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Ca Ce Ci Cl Co Cu

Curzio Malaparte

di Carla Maria Giacobbe, Enciclopedia dannunziana

Monsieur Curzio Malaparte si interrompe e beve d’un solo sorso quel che resta del suo caffè. Il caffè ispira Monsieur Malaparte. Adesso ha voglia di criticare, fustigare, smontare le vecchie glorie.
– D’Annunzio? – Mi dice con un sorriso di rimprovero e di superiorità – ma d’Annunzio, dal punto di vista letterario non è niente, è meno di niente, è lo zero puro.
E, visto che sembro un po’ stupito, fa un paragone:
– Ma sì, d’Annunzio da noi è come Victor Hugo da voi…
Il mio sorriso reticente spinge il signor Malaparte a continuare. I suoi guanti sono accanto a lui, sul tavolo. Non li prende:
– Byron? Non lo conosco. Era uno zoppo. Questo è tutto ciò che so.
Le affermazioni sono categoriche e inaspettate. Ma il poeta di Gardone e colui che morì a Missolungi non sono gli unici a fungere da bersaglio di tali frecciate.
– Dostoevskij? Un energumeno epilettico. Non conosci Tolstoj? Un vecchio che è andato a morire in una sala d’attesa di terza classe in una piccola stazione in Russia. Non bisogna leggere gli autori che non sono latini. È inutile ed è dannoso!
– Che ostracismo!
– Ma no! Se Racine avesse studiato Shakespeare,
non sarebbe stato Racine.

L’estratto dell’intervista di Pierre Lagarde a Curzio Malaparte, ou le super-nationaliste, pubblicata nel 1927 sul periodico parigino «Comoedia» (in nostra traduzione), coglie nel segno su più questioni. Ci dice della personalità, ancora in parte acerba, di un “Signor Novecento” quale Malaparte, nato Kurt Erich Suckert nel 1898 e al tempo enfant terrible del fascismo che, come l’intervistatore ha subito intuito, era un abile schermidore esperto di finte e colpi dritti, uso a trovare «nella battaglia delle parole, nello scontro delle idee, lo stesso piacere che senza dubbio prova nel tintinnio delle lame». Ci dice tanto, nelle sue espressioni appositamente provocatorie, anche sul rapporto con d’Annunzio, al tempo solo una figura con la quale misurarsi, appena qualche mese dopo interlocutore diretto. Perché sebbene Malaparte si sia affrettato, sulle testate italiane, a riportare di aver poi rimproverato a Pierre Lagarde l’inesatta trascrizione di quella che era una boutade, e a rinfacciare ai colleghi irritati di essere stati loro per primi, in altre occasioni, ad aver mancato di riverenza verso colui che chiama «Gabriele Garibaldi», il fondo del rapporto con il Poeta armato sembra trattenersi in quelle parole violentemente ostili. 
Nel narrare degli scambi tra d’Annunzio e Malaparte riemergono alcuni passaggi che non rappresentano un particolare punto di onore per lo scrittore di Prato, e i confronti che tra i due sono stati talvolta abbozzati, alla luce di alcuni evidenti tratti comuni (la dimensione europea e antiborghese, il protagonismo biografico sull’identità letteraria, lo spiccato gusto per il bello e per un certo dandysmo, gli accenti di decadentismo, appunto, dannunziano, l’attrazione per le prime linee della Storia) hanno talvolta messo Malaparte in posizione di nolente imitatore, e non è certo la peggiore descrizione che sia emersa dall’accostamento al Vate.
Si tratta di un confronto difficile e per molti versi ingiusto, per Malaparte insostenibile. D’Annunzio non rappresentava soltanto un ingombrante predecessore con cui dover fare i conti. D’Annunzio ha incarnato molti miti, specialmente per il modello maschile novecentesco: un uomo che ha avuto tutto ciò che si immagina di poter desiderare senza gli escamotage che la grande ricchezza o l’adonica bellezza garantiscono; un eroe tutt’altro che senza macchia, che si erge alla grandezza riuscendo a trattenere la libertà di essere furbo, bugiardo, debitore, fedifrago (se il termine si potesse anche solo attribuire come categoria a d’Annunzio), ladro di ispirazioni e di occasioni; un modello che è riuscito, sotto più rispetti, a rimanere libero dalle schiavitù che l’essere un modello impone. Il dannunzianesimo che ne è derivato, un irripetibile «insieme di atteggiamenti stilistici e comportamentali, alla cui radice sta lo stesso d’Annunzio, la sua programmatica commistione fra letteratura e vita, fra gesto e testo, fra parola e azione», come scrive Gibellini (2008, p. 29), non poteva non degenerare in un’antitesi forte abbastanza da fare largo a nuove affermazioni identitarie, o nell’ostilità di distinzione che da sempre si prova verso gli oggetti del furor di popolo. 
Rigettato vistosamente o spesso semplicemente camuffato, il potere della sua influenza restava pervasivo e si estende, mitigato, persino oggi: troppo da sopportare per molti, e di certo per un uomo e uno scrittore dalle grandi aspirazioni (e dalla grande e complessa eredità) come Malaparte.
Non infliggendo ancora il colpo di questo paragone, né la conta di quanto sia stato preso e scartato dal modello di d’Annunzio, ripercorriamo le tappe di un dialogo (infine monologo) in cui Malaparte distanzia a spintoni un predecessore di cui prova a razionalizzare, in numerose occasioni, il rifiuto. Nella mappa dei suoi rapporti conflittuali con figure forti della storia, la relazione con d’Annunzio, vivo e morto, si presta a offrire alcune chiavi di lettura per comprendere l’evoluzione dello scrittore. E nonostante gli sforzi per nasconderne le tracce, si ritrova un’innegabile intensità di sentimento nell’atto ostinato di smantellare, guanti sul tavolo, quello Shakespeare che non può impedirgli di essere un Racine. 

