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Il In Is

Il libro segreto

di Andrea Zanoni, Enciclopedia dannunziana

Contesto biografico

Le Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire: con questo titolo, grave ed evocativo, d’Annunzio licenziò nel 1935 una delle opere più emblematiche delle Prose di ricerca, nonché una delle più singolari del suo intero repertorio, meglio nota nella forma abbreviata di Libro segreto. Benché anteriore all’uscita di Teneo te Africa e Le dit du sourd et muet, apparsi entrambi nel 1936, il Libro segreto costituisce l’ultimo testo di rilievo firmato dall’abruzzese: la sua pubblicazione si colloca nella fase crepuscolare della vita e della parabola letteraria di d’Annunzio, offrendosi come testimonianza di un bilancio individuale non più procrastinabile e sancendo la dissoluzione definitiva del suo mito agiobiografico, sul quale ora si distende, sempre più angosciosa, l’ombra di una crisi al contempo poetica ed esistenziale. Una crisi che culminerà, negli snodi finali dello scritto, in un’auto-inferta damnatio memoriae, contraddistinta dalla disgustata repulsione di sé e dal rinnegamento totale di quella vita che, un tempo, pure si pregiava di proclamare «inimitabile». Confesserà, infatti: «odio il mio vivere chiamato inimitabile» (EN, x, p. LXIV). Per poi asserire:

Questo ferale taedium vitae mi viene dalla necessità di sottrarmi al fastidio – che oggi è quasi l’orrore – d’essere stato e di essere Gabriele d’Annunzio, legato all’esistenza dell’uomo e dell’artista e dell’eroe Gabriele d’Annunzio, avvinto al passato e costretto al futuro di essa esistenza. (EN, 199, p. 306)

Riemerso da un lungo silenzio creativo (settennale, se si considera che il secondo tomo delle Faville del maglio uscì per Treves nel 1928), d’Annunzio aveva da poco toccato i 72 anni quando decise di consegnare ai lettori i frutti della sua estrema fatica letteraria: un prosimetro autobiografico e introspettivo, ben distante dai fervori superomistici di cui si era alimentata gran parte della sua produzione precedente. Escluso ormai da un pezzo dalle prime scene, vive asserragliato nella prigione dorata del Vittoriale, tristemente rassegnato ad «una solitudine selvaggia e raffinata» (EN, 111, p. 230), dove il culto dello sfarzo e il vizio sfrenato dell’accumulo adombrano il bisogno di compensare una lacerante sensazione di vuoto. Ritirato «nella più impenetrabile clausura» (DS, p. 214), il poeta ha ridotto drasticamente i contatti e si aggira come uno spettro tra le stanze labirintiche della sua tetra dimora: «mi smarrisco nel mio eremo come in un labirinto sinistro, come in un errore inestricabile» (EN, 76, p. 132). La ricerca dell’isolamento, palliativo per l’anima affranta, è divenuta una necessità impellente, connotata da una cronica sensazione di malinconia («mi annego nella malinconia»; EN, 197, p. 305) e da un ardente bisogno di quiete, indispensabile alla meditazione. Versa in una grigia condizione di stasi, in perenne oscillazione tra celebrazione dei fasti passati e l’incombere opprimente di un’«ansia oscura» (EN, 27, p. 47), che prelude all’imminenza della fine: era la fine, «se non proprio della vita, di tutto quello che sino ad allora aveva costituito per lui la ragione della vita stessa, la “vivendi causa”» (DS, p. 807). D’Annunzio avverte con lucidità il precipitare della situazione: «è tempo di morire: tempus moriendi» (EN, 90, p. 193), sentenzia con una citazione dall’Ecclesiaste, libro non per nulla tra i più disillusi del canone veterotestamentario. È una persuasione radicata nel profondo, che occupa una parte preponderante delle sue rimuginazioni quotidiane, tanto che periodicamente «colla più grande convinzione e serietà annuncia che la sua morte è ormai cosa certa per il mese seguente» (DS, p. 808). Il Comandante è ormai vecchio, non ha più appetito, e si nutre di ricordi lontani: gli stessi di cui è popolato il Libro segreto, e che ad ogni flebile affioramento lo gettano nello sconforto più cupo per un’esistenza ormai svuotata di ogni senso. Con notevole acume autodiagnostico, riconduce le cause del suo disagio ad una profonda dissonanza interiore: «So che le cause del mio male sono nell’oscurità del mio spirito. […] v’è, se io sono infermo, un fallo d’armonia non nella mia carcassa ma nella mia anima» (EN, 123, p. 246). Ma non v’è rimedio per un cuore a tal punto avvilito. Il sesso, non più fonte di sollievo, si riduce ad anestetico inane, che non attenua il senso di desolazione ma lo acuisce («la tristezza severa dell’orgia»; EN, 58, p. 101), mentre i dispiaceri vengono affogati nel consumo crescente degli stupefacenti. Persino i momenti di svago, come le escursioni tra le acque del Garda, non valgono a lenirne i malesseri, ma anzi si tramutano in epifanie esiziali, che spargono nell’aria l’odore acre della morte: «Penosamente vogando sul lago penso alla vogata sul Lete» (LN, p. 30). «Sono come un’ombra a traverso la porta di bronzo, non viva né morta» (EN, 136, p. 256), annota di sé, afflitto da un dolore che riecheggia il martirio delle grandi eroine tragiche del mito (Alcesti, Antigone…), vive nel corpo, esanimi nello spirito. Incapace di fronteggiare un simile sgomento, non gli resta che implorare aiuto: «Gian Carlo, proteggimi. Soffro come non ho mai sofferto nella mia travagliata vita» (FL, p. 350), scrive a Maroni, mostrando una vulnerabilità a tratti puerile, con cui forse espiava gli sfrontati slanci del Notturno, che gli facevano affermare di «Non [aver] mai avuto paura di soffrire» (NT, p. 114). Si insinuano nella sua mente pensieri subdolamente intrusivi, gravidi della più nera disperazione, i quali, come si può evincere da una missiva a Ines Pradella, lo spingono ad accarezzare l’idea di mettere un punto fermo ai propri tormenti: «Fiammetta, oggi patisco uno di quegli accessi di malinconia mortali, che mi fanno temere di me; poiché è predestinato che io mi uccida» (Levante 1996, p. 492). «Indicibilmente stanco» (DS, p. 806), messo in ginocchio da un’estenuante prostrazione morale, anche la scrittura è diventata un’occupazione sfiancante: benché ancora infiammato da balenanti ispirazioni poetiche, fermate di getto con tanta urgenza per poi essere subito disperse nell’oblio, il Vate non è tuttavia più in grado di reggere l’impegno laborioso della progettazione, né di guidare le proprie intuizioni oltre il raptus fugace del momento, in direzione di un disegno compiuto e strutturato. Lo aveva ben compreso Tom Antongini:

