuole sentire insieme a quella che gli ha dato la vita; non sappiamo se il suo desiderio viene esaudito, ma il tono è decisamente più pacato, più tranquillo rispetto ai versi di Andrić, nei quali, tra l’altro, non sappiamo certamente se il poeta ritrovi la madre nella casa (probabilmente no), mentre nella Consolazione viene tracciato un suo ritratto. Il «sole defunto» di Andrić non dà il senso di pace che emana il «lento sol di settembre» di d’Annunzio (2006, 668) ed è un’altra differenza di significato dei simboli opposti, buio e luce, nei due testi; d’altra parte rimane la somiglianza dell’atmosfera soffusa, carica di malinconia e creata dal buio dell’ambiente interno e dalla lieve luce esterna. (Maksimović Janjić 2020, p. 34)

Oltre alla figura della madre, all’atmosfera della casa e al nesso buio-luce, ci sono il pianto e il silenzio comuni a tutte e due le poesie e ci sono la figura del figlio pentito e il preannuncio della fine; possibili fonti d’ispirazione (la biblica Parabola del figliol prodigo e Il ritorno del figliol prodigo di Rembrandt) possono essere importanti come forti riferimenti culturali, però le somiglianze tra i due testi vanno oltre il campo tematico e riguardano i dettagli (atmosfere, pensieri, suoni, sentimenti). Per i due componimenti pure l’anno 1916 ha un significato simbolico per una casualità interessante che ci piace ricordare:

Nell’edizione commentata di Poema paradisiaco, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini, viene ricordato che l’ultimo verso della Consolazione ricorre anche nel Notturno (d’Annunzio 2006, 1175), che Andrić, come abbiamo visto, conosceva benissimo. Rivedere il verso qualche anno dopo nel libro che si preparava a recensire avrà suscitato un’emozione particolare in lui; come se tra i due poeti che non si sono mai incontrati, per un momento fosse avvenuta una tacita intesa – mentre Andrić componeva Il Ritorno nel 1916, d’Annunzio lo stesso anno riscriveva il verso nel Notturno. (Maksimović Janjić 2020, p. 36)

Il periodo che va dal 1916, cioè dalla stesura del Ritono fino al 1922, quando Andrić scrisse la recensione di Notturno, possiamo definirlo il tempo dell’interesse più intenso dello scrittore serbo per la letteratura di d’Annunzio che ci rivela un fatto importante: i due grandi autori che possono sembrare così diversi e lontani in realtà offrono varie possibilità di analisi comparate e approfondite che ci potrebbero svelare nuove peculiarità dei loro testi e delle loro poetiche.

Bibliografia essenziale

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Ivo Andrić, «Povratak». Andrić, I., Šta sanjam i šta mi se događa, Zemun, Gramatik, 2003, pp. 35-36.
Ivo Andrić, Ex ponto, Nemiri, Lirika, Beograd, Dereta, 2004.
Ivo Andrić, «Un libro di guerra di Gabriele d’Annunzio». I. Andrić, Sul fascismo, trad. di D. Badnjević, M. Orazi, A. Parmeggiani, a cura di B. Stanišić. Portogruaro, Nuova dimensione, 2011, pp. 61-65.
Danilo Capasso, La traduzione in serbo di Ivo Andrić del Cantico di frate sole, in: L’Italia vista dagli altri. Atti del I Convegno Internazionale, Banja Luka, 12–13 giugno 2009, a cura di R. Russi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2010, pp. 153–162.
Angelo Piero Cappello, Il Santo e il Poeta. Mito e rito di Francesco in Gabriele d’Annunzio, Pescara, Ianieri, 2025.
Miloš Crnjanski, O Ivi Andriću, in: Ko je bio Ivo Andrić. Sećanja savremenika, a cura di Ž. Đukić Perišić, Novi Sad, Akademska knjiga, 2023, pp. 24-38.
Gabriele d’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, vol. 1, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini. Milano, Mondadori, 2006.
Maks Erenrajh Ostojić, Razgovori sa Andrićem, in: Ko je bio Ivo Andrić. Sećanja savremenika, a cura di Ž. Đukić Perišić, Novi Sad, Akademska knjiga, 2023, pp. 306-315.
Danijela Janjić, Impressioni italiane di Ivo Andrić, in: Parallelismi linguistici, letterari e culturali, 55 anni di studi italiani, 13-14 settembre, Ohrid, a cura di Radica Nikodinovska, Skopje, Università Ss. Cirillo e Metodio di Skopje, Facoltà di Filologia Blaže Koneski, 2015, pp. 633-640.
Danijela Maksimović Janjić, Gabriele d’Annunzio e Ivo Andrić: un confronto fra le poesie Consolazione e Il Ritorno, «Archivio d’Annunzio», 7, 2020, pp. 29-40.
Borivoje Jevtić, Beleške o Ivu Andriću, in: Ko je bio Ivo Andrić. Sećanja savremenika, a cura di Ž. Đukić Perišić, Novi Sad, Akademska knjiga, 2023, pp. 69-103.
Ivan Lovrenović, Franjevačka književnost u Bosni i Hercegovini, in: Književnost bosanskih franjevaca: izbor tekstova iz starije hrvatske književnosti, a cura di I. Lovrenović, Sarajevo, Svjetlost,1982, pp. 5-17.
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