Verso d’Annunzio

Se nell’autunno del 1927 lo scrittore pratese rilasciava quell’intervista à la Malaparte che poneva d’Annunzio come primo e ben visibile bersaglio, nel giugno del 1928 lo stesso Malaparte mandava al Vittoriale una lettera e tre volumi di recente pubblicazione: Avventure di un capitano di sventura, L’arcitaliano e Italia barbara, quest’ultima in una seconda edizione (con Leo Longanesi, per La Voce) priva della memorabile e intelligente nota del primo editore, l’antifascista Piero Gobetti, che nel 1925 lo pubblicava definendolo «la penna più forte del fascismo». Le dediche sui volumi andavano, rispettivamente, a Gabriele d’Annunzio, a Gabriele d’Annunzio strapaesano con riferimento al movimento letterario tradizionalista e patriottico di cui in quegli anni Malaparte fu esponente (così come pure del movimento idealmente opposto, Stracittà) – e a Gabriele d’Annunzio barbaro italiano, con l’ammirazione e la devozione del caso. 
Nella lettera, il giovane Malaparte, a pochi giorni dal suo trentesimo compleanno, si decideva ad aprire un dialogo con il «Comandante», come lo definiva nell’incipit. E metteva sul tavolo degli scelti punti di merito, come chiunque farebbe dinnanzi a una personalità di tanta autorevolezza: 

come bravo ragazzo, fegato sano, pratese, «cavaliere della Cicogna», garibaldino delle Argonne (a 16 anni) del col di Lana, di Col Moschini, del Piave, di Bligny, dello Chemin des Dames, e della Squadra «Giglio Rosso» di Firenze, ed anche come direttore della «Fiera Letteraria», le sarò grato se vorrà darmi un segno della sua benevolenza, inviandomi un messaggio per la «Fiera», giornale di giovani che difendono l’Arte nella Rivoluzione, e la Rivoluzione nell’Arte

La salute della giovinezza, il comune Liceo Cicognini, la guerra, lo squadrismo della «Giglio Rosso» di Firenze e, finalmente, la letteratura (quella della “Rivoluzione”) sono certo i passi più importanti dell’auto-presentazione del giovane scrittore. Malaparte si presenta anche, però, come direttore di una rivista di cui in seguito lui stesso riconoscerà i mediocri meriti, e poi, nelle vesti di autore, invia tre opere i cui tratti distintivi saranno sviluppati nella successiva letteratura: la sferzante provocatorietà degli epigrammi «arcitaliani»; la narrazione autodiegetica delle Avventure; i salti concettuali di una prosa saggistica che mai si adagia su un sistema di pensiero, in Italia barbara. Se il Comandante risponderà, oserà chiedergli un incontro, scrive. 
Si può a questo punto tornare alla giovinezza di Malaparte, prima delle parole astiose dell’intervista parigina, in anni nei quali il mito di d’Annunzio si ergeva a paradigma assoluto. Guardando alla sua produzione giovanile spicca senz’altro il pamphlet del 1921, Viva Caporetto!, poi ripubblicato col mitigato titolo La rivolta dei santi maledetti, che tanta parte aveva avuto nel lanciare il nome di Suckert e tanto dimostrava lo slancio vitalistico di un giovane combattente che aveva subito i colpi della guerra (persino fisicamente, con una lesione ai polmoni da gas iprite che si porterà fino alla prematura morte del 1957) e credeva che tutto stesse ancora per accadere. Nel pamphlet si ragiona sull’idea che quella famosa disfatta degli italiani non sia che il segno dell’irruzione delle masse nella storia, rivoluzionaria come l’ottobre russo, e che il popolo indolente e fatalista, salvato da Mazzini, Leopardi e Garibaldi, stia scatenando la sua potenza. È quello di Garibaldi, in effetti, un mito sotto il cui segno il giovane Kurt si forma, e che a lungo lo seguirà: è Garibaldi l’eroe che qui schiaffeggia gli italiani con la sua audacia, è Garibaldi che riecheggia dietro i tecnici dell’insurrezione del primo successo internazionale della Technique du coup d’État del ‘31, è Garibaldi appeso sulla parete in una scena madre dell’unico film malapartiano, Il Cristo proibito, ed è seguendone la scia, con la camicia rossa che la madre conserverà con cura fino alla morte, che si arruola volontario e sedicenne sotto il comando del nipote Peppino. Non è un dettaglio da trascurare questo legame con l’Eroe dei due mondi, con un irripetibile eroe che qualcuno (non a caso appellato come “Gabriele Garibaldi”) stava in qualche modo “ripetendo”, e senza sottigliezze: con i versi dal sentore religioso della Canzone di Garibaldi, con lo slancio interventista del Discorso di Quarto, con le mirabolanti imprese eroiche e con una taglia sulla testa fissata dal governo austriaco che non poteva che rappresentare la più brillante medaglia al valore agli occhi di un giovane garibaldino come Malaparte. 
Nel 1917, mentre d’Annunzio riprendeva a volare a dispetto della perdita dell’occhio destro, il giovane soldato rientrava dalla guerra per dare quattro esami alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza, in una sessione speciale per combattenti (non andrà oltre con la carriera universitaria, la letteratura avrà la meglio); tra il 1919 e il 1920, mentre la febbre di Fiume riuniva davanti a d’Annunzio folle che solo Garibaldi aveva radunato, il giovane Suckert è a disposizione del Ministro degli Esteri, distaccato a Versailles, dove assiste ai retroscena dei negoziati della «vittoria mutilata», e poi a Varsavia, dove, come addetto alla Regia legazione d’Italia, vive i suoi primi amori, i duelli, vede l’armata rossa  in azione e comincia a concepire l’audacissimo pamphlet (anche sulla carriera diplomatica vince, infine, la letteratura). È mentre d’Annunzio raggiunge il suo apice nell’immaginario eroico europeo, quindi, che Kurt Erich Suckert diventa un uomo, si forma con esperienze di sobria e distinta mascolinità (giurisprudenza invece di lettere; l’esperienza diplomatica invece della corsa dietro nuovi eroi) per poi lanciarsi nel mondo letterario a gamba tesa, non soltanto con la pubblicazione del ’21 ma con un movimento di grandi (e un po’ pretenziose) ambizioni: l’Oceanismo.