Checché d’Annunzio dica, sostenga ed affermi, egli non è più in condizioni di scrivere un’opera organica, una opera «di lungo respiro». Non già perché gliene manchi il genio creativo né l’ispirazione: gli manca semplicemente la volontà, un giorno ferrea, che lo curvava sulle carte per dieci, quindici, talvolta venti ore di seguito, senza un attimo d’interruzione. (DS, p. 809)

E lo sapeva bene anche d’Annunzio, per cui, nonostante tutto, non era ancora giunto il momento di votarsi al silenzio. Ravvivato da un estremo afflato creativo («Odo le ultime parole del Despota»; EN, 31, p. 59), si appresta a intonare il canto del cigno: in un’affannosa corsa contro il tempo, recupera appunti dimenticati, abbozzi di progetti incompiuti, annotazioni sparse nei taccuini, versi trascritti nel torpore del dormiveglia e un’ampia gamma di altri materiali eterogenei, i quali, riuniti in un impianto organico, confluiranno in un capolavoro unico nel suo non-genere di appartenenza, in tensione costante tra autobiografia e prosa intimistica, tra scrittura celebrativa e illuminazione aforistica. Vergate per i posteri, da lui che si definiva «postero di sé stesso» (EN, 88, p. 176), d’Annunzio offre al suo pubblico le schegge di un’esistenza vissuta e rimeditata, emulo forse del Petrarca dei Fragmenta e dell’epistola Posteritati. Chi pensa però di trovare in queste «note segrete» (EN, 88, p. 176) pettegolezzi scottanti o scoop da prima pagina rimarrà deluso, dacché l’autore avverte sin dalle prime battute di diffonderle «non a confessione ma a rivelazione di sé medesimo» (EN, p. f). Non vi sarà dunque spazio per frivole indiscrezioni; sui propri affari l’abruzzese manterrà un rigido riserbo: «Certo io non vorrò mai raccontare quel che so e che voi ignorate né conoscerete mai.   io ve lo dico senza rancore e senza orgoglio, pacatamente: mai» (EN, 162, p. 273). Perché infinitamente più prezioso è il lascito umano di d’Annunzio: un testamento spirituale che, siglando il passaggio definitivo da una poetica dell’azione a una scrittura ripiegata sulla dimensione del sé, schiude poco a poco il cuore incandescente delle sue estreme verità, da cui fluiscono pagine «non retoriche ma vive» (Praz 1963, p. 222).

Edizioni e varianti

La pubblicazione del Libro segreto si articolò in due edizioni, stampate entrambe nel 1935. La prima apparve per Mondadori verso fine giugno, lanciata da una campagna promozionale che, proiettata su larga scala, le assicurò un’istantanea risonanza mediatica: la notizia dell’imminente uscita fu diramata dai principali quotidiani italiani, ma suscitò nondimeno vasta eco nella stampa internazionale, tenendo tutti in sospeso fino all’esposizione in libreria, avvenuta il 25. Esemplata sul modello delle lapidi funerarie, la sovracoperta sfoggiava una linea estetica dal forte impatto simbolico-visivo, vergata con solenni caratteri in capitale e listata a lutto da marcate bande nere: «Tutto il frontespizio deve avere l’aspetto di una lapide» (DM, p. 304), scrive d’Annunzio a Mondadori il 19 febbraio 1935. Il confezionamento editoriale rispose così a una ricerca grafica oculata, volta a trasmettere anche nel design le vibrazioni pulsanti di quell’inquietudine stilistica e identitaria che individua nel tema lugubre della morte il suo motivo nevralgico. La seconda edizione, invece, che trasmette la versione ne varietur e fu sfornata, sempre per Mondadori, dalle Officine Bodoniane di Verona, vide la luce in novembre all’interno della prestigiosa collana dell’Edizione Nazionale. Quest’ultima si classifica come una riproduzione della princeps: ne conserva infatti i criteri di numerazione dei fogli, diversificati per ciascuna delle tre sezioni (lettere alfabetiche per l’Avvertimento; numeri romani per Via crucis, via necis, via nubis; cifre arabe per Regimen hinc animi) e mantiene il carattere tondo per i versi poetici qua e là intercalati, delegando al corsivo le sole pagine prefatorie dell’Avvertimento. Problemi più spigolosi affiorano invece sul piano ecdotico, precisamente dall’analisi delle varianti, la cui fisionomia contribuisce a rendere il Libro segreto un testo sui generis anche sotto l’aspetto filologico. Sebbene non siano mai stati condotti dei controlli sistematici, gli studiosi sono concordi nel ritenere che le due edizioni «non recano varianti d’autore» (LS, p. 41). Le operazioni di collazione restituiscono però i contorni di un quadro più sfaccettato, dal momento che i due testi presentano, oltre a divergenze interpuntive e diacritiche di minore entità, svariate discontinuità di lezione, alla cui eziologia non è sempre facile risalire. Alcune di queste paiono derubricabili a sviste di natura compositoriale, come testimonia il passo in cui viene menzionato il deputato romano Francesco Coccapieller, il cui cognome, corretto in P, viene alterato da EN in un francesizzante ma inesistente «Coccapellier» (EN, 90, p. 188). È noto, del resto, che la correzione delle bozze del Libro segreto fu vissuta da d’Annunzio come una sfida psicologicamente snervante, un «intimo supplizio» (DM, p. 319) che lo costrinse infine a capitolare: «Questa mia prosa, certo, è insolita e difficile. Non assomiglia alla mia prosa di ieri. Per ciò gli errori sono inevitabili» (DM, p. 320). Esausto, ingiungeva a Renato Mondadori di procedere alla pubblicazione del volume, a costo di immetterlo sul mercato senza una completa ripulitura dei refusi:

Carissimo Remo,
sono sfinito, e quasi accecato. Ho dato tutto me senza speranza contro l’inesorabile Fato dell’Errore. Non posso dar più nulla. Bisogna stampare il libro. Il pericolo è appunto nelle correzioni; cosicché io ho evitato (contro voglia) di far modificazioni di testo. […] Non è responsabile alcuno.
(DM, p. 320)

Le lampanti inesattezze a cui si è accennato sono quindi intervallate da incongruenze più ambigue, in cui la linea di demarcazione tra guasto meccanico e rielaborazione d’autore appare sfumata e non sempre tracciabile con nettezza. Alcune di queste colpiscono singoli lessemi, ora ritoccati nella resa grafica (P, 23, p. 53: «recusando» → EN, 23, p. 41: «ricusando»), ora soppiantati da nuovi termini (P, 27, p. 62: «oblioso e folto» → EN, 27, p. 47: «odioso e profondo»); altre tramandano invece ben più rilevanti difformità sostanziali. Ne riportiamo alcuni esempi, auspicando che un censimento integrale delle varianti venga presto effettuato, così da condurre ad una restitutio che rispecchi con sicurezza la definitiva volontà autoriale:

P, 80, p. 198: «… Cattaro. disperatissima. / Riuscirà. si compirà». → EN, 80,  p. 140: … Cattaro.  si compirà»;

P, 93, p. 222: «dove gli apparecchi erano carichi di bombe e gli spiriti erano pronti a tutto!» → EN,pp. 156-157: «dove gli spiriti erano pronti a tutto!»; 

P,175, p.425: «entro me sin dal limitare della puerizia, sin da certi» → EN, 175, p. 296: «entro me sin da certi».