FINITELA, BUFFONI!
Questo indecente spettacolo dura già da troppo tempo. Questa corsa al piacere, al lusso, al divertimento, al denaro, alla speculazione, questo progressivo imbestiarsi dell’umanità deve avere un termine. Bisogna ritrovare il senso oceanico della vita. 

Questo l’incipit di uno dei manifesti dell’Oceanismo, da lui definito senza imbarazzi «il più moderno movimento artistico-filosofico d’Europa» che «raggruppa, intorno al suo ideatore – C. Erich Suchert – l’attività della più audace, della più intelligente e della più oceanica famiglia artistica di tutti i Paesi». (Malaparte-Suckert 1991, p. 193) Con la chiosa «grande diffusione all’estero. Tiratura iniziale 3000 copie», sulla rivista che si spegnerà dopo soli quattro numeri, con il suo poco seguito (e presto volutamente dimenticato) movimento, si attesta già come estimatore delle buone tecniche promozionali, meno audaci del finto decesso del giovane d’Annunzio, ma senz’altro beffarde. I temi del movimento, come sottolinea Guerri, hanno delle affinità con quelli del Groupe Clarté di Barbusse, che sin dal primo numero del suo Bulletin nel 1919 omaggia Gabriele d’Annunzio. Il riferimento sdegnato alla corsa al piacere, al lusso e al divertimento, invece, non sembra averlo come eroe di punta. 

Quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?

Se Italia barbara resta oggi parzialmente intonso nella biblioteca dannunziana, le Avventure di un capitano di sventura sono state sfogliate alla ricerca di un appiglio per rispondere al giovane scrittore.
Da questo romanzo picaresco ambientato a Prato, d’Annunzio prende spunto per la sua lettera, che apre con un «Mio caro Malaparte»:

anch’io facevo il cenciaiolo in Santa Trinità; e di recente pensavo che – pur contro tutti i tuoi sforzi insani per abominarmi – mi avresti riconosciuto e mi avresti amato, alfine.
So che tu mi ami; e che la tua ribellione esaspera il tuo amore. Con la tua schiettezza e con la tua prodezza, col tuo furore e col tuo scontento, quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?
Tu sei giovine, e mi sei compagno; ché forse io son perfino più giovine di te. Quando io ero collegiale alle Sacca, avevo per amica una fontanella che mi dava l’acqua più viva di tutta la terra pratese. Di quella vena sgorgano le tue cantate. (in Malaparte-Ronchi Suckert 1992, p. 205).

Scrive d’Annunzio della cosiddetta fontana del “Bacchino”, nome peraltro della pubblicazione periodica che conserva i primi (irriverenti) contributi di Malaparte, e questa fratellanza pratese non è la sola cordialità su cui fa leva per avvicinarlo. Lo cita, persino: trova delle descrizioni paesaggistiche di particolare gusto musicale nelle Avventure, e gli risponde con una sua letteratura di memoria pratese.

«Le giornate eran calde; ma il vento entrava nelle chiome dei pini come in una vela, come un rombo marino che apriva orizzonti luminosi nella memoria…».
Ecco parole accordate alle pagine aeree del mio libro, che ti mando. (Andreoli-Lorusso De Leo, 2006, p. 47)

Il libro con cui il Vate decide di ricambiare è Il compagno dagli occhi senza cigli, che esce proprio quell’anno come secondo tomo delle Faville del maglio, seguendo Il venturiero senza ventura (quasi un’assonanza col titolo del successivo malapartiano), uscito nel 1924 con Treves. Il libro viene spedito a Malaparte con una dedica datata giugno, precedente quindi alla lettera di risposta, datata 3 luglio 1928. In questa dedica, a rimarcare la generosa predisposizione verso il giovane scrittore, riporta un’altra citazione dalle Avventure: «A Curzio Malaparte, questo bel libro pratese dove – com’è detto in un suo bel libro pratese – mi piacque “accordare il suono lungo delle incudini con quello breve dei martelli”».
Il riferimento è naturalmente al tema delle Faville, che idealmente sprizzano dall’incudine del poeta-fabbro come residue riflessioni e considerazioni liminali nella fattura di una grande opera. Lo scritto di cui d’Annunzio fa omaggio a Malaparte tratta della visita di un ex compagno del Cicognini, Dario, e afferisce a quei testi in cui il Vate mostra la sua vulnerabilità, legata all’idea del tempo e all’età.

Stamani la mia armatura ha un fallo; e temo la ferita […]. Debbo oggi rivedere un mio compagno di collegio e dietro di lui lo spettro della primissima giovinezza, la larva ambigua della pubertà. (d’Annunzio 1928, p. 5)

D’Annunzio parla di Prato, ma parla anche del bisogno di amicizia, di confidarsi. E nel chiudere la lettera del 3 luglio allo scrittore pratese si tiene sulla stessa linea.

Stasera sono fosco. Mi sono bagnato nel sangue degli accoltellati, in un ospedale di Pronto Soccorso, dov’è ricoverato un de’ più fidi miei legionari.
Rimango solo.
Ti vedrò domani.
Vorrei affrettare lo squillo della mia nuova guerra. Son certo che verrai con me. E son certo di tante altre belle trasfigurazioni prossime. (D’Annunzio 2004, p. 65).