Genesi

È a Pietro Gibellini che si deve la riscoperta del Libro segreto, avvenuta sul finire degli anni Settanta con la pubblicazione di Preistoria intima e storia esterna del «Libro segreto» di Gabriele d’Annunzio (1977), contributo propedeutico all’edizione critica (tutt’ora inedita), attraverso il quale lo studioso bresciano riportava l’attenzione sull’opera, ricostruendone l’articolato itinerario genetico. Vi affermava che «La storia del Libro segreto, come e più della storia di altri testi dannunziani, si può definire storia segreta» (PI, p. 111), mettendo subito in risalto la natura intrinsecamente ambivalente del volume. Il Libro segreto denota infatti una marcata asimmetria elaborativa, diviso com’è tra una lunga preistoria potenziale e una fase esecutiva sorprendentemente concentrata, consumatasi tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1935. Se la vicenda dell’actum segue dunque una traiettoria nel complesso lineare, quella in potentia non procede per tappe altrettanto scandite, ma si snoda lungo un tracciato tortuoso, costellato di annunci, pause e continui ripensamenti. Nel solco di questa lenta incubazione si colloca anzitutto la storia ideale del titolo, che precede di molto la concreta volontà editoriale. Le sue radici affondano già nelle letture adolescenziali: l’incipit della Vita nova offre il nucleo embrionale di una trattazione intimistica, mentre il Secretum petrarchesco indica la via del dialogo introspettivo, che matura sotto il segno dell’esame morale. Nella produzione dannunziana il sintagma «libro segreto» affiora a più riprese, come un motivo sotterraneo che gradualmente si precisa: dal Piacere al Solus ad solam; dalla Favilla del 3 marzo 1912 alla Leda senza cigno, sino alla Licenza, caricandosi via via di differenti sfumature concettuali. Altrettanto significativi, benché meno sottolineati dalla critica, sono poi i rimandi nell’Innocente al romanzo Il Segreto di Filippo Arborio, da cui traspare la fascinazione per una prosa autoanalitica e confessionale. La svolta avviene tuttavia nell’Avvertimento al volume I delle Faville del maglio, dove d’Annunzio rivela di aver sfogliato in passato un codice del trecentesco Goro di Stagio Dati, recante l’intitolazione «libro segreto», e di averne tratto spunto per l’allestimento di un propria cartella personale, contrassegnata dal motto Regimen hinc animi, in cui avrebbe raccolto nel tempo annotazioni sparse e carte eterogenee. In questo frangente, il titolo cessa di essere pura immagine e diviene un’idea operativa, saldamente connessa all’architettura delle stesse Faville, di cui il Segreto rappresentava la spontanea prosecuzione trilogica, dovendone costituire il terzo tomo più volte annunciato. Sul piano propriamente progettuale, il Libro segreto si innesta nel cantiere di un altro lavoro: la Favola breve della mia vita lunga, autobiografia promessa all’editore americano John Holroyd Reece, a cui d’Annunzio ne cede la proprietà il 18 dicembre 1929, prevedendo di consegnare entro la primavera del 1930 uno scritto di circa trecento/trecentocinquanta pagine. L’aspirazione è ad un’autobiografia di stampo classico, lineare e organica, destinata anche al pubblico internazionale; ma di lì a poco qualcosa si incrina, e il progetto, arenatosi, finisce per confluire nell’impianto di un’altra opera, Erbe, parole e pietre, annunciata già nel 1930 dalla stampa come compendio di «tutti i frammenti, tutti i pensieri, tutte le sensazioni di dolore e di bellezza, di morte e di vita» (PI, p. 118) dell’autore. A conferma di questa definitiva rifusione, è una missiva inviata nell’ottobre 1933 a Domenico Bartolini, dove d’Annunzio chiarisce che la Favola breve si è ormai «conversa in quella somma di esplorazioni e introspezioni intitolata “Erbe, parole e pietre divisa in tre tomi» (PI, 116). Se ne evince che il programma di un’autobiografia tradizionale è sfumato: al suo posto sembra affermarsi una scrittura per addensamenti e nuclei meditativi, da cui traluce un assetto testuale in linea con il frammentismo introspettivo del futuro Segreto. Progetti annunciati, idee vagheggiate e titoli alternativi si accavallano di continuo, mentre le carte si accumulano vertiginosamente senza trovare un principio d’ordine (DS, p. 809: «I fogli che egli va riempiendo, giorno per giorno, di frammenti, di pensieri, di versi e di epigrammi, e che, accumulati da anni, sommano oggi a migliaia»). È solo nel novembre 1934 che la vicenda ipotetica del Libro segreto cede il passo alla sua storia fattuale. Il 25 d’Annunzio annuncia a Mondadori l’invio del primo plico di fogli per la stampa: «Mio caro Arnoldo, / la prima scelta fra le migliaia di pagine m’è stata più difficile ch’io non mi attendessi. Ma ecco che posso stasera consegnare ad Alberto le prime quaranta: definitive» (DM, p. 298). Come si può desumere, il problema nodale è ora la scelta: occorre selezionare, riorganizzare, sfoltire un cumulo di carte caotiche per sottoporle a una riscrittura che ne rafforzi la coesione. Questa lettera è poi importante per altre due ragioni: da un lato segnando la svolta nominale dell’opera, dacché d’Annunzio riferisce di voler «Abbandona[re] il titolo Erbe, parole e pietre» per pubblicare in sua vece «la massima parte del Segreto» (DM, p. 298); dall’altro esplicitando gli innovativi criteri redazionali a cui gli stampatori si sarebbero dovuti attenere, e che avrebbero reso il Segreto un unicum anche sul versante della sperimentazione tipografica. Sulle prime, d’Annunzio confida di stamparlo entro «la Natività infausta» (DM, p. 299), ma è presto costretto a differirne l’uscita: il volume lievita infatti oltre le trecento pagine inizialmente previste, deputate peraltro a sciogliere l’annoso dilemma del titolo, allora fissato in Trecento pagine…. Salvo poi doverlo riadattare in extremis, poiché – come informa un telegramma del 22 aprile 1935 – il testo tocca ormai le «ottocento carte» (DM, p. 308), che la formattazione dovrà restringere a quattrocento, cifra perifrasticamente allusa dalla repentina modifica del titolo, stavolta davvero definitiva: Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire. A fine maggio il poeta riceve le bozze di Avvertimento e Via crucis e, nei giorni seguenti, procede con sollecitudine alla revisione testuale. Il 7 giugno discute con Remo Mondadori di alcuni errori tipografici, mostrando una pungente amarezza per gli inevitabili refusi, ma concede comunque l’imprimatur. Il 19 le copie dell’edizione definitiva vengono spedite a Gardone; il 25 il libro è in vendita.