D’Annunzio risponde dunque a quanto scrive Malaparte in calce alla sua lettera, «oserò molto presto chiederle un colloquio», ma come se la richiesta fosse stata già fatta e un accordo fosse stato già preso. Qualche riga sopra scrive infatti di aver telegrafato a Roma, in via Sistina (sede della «Voce» e della rivista fascista «La Conquista dello Stato») per assicurargli la sua presenza in Milano mercoledì (forse già l’indomani?). Dalle copie della lettera del 3 luglio conservate nell’Archivio Malaparte, peraltro, parrebbe che questa gli sia arrivata non in via Sistina, ma proprio a Milano, con l’indicazione «al legionario Curzio Malaparte, Teatro dal Verme – Palco n. 5. (dal Comandante)». Due testi di telegramma senza data sono conservati tra la corrispondenza in uscita dell’Archivio del Vittoriale, e nessuno dei due attesta un incontro avvenuto: in uno, che in base a un appunto si potrebbe far risalire al settembre 1928, d’Annunzio avvisa (con la dicitura «Urgente») di un imprevisto che lo costringe a disdire un incontro, ovvero «un guaio all’orecchio destro per essere disceso a picco da quattromila metri nel lago», e conclude con la promessa «ti avvertirò determinando un giorno intero per noi»; nell’altra comunicazione (precedente o successiva?) il Poeta chiede se Malaparte sia a Roma e possa venire al Vittoriale, e si dice intenzionato a scrivere «una lettera preliminare nei riguardi di Leo Longanesi. Stop. Dammi un indirizzo sicuro». Al Vittoriale, però, è presente solo una lettera del 1931 in cui Longanesi chiede al «Comandante» un testo per un numero tematico del settimanale fascista «L’Assalto»: non si conserva risposta.  
Longanesi non era noto per essere un dannunziano. Non lo era quando ha rincarato sulla boutade malapartiana del 1927 confermando sul suo «L’Italiano» che né lui né i suoi amici avevano mai letto una pagina di d’Annunzio, non lo sarà quando, come riporta Serra, compilando un piccolo dizionario borghese con Brancati negli anni Quaranta, alla voce “d’Annunzio”, chioserà: «Ora ne siamo guariti».
Tornando agli scambi di d’Annunzio con Malaparte: da una comunicazione dell’ufficio telegrafico conservata tra la posta in entrata del Vittoriale parrebbe che la comunicazione «Urgente» sull’imprevisto sia tornata indietro, forse per un civico erroneo. Al Vittoriale è però conservato un altro telegramma, ricevuto a Gardone Riviera il 12 febbraio 1930, nel quale Malaparte, ora direttore de «La Stampa». chiede al «pratese Gabriele capitano dei cavalieri della cicogna» di partecipare al premio letterario di cinquantamila lire appena istituito dal quotidiano torinese. Nessun altro scambio si conserva oggi negli archivi dei due scrittori, e con questo probabile ultimo telegramma gli accenni di intimità e apertura tra i due sembrano dissolversi nelle formalità del caso.

La lettera e l’incontro

L’incontro tra Malaparte e d’Annunzio rientra nella lista degli incontri taciuti e poi riemersi tra le pagine dello scrittore toscano. 
Nel 1929 Malaparte incontrò davvero Josif Stalin? Così racconta sul «Tempo» dell’aprile del 1956, con un freschissimo aneddoto sul dittatore georgiano che chiede degli operai di Torino. Incontrò Vladimir Majakovskij poco prima del suicidio? È probabile di no, e di sicuro non nel 1930, ma così riporta nel postumo e incompiuto Il ballo al Kremlino, scritto nei tardi anni Quaranta. Sempre in quel 1929, incontrò davvero Michail Bulgakov per parlare con lui di Cristo? In effetti sì, e pare anzi che lo abbia brevemente frequentato, ma di questo Malaparte non scrive nulla nelle corrispondenze di quell’anno, e comincia ad accennarvi solo a partire da un pezzo sul «Corriere della Sera» del 1943, dopo la morte del grande scrittore russo, dando avvio a un caso letterario pieno di misteri. La pratica si ripete con d’Annunzio: forse un incontro nel 1928 (con più di un invito scritto), poi il resoconto di uno scambio, con rivelazioni di una certa intensità e intimità (mai da parte del narratore), che riaffiora a molti anni di distanza. Ma il resoconto fa parte di una specifica fase tra le ripide oscillazioni del rapporto di Malaparte con la figura di d’Annunzio.
Tali oscillazioni, nelle quali la lettera dannunziana del 1928 gioca un suo ruolo, si muovono inevitabilmente, oltre che sull’imprevedibile ruota dei moti, delle provocazioni e ripicche malapartiane, su linee temporali contestuali, con la cesura della scomparsa del Poeta. Nel 1922 il giovane Curt Erich Suckert, Segretario Provinciale dei Sindacati Operai, seguendo le tendenze di una certa ala della Confederazione nazionale delle corporazioni fasciste, parla con sprezzo di chi usa il nome del Comandante per un sindacalismo di tendenza socialista.

Se il Comandante conoscesse di persona, ad uno ad uno, tutti i ventriloqui socialisti che oggi parlano in suo nome […] certo spazzerebbe i mercanti dal tempio e allontanerebbe dal quieto parco di Gardone, ombrato di cipressi severi e colmo di trasparente silenzio, i piagnucolosi mendicanti che gli fanno corona per averne ghiande. (in Malaparte-Ronchi Sucker 1991, p. 314).