Struttura

«L’ordine in cui il lettore incontra le tre parti è comunque inverso a quello della loro genesi: il Segreto nacque dal nucleo originario del Regimen, cui furono premessi prima la Via crucis e infine l’Avvertimento» (LS, p. 8). Gli studi di Pietro Gibellini mostrano come l’architettura ternaria del Libro segreto non derivi da una stesura sequenziale delle sue parti costitutive, ma scaturisca da un montaggio a ritroso, in cui la successione dei capitoli rovescia l’ordine cronologico del loro allestimento. L’Avvertimento, prima e più breve sezione, è in realtà l’ultima a cui d’Annunzio pose mano. Assolve ad una funzione diegetica e metatestuale, volta a giustificare la pubblicazione delle sue carte private. Nella fittizia cornice narrativa, a diffonderle non è infatti l’abruzzese in persona, bensì un emissario dell’amico e compositore Gian Francesco Malipiero: l’Angelo Cocles che svetta in copertina in qualità di curatore, giunto da Asolo in visita al Vittoriale. Sorta di eteronimo partorito dall’estro visionario di d’Annunzio, questo personaggio incarna un trasparente alter ego dell’autore che, riaffermando la sua duplice natura di ànghelos (‘nunzio’) e cocles (‘orbo’), rende omaggio alla poetica misticheggiante dell’«Orbo veggente». Colpevole di aver sbirciato con troppa invadenza tra i fogli affastellati sulla scrivania dell’Officina, l’asolano avrebbe suscitato la collera del Comandante, che li avrebbe scagliati ai suoi piedi poco prima di darsi la morte. In che modo? Precipitandosi dal balcone, secondo una dinamica nient’affatto casuale, bensì ispirata ad un preciso evento biografico: la misteriosa caduta dalla finestra del 13 agosto 1922, qui riproposta in chiave suicidaria, che se da un lato impedì al poeta di presenziare allo storico incontro con Nitti e Mussolini, dall’altro fruttò un avantesto cruciale per l’ideazione di quella poetica frammentistica di cui il Segreto è figlio, ovvero i diari della convalescenza redatti dai medici Antonio Duse e Mario Donati, riletti dall’abruzzese all’indomani della guarigione e messi presto a profitto. D’Annunzio allude scopertamente al chiacchierato episodio, fornendone i puntuali rinvii cronologici, tra cui la data dell’incidente («La SERA del dì tredici d’agosto») e quella, non esplicitata ma desumibile per sottrazione, del discorso di palazzo Marino del 3 agosto («dieci giorni dopo l’arringa improvvisa agli ‘uomini milanesi’»; EN, p. c), inoltre corredate dai dati del bollettino clinico emesso il 14, riportati con «lievi ma significative varianti che mostrano una tendenza alla drammatizzazione» (LS, p. 53). «Avendo custodito per tredici anni le viventi pagine» e «non più resist[endo] al desiderio di darle in luce» (EN, p. H), Angelo Cocles si risolve infine a editarle, in data 5 maggio: giorno doppiamente simbolico, dacché vi ricorrono sia la morte del compianto Napoleone che l’infuocata arringa di Quarto, con cui il poeta-soldato incitava l’Italia all’ingresso in guerra.
Seconda sia per ordine di comparsa che per estensione, la sezione Via crucis, via necis, via nubis si articola in undici stazioni biografiche o – stando alla definizione che ne diede l’autore – in undici «studii della morte» (EN, vi, p. XXVIII), consistenti in una selezione di episodi iniziatici all’impenetrabile mistero tanatologico: non tradizionali capitoli, dunque, ma circoscritte enclaves di un itinerario esistenziale, orientato ad una progressiva familiarizzazione con l’ineluttabilità della fine. Disposti secondo una progressione cronologica, i frammenti trascelti abbracciano l’intero arco di vita del pescarese – dai primi istanti di vita fino all’atto conclusivo del «sacrifizio espiatorio» (EN, xi, p. LXXV), figurato dal fittizio suicidio –, dando forma ad una cupa anti-biografia, in cui l’esperienza individuale viene riletta all’insegna del presagio nefasto e della dannazione. Riflessioni, snodi e ricordi non concorrono alla costruzione di un racconto completo, ma aspirano piuttosto a inquadrare le manifestazioni di una forza oscura e magnetica, che non ha mai cessato di insidiare il cammino del poeta: Thanatos, entità ineffabile che, nel sistema freudiano, designava l’irriducibile ‘pulsione di morte’, elevata nel Libro segreto a componente identitaria e insopprimibile del daímon dannunziano. Ed è proprio questa istanza a dirigere il focus espositivo verso una predestinata consunzione dell’Io, percepita come ineludibile e, in certa misura, inconsciamente ricercata, per sola «elezione di dolore e per vocazione di martirio» (EN, VII, p. XXXV). I bozzetti inanellati nella Via crucis si presentano così come fotogrammi isolati e privi di saldi raccordi narrativi, affrescati come epifanie fulminee di un legame precoce e simbiotico con il fascino perturbante della morte. Deciso e ormai non più solo «tentato di morire», d’Annunzio li riesamina cercando di cogliervi un nesso risolutivo, che giunge infine da una reinterpretazione in negativo del proprio percorso, in cui può scorgere una fitta concatenazione di eventi premonitori, emblematici di un’innata vocazione all’auto-annientamento. A cominciare dalla nascita, sfiorata dalla tragedia a causa del cordone ombelicale che, strettosi attorno al suo collo, rischiò di soffocarlo: cristallino segnale di un destino maledetto, inscritto ab origine sotto una «costellazione funesta» (EN, x, p. LXIX).
L’architettura del volume converge infine nel Regimen hinc animi, macro-sezione che per ampiezza
e densità tematica costituisce il cuore dell’intera opera, presentandosi come un corpus di 208 frammenti, risalenti a epoche diverse e caratterizzati da un’estensione variabile. Abbracciando una mise en page che accentua l’autonomia delle singole unità testuali, la sequenza dei lacerti è gerarchizzata mediante uno stacco interlineare netto, mentre l’incipit è rimarcato da un capolettera in grassetto e dal ricorso al maiuscoletto per la trascrizione della prima o delle prime due parole. I frammenti intessono nel loro insieme un ordito volutamente franto, disponendosi secondo un principio di libera giustapposizione. Non mancano, del resto, indizi della natura mobile e asistematica di questo montaggio, dacché la circolazione autonoma dei cartigli produce talora involontarie duplicazioni, come mostra EN, 10, p. 19 («ORA che so alfine…»), reimpiegato in modo pressoché identico a EN, 158, p. 272, o ancora EN, 25, p. 46 («CHI MAI…»), che ricompare con lieve variatio a EN, 189, p. 301. Classificandosi come un prosimetro, il Regimen ospita intermezzi poetici di varia estrazione e natura: d’Annunzio vi inserisce passi di autori ammirati, ma anche di liriche proprie, edite e inedite, conosciute e meno note. Tra questi si distingue il Carmen votivum, poemetto in 27 sestine dedicato all’attrice Elena Sangro (ribattezzata Zancle), composto nel 1927 e pubblicato da Mondadori nel 1931. Si caratterizza per una spiccata vena lasciva (vi sono rievocati, in chiave trasfigurata e sensuale, gli amplessi con la destinataria), in cui la materia erotica si innerva di raffinati echi della lirica greca, che ne elevano il dettato entro una dimensione di colta risonanza classica.