È invece lo scrittore Malaparte, il cui nome comincia a girare nel contesto europeo, che sferzante addita il Vate come «lo zero puro», per poi contattarlo (sotto quale spinta?) nel 1928. E la lettera da questi ricevuta atterrerà, negli anni, su diversi terreni. Sarà infatti subito ampiamente divulgata da Malaparte, pubblicata sul primo numero utile, del 15 luglio 1928, de «La Conquista dello Stato», quindicinale del fascismo estremista da lui fondato e diretto. In prima pagina: D’Annunzio strapaesano e cenciaiolo pratese in una lettera a Malaparte. Nel presentare la trascrizione integrale, si scrive di «un documento interessante del sentimento che spinge il Poeta perennemente giovane verso i giovani della nuova generazione letteraria»:

In questa lettera Gabriele si vanta d’essere stato anche lui Cenciaiolo in Santa Trinità di Prato, come il malapartiano Capitano di Sventura, ed annuncia una nuova guerra che, date le premesse, non potrà essere se non strapaesana. Le prossime trasfigurazioni saranno forse quelle dell’arte rinovellata. 

La lettera è sfoggiata, dunque, come ad attestare un avvallo dannunziano di più cause a un tempo, e omettendo la precedente lettera di Malaparte cui il Vate risponde (mai menzionata). Tornerà a galla nel febbraio del 1938, due settimane prima della morte del Vate. Si tratta del numero 4 di «Prospettive», dedicato a La sua politica estera (sua, si intende, si riferisce a Mussolini). Siamo nella prima serie della fortunata rivista, che si distingue per una grafica strepitosa e per un marcato allineamento alla propaganda del regime. L’atteggiamento a proposito di d’Annunzio sembra sintonizzato su quello del Duce: rendere omaggio al Vate, ma senza concedergli alcun protagonismo. Il numero infatti mostra una foto di d’Annunzio a mezza pagina, ritratto nella Roma del giugno 1915; qualche pagina dopo Malaparte firma l’articolo Prato Roccaforte dell’Autarchia:

Chi mai canterà degnamente l’intelligenza, la sobrietà, l’alacrità dei cenciaioli pratesi? […] Due miei libri, i miei due libri più fortunati e più cari, son dedicati alle fatiche e alle virtù di questa mia gente. Nelle pagine felici delle Avventure di un capitano di sventura e nelle poesie dell’Arcitaliano rivivono le tradizioni di questi nobili lavoratori […] Gabriele d’Annunzio, quando ebbe letto quei miei due libri, mi scrisse una lunga e inspirata lettera, piena di elogi e di nostalgia per i cenciaioli pratesi. Essi sono alla base della fortuna industriale di Prato. 

Il 15 ottobre 1939, quando il Vate è morto da più di un anno e la guerra si è fatta strada in Europa, ritorna la lettera del 1928. Questa volta la sede è il n. 8 della seconda serie di «Prospettive», intitolato Senso vietato, nel quale Malaparte rivendica il ruolo degli intellettuali (italiani, in questo caso evidentemente fascisti) in tempo di guerra. Il fantasma di d’Annunzio è rievocato per essere offeso e sminuito: pubblicata all’interno del numero nella trascrizione integrale, con la testimonianza illustrativa dell’originale in tutti i suoi fogli, questa volta la lettera  non è accompagnata da alcun commento, ma è segnata sull’indice come una furba lettera di d’Annunzio a Malaparte. A seguire, brevi «scenette» a firma C. M., intitolate Due momenti dannunziani. Eccone una, per mostrarne il tenore:

Gabriellone al Forte dei Marmi, disteso sulla spiaggia, in costume da bagno a righe bianche e rosse […]. Parla con le figlie dello scultore Hildebrand, e dice «la bellezza greca, l’eredità di Venere, le danzatrici di Eleusi a piedi nudi» e poi se ne va ballonzolando in punta di piedi sulla spiaggia, […] e si tuffa nel mare, sollevando sul pelo delle onde un braccino dal gomito rugoso come il mento di una vecchia.

Nella rubrica Facile a dirsi, inoltre, troviamo un presunto aneddoto dalle Memorie di Vittoria Colonna Duchessa di Sermoneta risalente al 1916, su una fantasia goliardica sul dopoguerra inventata da d’Annunzio. Si spoglia il Vate di ogni magnificenza e autorità, e la lettera sembra la perfetta prova di un orgoglioso rifiuto che smonti l’accusa di un’amara invidia. L’astio antidannunziano, del resto, ha anche in quegli anni una sua diffusione. Nello stesso anno, nel romanzo Una tragedia italiana, Malaparte mette queste parole in bocca a un suo personaggio:

Gli eroi di allora – disse Paolo – non erano in malafede: erano cretini. D’Annunzio li ha presi in giro per mezzo secolo, e non se ne accorgevano nemmeno. Ci han messo cinquant’anni per accorgersi che il loro d’Annunzio non era che un piccolo cafoncello abruzzese.

Eroi e generazioni: due temi che, vedremo, ritorneranno. Il discorso però è a due, e un commento affidato alla voce della sorella di Paolo è senz’altro significativo: «Meglio così […] se si fossero accorti che il vero D’Annunzio era un altro, che il vero D’Annunzio era un grand’uomo, sul serio, un autentico eroe…».
Tra le bozze del Memoriale del 1946, il noto testo pieno di revisionismi autobiografici in cui Malaparte si difende in clima di epurazione, si legge poi:

Nel mio libro Avventure d’un capitano di sventura […] immagino di aver organizzato a Prato una banda di cenciaioli, di essermi messo alla loro testa […]. Gabriele D’Annunzio, quando lesse il mio libro, mi scrisse una piacevolissima lettera nella quale egli pure si finge cenciaiolo pratese, e si vanta di aver trascorso gli anni della sua infanzia non già rinchiuso nel Collegio Cicognini, ma seduto in un fondaco a sceglier stracci in mezzo a una banda di allegri e maneschi cenciaioli.
I toni si sono adesso addolciti, ma l’occasione pare opportuna per rimarcare l’infanzia di tenore più proletario di Malaparte. Il
Vate ritorna tra gli scritti di Malaparte, infine, in un quarto e ultimo tempo: gli anni ’50 della rubrica Battibecco, sul settimanale «Tempo».  Ogni anno, tra il 1953 e il 1955, si ritorna in qualche modo su d’Annunzio, e il primo grande ritorno è proprio su quel possibile incontro nel 1928, quando Malaparte viene «inviato» (immaginiamo sia un affascinante lapsus o refuso) «al Vittoriale da Gabriele d’Annunzio, che non aveva mai avvicinato fino a quel giorno».