Stile

Lo stile del Libro segreto rappresenta l’approdo conclusivo di una lunga sperimentazione formale, da intendersi non come esito contingente di un esaurimento creativo, bensì come espressione pienamente consapevole di un programma poetico maturato nel tempo. Il frammentismo che ne caratterizza la prosa non si limita infatti ad una scelta tecnica, ma assume il valore di un principio conoscitivo: strumento retorico volto a registrare le sottili incrinature dell’Io, a inseguire le discontinuità della psiche, a restituire sulla pagina il flusso intermittente della coscienza. In tale prospettiva, l’opera si afferma come una declinazione autonoma di ciò che la critica novecentesca ha definito stream of consciousness, ossia costruzione linguistica capace di simulare l’andamento libero e associativo del pensiero. Alla base di questo orientamento si colloca una convinzione maturata sin dall’incontro con le teorie di Paul Bourget, ovvero l’inadeguatezza delle forme narrative tradizionali a rappresentare la complessità dei processi psichici. Nel Libro segreto questa diagnosi si traduce in una discussione teorica sulla crisi della parola letteraria e sulla necessità di una sua riforma. Il testo diviene quindi spazio di riflessione metapoetica, nel quale l’autore tematizza apertamente il divario tra l’esperienza interiore e gli strumenti linguistici deputati ad esprimerla:

sembra che per la rappresentazione dell’uomo interiore e delle forze invisibili un’arte della parola debba ancóra esser creata su l’abolizione totale della consuetudine letteraria.   comprendo come taluno artista consapevole di questa necessità abbia incominciato col sovvertire le leggi grammaticali e specie quelle del costrutto, che impongono alle parole una dipendenza conseguenza e convenienza fittizie.   ma con qual risultato?   le più arcane comunanze dell’anima con le cose non possono esser colte, fino a oggi, se non nelle pause; che sono le parole del silenzio. […] / Si può affermare che tra la nostra vera occulta vita e la parola elaborata non esiste concordia alcuna. (EN, 67, p. 112-113)

Di fronte all’opacità della vita psichica, la lingua appare irrigidita in convenzioni incapaci di restituire la profondità dei moti dell’anima. Ne deriva l’esigenza di una rifondazione che non si limiti ad affinare i mezzi espressivi della prosa moderna, ma che ne metta in discussione i presupposti strutturali. Da qui l’abbandono di un impianto narrativo coeso, regolato dall’equilibrio classico della concinnitas, in favore del frammento quale unità privilegiata del discorso. La scrittura rinuncia pertanto ad uno sviluppo lineare per articolarsi in una costellazione di nuclei indipendenti, ciascuno dei quali fissa un’istantanea del vissuto interno senza doverla ricondurre entro una sintesi ordinatrice. Questa ridefinizione del rapporto lingua-coscienza investe anzitutto la sintassi, sottoposta ad un processo di rarefazione che incrina l’architettura periodica tradizionale mediante ellissi, sospensioni e fratture, evidenziando una marcata tendenza alla paratassi. Il dettato si snoda per segmenti giustapposti, mentre l’impalcatura subordinativa risulta fortemente assottigliata, quando non del tutto disarticolata. A questa scompaginazione si accompagna un selettivo preziosismo lessicale: forme arcaizzanti, latinismi, hapax concorrono a concentrare nel singolo lemma la massima densità semantica e fonica, secondo una tensione espressiva che valorizza l’intensità del pathos. Parallelamente, anche l’assetto grafico del testo è oggetto di una revisione sistematica, volta a rimodellare il ritmo visivo e respiratorio della pagina: vengono aboliti i corsivi, le virgolette doppie sono sostituite da apici semplici e la punteggiatura è piegata ad un uso idiosincratico, in cui il punto fermo debole – non implicante a capo – è seguito da uno spazio doppio e dall’iniziale minuscola della parola successiva (cfr. DM, p. 299). Un esempio:

Splenium!   era una sorta di erba che alleviava il male della milza.   ma in questo esametro splenia non ha il significato di nèi artificiali?   ‘grains de beauté? mouches’?   uhm!   e quel ‘linunt’?   uhm!  (EN, 97, p. 222) 