Eravamo nel suo studio, e d’Annunzio mi parlava con tristezza, a voce bassa, della malignità, delle calunnie, delle piccole e grandi viltà di cui era stato vittima, sempre da parte non solo dell’ignoranza dei borghesi, grassi e magri, ma anche dell’invidia e della presunzione degli intellettuali. […] Mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi. Aprì un album di ritagli, mi mostrò le vignette e gli articoli apparsi in tanti anni contro di lui. Migliaia. E sporchi, stupidi, vili. […]. I temi più frequenti di quelle sudicerie erano i suoi debiti, i suoi cani, le sue donne. Tutto qui. Che nobili argomenti! E che astio! Che furore! Della sua gloria letteraria, che faceva onore all’Italia e a tutti gli italiani, anche quelli che lo insultavano, nulla, neppure una parola. (Malaparte 1967, p. 101)

Si conservano davvero, al Vittoriale, cartellette di cuoio con recensioni raccolte e postillate da d’Annunzio. È però anche vero che tra questa narrazione e alcune altre sopra menzionate su incontri con celebri scrittori, vi sono certo dei motivi ricorrenti: Malaparte si fa confidente, per esempio, dei momenti di fragilità di Bulgakov (anche lui ritratto con le lacrime agli occhi per l’invidia degli scrittori sovietici), di Majakovskij, ma anche di Pirandello, che in un brano poi pubblicato nelle raccolte postume di Edda Ronchi Suckert con aria triste gli confessa di pensare alla morte. Che si tratti di un breve trafiletto di natura letteraria e di dubbio fondamento biografico è dunque possibile, specie considerando che in una lettera del 1946 destinata a Giuseppe Prezzolini e riportata nelle citate raccolte della sorella racconta di una visita fatta al Vittoriale

che non avevo mai visto, lui vivo. E ho trovato lui morto, che in fondo era molto più simpatico di quando era vivo. (Malaparte-Suckert 1993, p. 147)

Tralasciando le possibilità di una conversazione di cui non è al momento dato sapere, c’è davvero tanto Malaparte in questo rispettoso colpo di coda in omaggio alla memoria del Vate. Forse tanto quanto ce n’era in quella giovanile boutade del 1927.
«È doloroso, e vergognoso, che nelle città italiane sia stato cancellato ogni senso di rispetto per la memoria di d’Annunzio», scrive un Malaparte da poco cinquantenne. (Malaparte 1957, p. 115). Ma non siamo certo a una piena (e pentita) pacificazione col mito dannunziano, dato che tra i trafiletti di quegli anni ritrae ancora il Poeta con «i bracci» come «due ossi di pollo», o che volta scocciato le spalle, insieme ad altri scrittori, alla lettura de La pioggia nel pineto fatta da Maria Melato.
Il dissidio di Malaparte con d’Annunzio non è affatto superficiale, e non andrebbe ridotto a provocatorie irriverenze o fiochi ritorni di fiamma. È il tempo immediatamente successivo alla morte del Poeta, quello della maturità letteraria in evoluzione, dell’accendersi dei focolai internazionali e dell’antidannunzianesimo diffuso, a rivelare certe profondità. Con un testo in particolare, e con degli ossessivi ritorni.

Sarebbe troppo dire che, da ragazzi, abbiamo odiato d’Annunzio

Gabriellone è il titolo di un brano dattiloscritto incompiuto conservato nell’Archivio Malaparte, con quello stesso appellativo (che non definiremmo affettuoso) dei momenti dannunziani su «Prospettive». E pare essere una più ricca riflessione personale sulla figura di d’Annunzio, quasi una glossa a tutte quelle provocazioni senza commento, come la pubblicazione della «furba lettera» e delle scenette su Senso vietato. D’Annunzio e noi pare essere il titolo, di intento più programmatico, scartato e cassato sotto i segni della macchina da scrivere.

Sarebbe troppo dire che abbiamo, da ragazzi, odiato d’Annunzio, come l’odiava gran parte della borghesia italiana, di quella puritana. Ma certo che Gabriele è stato per noi, che abbiamo oggi quarant’anni, che avevamo sedici o quindici anni nel 1915, al tempo del discorso di Quarto, il più odioso, il più insopportabile degli uomini: colui nel quale si assommava e si compendiava tutto lo schifo che in noi destava la borghesia, e gli ideali piccolo-borghesi.
[…] Per quanto possa sembrare strano, a pochi mesi dalla morte di Gabriele, e in bocca a uno scrittore che aveva 8 anni quando fu varata la
Nave, dico che d’Annunzio non è stato il nostro eroe, il nostro primo amore. Nessuno di noi ragazzi si è mai riconosciuto in lui; per quanto mi ricordo, la mia generazione, se la giudico da quei sessanta o cento ragazzi che hanno diviso con me le umiliazioni dell’adolescenza, non era affatto innamorata di d’Annunzio. Non lo considerava neppure «uno scrittore proibito». Non ci veniva neanche la voglia di leggerlo. 

Malaparte qui si apre a una digressione generazionale sulla quale si pronuncia in molte occasioni anche su «Prospettive». Difatti, se su Senso vietato dell’ottobre 1939 attacca d’Annunzio senza articolare considerazioni critiche, torna sulla figura (e in particolare sul tema delle generazioni) nei numeri di febbraio, di marzo, di maggio e di giugno/luglio del 1940. Su I giovani non sanno scrivere specifica che i giovani scrivono in modo diverso dalla generazione di un d’Annunzio (di un Fogazzaro, di un Carducci, di un Pascoli). Ma si riferisce all’autore

del Piacere, dell’Innocente, dei romanzi insomma e delle tragedie, e di gran parte delle Laudi: non del D’Annunzio della Leda senza cigno e del Notturno, che ha fatto tesoro delle esperienze dei giovani, specie dei frammentisti, e ha preso in prestito da noi il nostro linguaggio poetico. (Ronchi Suckert, 1993, p. 63).

Ma del resto, conclude, ciascuna generazione risolve i propri problemi da sé, e «non è certo tenuta a preoccuparsi né della generazione che la precede né di quella che la segue». Tuttavia, su Le muse cretine del marzo 1940 ritorna sul tema dei giovani che innegabilmente mostrano di aver preso sul serio la lezione dei loro maggiori, rifiutando ogni compromesso o contestando l’obbligo al rispetto della tradizione.

È innegabile altresì che i giovani rifiutano quel tipo di cultura, di civiltà, di morale, di umanità, che ha avuto in d’Annunzio, (e in Nietzsche, in Barrès etc.) il suo massimo esemplare letterario. Ma è necessario stabilire dal principio che la reazione a D’Annunzio e al dannunzianesimo non è merito dei giovanissimi. È opera dei maggiori Bontempelli, Cecchi, Baldini, De Robertis, Ungaretti, Palazzeschi e in un certo senso Papini, Soffici etc. […] Il discorso ci condurrebbe troppo discosto […] Ci basti osservare che la reazione dei giovani è di natura assai complessa. Essi reagiscono in vari modi anche nel modo freudiano delle reazioni a repressioni antiche e nuove, a complessi di inferiorità fin qui ignorati e perciò taciuti […]. (ivi, p. 97)

A maggio, su Lana Caprina, dove annuncia con una nota datata giugno che «richiamato e inviato al fronte – benché invalido di guerra – come Capitano del 5° reggimento Alpini» non rinunzia a dirigere la rivista, non manca di precisare che anche come scrittore in guerra vuole distinguersi dal Vate (nominato in prima posizione, sebbene il centro della contestazione sia a seguire Renato Serra).

Non già che io pensi, si badi, che la guerra, per uno scrittore, non abbia altro valore da quello di un’esperienza letteraria. D’Annunzio è morto, e il Testamento di Renato Serra non mi è mai parso […] un testo da proporre come esempio, come insegnamento, alla mia generazione. (ivi, p. 217)

Ed eccoci tornare sullo scontro generazionale sul numero a seguire, Cadaveri squisiti:

È merito degli scrittori della generazione di Cecchi, di Cardarelli, etc. (e della mia) se di un Carducci, di un Pascoli, di un D’Annunzio, se di più di mezzo secolo di poesia non rimane ormai che un gruppo di detriti, un castello di fiches accuratamente scelte e classificate, un immenso casellario di annotazioni filologiche. […] (Il D’Annunzio dei romanzi, delle tragedie, di gran parte delle Laudi, non vale quello della Leda e del Notturno. Il D’Annunzio che conta, cioè, è quello del proprio estremo ripensamento, dell’estrema rinunzia. È quello che si continua in un Cardarelli, in un Cecchi, in un Soffici, in un Ungaretti, in un Landolfi. […] È il D’Annunzio che, tardivamente, per un’improvvisa e non disperata rinunzia alla sua gloria volgare e più facile, al suo orgoglio di bardo nazionale, si accosta ai giovani, assume a proprio il loro credo, e li imita. Estremo e totale ripensamento di se stesso e della propria opera. (ivi, p. 269)

E ancora:

Quel che da noi, ad esempio, si chiama «reazione a D’Annunzio» (ed è un termine improprio, o almeno usato in senso troppo particolare) non è l’equivalente di ciò che in Francia, con termine altrettanto improprio e in un senso altrettanto particolare, si chiama «reazione a Barrès»?  […]  Di tutti i valori cristiani della nostra età, nei quali la mia generazione ha creduto, e crede ancora, forse sopravvive soltanto il «lasciate che i morti seppelliscano i morti». Ed è, mi sembra, già molto. (ivi, p. 270)

Non sono nuove le considerazioni malapartiane sull’opera del d’Annunzio maturo, su una prosa che lo scrittore stesso definì «di ricerca», che l’amico Prezzolini descrisse come «il fenomeno letterario che bisognava mettere in luce» e che Alfredo Gargiulo, in un saggio considerato da Elena Ledda come uno tra i più penetranti saggi scritti “a caldo” e pubblicato sulla «Ronda», avrebbe poi definito come il frutto dell’attenzione del Poeta alla “letteratura giovane”. Ma questo ritorno sul tema generazionale, e sul grande nodo che il Vate rappresenta nello schema, è indubbiamente persistente. Ancor più se pensiamo che nelle sei pagine della bozza dattiloscritta citata torna su questa specularità, da risolvere, tra “d’Annunzio e noi”.

Io appartengo all’ultima generazione schiava, alla prima generazione libera da tutto il ciarpame ottocentesco, libera da d’Annunzio, da Fogazzaro, da Carducci, dallo stesso Pascoli. Fra noi e d’Annunzio vi è la generazione dei Papini, dei Cecchi, dei Baldini, dei Cardarelli, la generazione della Voce, di Lacerba e della Ronda. La generazione, cioè, che prima ha reagito a d’Annunzio, che prima ha riso pubblicamente di lui, che prima gli ha dato l’alto posto che criticamente gli compete, che prima lo ha giudicato come scrittore, non come esteta o uomo d’azione. La Voce, Lacerba, La Ronda, non ostante molti discorsi, non era ancora del tutto libera dalla concezione dannunziana dell’eroe […] Quando Papini scriveva “Un uomo finito” noi avevamo ancora i calzoni corti ed eravamo rimasti al disprezzo borghese per d’Annunzio, accompagnata da una specie di rancore contro l’uomo, meschinissimo, che sciupava e tradiva lo scrittore, grandissimo. […] Curiosa generazione. Eravamo troppo giovani per correr dietro a Marinetti, troppo giovani per correr dietro a Gabriele. Dirò che Gabriele ci scocciava. Il nostro eroe era Papini, per quanto buffa possa sembrare. […] Lui era il maledetto, l’eversore di mura, il profanatore di bordelli, l’antiborghese.

È un’interessante pagina critica, cruda e non controllata. Anche contro Papini, specialmente contro il Papini cattolico, Malaparte scriverà le sue parole dure, ma non è di poco conto che proprio colui che dedicò una delle sue stroncature al d’Annunzio della “Sagra dei Mille” sia annoverato come eroe giovanile. Il resto del dattiloscritto, tra il sottolineare che l’aver studiato al Cicognini non ha influito in alcun modo sul suo rapporto con d’Annunzio (che lì era “morto e sepolto”, esisteva solo Sem Benelli), che come toscano provasse istintiva antipatia verso l’accento abruzzese, gli orpelli, le forzature ridicole della Prato delle Faville del Maglio (proprio quella del volume ricevuto in dono), che tutto di quei suoi gesti, di quel suo «piscio patriottico», era «materia di riso in classe e di profonda e triste noia la notte», lascia la spiegazione logica del distacco per affondare in un’irrazionale e profondo astio. Quel «sarebbe troppo dire che l’abbiamo odiato» che apre il dattiloscritto viene smascherato pagina dopo pagina, il sentimento è sempre più ardente. E come ogni sentimento ardente può raccontare di molte cose.

Possibile che egli avesse così scarsa coscienza morale, così scarso rispetto del suo mestiere, da imbastardirsi e impantanarsi in una girandola di scandali, levrieri, e di donne? Faceva rabbia, tanta da picchiarlo. E faceva rabbia vedere che Dannunziani erano tutti, intorno a lui, tutti i mediocri. 

Il d’Annunzio di Malaparte non aveva nulla di mediocre, men che meno dello “zero puro”. Il Poeta, quei dannunziani che consumavano la sua poesia con gli usi più impropri, «se li sarebbe mangiati tutti».

Tutto gli è andato bene, a Gabriele, tutto, anche le sue imprese più arrischiate o più equivoche: dal discorso di Quarto all’impresa di Fiume, dal Vittoriale degli Italiani, ai suoi funerali. Tutto gli è andato bene, ma secondo uno stile ripugnante, cafonesco, grossolano, ridicolo. In questo giudizio, c’è non solo il giudizio dell’uomo, ma del poeta. Poiché ovviamente le grosse vern[i]ci che egli adoprava per dare éclat alle sue azioni stingevano sulla sua poesia, e tutto n’era imbrattato. 

La ferita che Malaparte confessa sembra quella di un tradimento: d’Annunzio non è l’eroe capovolto che, come da sua celebre definizione del 1922, incarna virtù e vizi che il suo popolo non possiede, “schiaffeggiando” il proprio popolo con grandezze che gli sono estranee, come ha fatto, naturalmente, Garibaldi. D’Annunzio è per lui un Garibaldi che insegue il lusso (e proprio il disinteresse per il denaro era un tanto alto punto di merito dell’eroe risorgimentale) e certe futilità della borghesia italiana. Quella somiglianza a Garibaldi è ancora un punto doloroso. E il Malaparte quarantenne, ricordando il ragazzino che prendeva lezioni dal poeta Bino Binazzi, «così fine, così probo, così sobrio», ricorda l’affetto amareggiato verso d’Annunzio che quel maestro gli aveva trasmesso, «non già filiale, ma fraterno […] come per un fratello maggiore di anni e di gloria [c]he per mal di carattere devia e minaccia di finir male».

Una volta disse «bisognerebbe pigliarlo a calci nel culo» e fu quando Gabriele andò a Quarto, e fra tube lucide, fra redingotes rigide, contornato di prefetti, di senatori, di deputati, di imbecilli mitrati e intubati e sussiegosi, (c’è una fotografia di quella cerimonia che fa piangere) pronunciò quel disgraziato discorso, che a noi giovinetti, già, si può dire, con un piede in trincea, fece male al ventre. «A calci nel culo», ripeteva Binazzi. E c’era nelle sue parole un grande e vivo e sincero dolore, lo stesso che ho provato io più volte in seguito, qu[a]ndo Gabriele sciupava la bellezza delle sue azioni di guerra con tutto quel ciarpame retorico […]. 

Ecco il riconoscimento ammesso tra i denti della bellezza (naturalmente innegabile) delle azioni eroiche dannunziane. E della poesia, che poc’anzi era stata definita come “imbrattata” dalle vernici di un’ampollosa retorica.

Dopo le Faville e le Canzoni, le pagine che mi caddero sotto gli occhi furon quelle della «Contemplazione» e della «Leda senza Cigno». […] mi impressionarono profondamente, dico che mi commossero. E mi suscitarono in cuore una rabbia, un rancore, da non dirsi.

Infine, dietro alle ben articolate considerazioni sul superamento generazionale, una lettera d’amore, di cui non ci è nota la destinazione finale. E nella vita di Malaparte, tra le sue donne amate con distacco, i suoi più che amatissimi randagi e mai levrieri, la sua Casa Malaparte di una bellezza spoglia, minimalista e scomoda, i suoi romanzi crudeli, le sue imprese da combattente e da reporter che sebbene più che vantate parevano sputare in faccia alle forme della celebrazione retorica, chissà quanta parte ha avuto questo eroe non capovolto, questo amore percepito come tradito.

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