L’origine di questa restaurazione formale va rintracciata lungo un asse che muove dal Notturno, attraversa i diari della convalescenza del 1922 e, dopo essersi affinata nelle Faville del maglio, trova compimento nella disgregazione prosastica del Libro segreto. Nel «commentario delle tenebre» la scrittura per cartigli sciolti nasce da un impedimento contingente, dato dalla difficoltà di comporre dopo l’incidente aviatorio del 1916, che costringe il poeta a una cecità temporanea tra le mura della Casetta Rossa. A questo stadio, il frammentismo non è ancora l’esito di una teorizzazione ponderata, ma un espediente occasionale, in cui pure germina il seme originario della trasformazione: «Imparo un’arte nuova» (NT, p. 4). Solo retrospettivamente, e proprio nel Libro segreto, d’Annunzio riconoscerà la portata fondativa di quell’intuizione, celebrandola come frangente d’innesco del proprio rinnovamento stilistico: «ritrovo la veggenza del cieco che vergò le diecimila liste del ‘Notturno’.   riconfermo quel che nel ‘Notturno’ fu divinato’» (EN, 168, p. 280). Il passaggio decisivo verso l’assorbimento di questa trasfigurazione si realizza tuttavia nei diari clinici del ’22, che fungono da cerniera tra l’estemporaneità del Notturno e la tardiva normazione teorica del Segreto: in queste annotazioni la parola fluisce in uno spazio liminare tra infermità e deliquio, dove il poeta, nuovamente degente, si trova immerso in una percezione alterata della realtà, prossima a una dimensione visionaria e arcana. La rilettura di questi materiali offre a d’Annunzio il modello di una scrittura criptica e incisiva, quasi stenografica, capace di racchiudere in «due o tre piccole parole […] tutto intero il mio stato d’animo» (AC, p. 88), nonché di attingere alla sorgente occulta di «certi misteri labili, certi aspetti fuggevoli del mondo inespresso» (EN, 9, p. 18). Con oltre un decennio di anticipo, si preannunciava in nuce quello «stile lapidario» (EN, XI, p. LXXVI) ed ermetico («queste note segrete, e veramente esoteriche»; EN, 88, p. 176) che nel Libro segreto diverrà il veicolo privilegiato di una poetica a tinte crepuscolari, in cui oscurità, trance sensoriale e captazione medianica si consolidano come strutture permanenti del gesto scrittorio. L’autore può così pervenire alla codificazione esplicita di un’«arte notturna di scrivere» (EN, 175, p. 294), contraddistinta da una marcata impronta orfica («l’arte stessa può divenire esotèrica»; EN, 88, p. 174) e da una costante tensione sperimentale, anche attestata dall’istituzione ad hoc di un inedito sottogenere: il Noctivagum melos, dove l’ispirazione, che insorge improvvisa tra i «vaneggiamenti del dormiveglia» (EN, 125, p. 249), rapisce il poeta in un’estasi semi-oracolare, venendo fissata precipitosamente su supporti occasionali, come fogli volanti o antiporte di libri da capezzale. Ancora una volta, quindi, su carte sfuse e di fortuna, dirette eredi di quelle «foglie sibilline» (NT, p. 329) che nel Notturno avevano siglato l’inizio di un’inaspettata rinascita letteraria. In una missiva dell’aprile 1933, questa prassi si delinea come un sistema creativo ormai assunto e padroneggiato: «Avendo così maschiamente cercato la perfezione nella mia arte, ora la trovo a quando a quando nel dormiveglia. Spesso riesco a fermare il soffio oscuro, scrivendo nell’antiporta dei libri che mi son preso al capezzale» (FL, p. 171). Riemergerà con valore programmatico nel Libro segreto, dove assumerà i contorni di un piccolo manifesto:

DA ALCUNI anni talvolta mi accade di svegliarmi, dopo le poche ore di sonno che mèdicano la tristezza severa dell’orgia, e di ritrovarmi perfettamente formata nello spirito un’ordinanza di versi, una vicenda di rime, che non può essere se non prefissa, tanto si accorda a’ miei modi e deriva dalla mia vena.
Talvolta è un epigramma talvolta un’ode intera.   e mi levo ansioso a cercare quel che mi occorre perché il carme inane non s’involi, perché il NOCTIVAGUM MELOS
 non dilegui nel silenzio per sempre.   raccolgo un libro caduto dal capezzale; scrivo ne’ primi fogli, nell’antiporta, ne’ margini, negli spazii lasciati bianchi dalla stampa. (EN, 58, p. 101)

Contenuti

Sottraendosi deliberatamente ad ogni proposito di sintesi sistematica, il Libro segreto si propone come un organismo composito e pulsante, in cui l’impianto centrifugo dei frammenti obbedisce ad un proprio ideale di coerenza, tutta interna alla coscienza lacerata che ne rappresenta il centro irradiante. Il volume si profila come un’incalzante e spietata autoanalisi, forse la più radicale mai tentata da d’Annunzio, in cui la parabola dell’autore, dopo aver voluto «abolire interamente i suoi confini» per «rivivere tutte le vite» (EN, X, p. LXIV), giunge al punto in cui la proliferazione delle esperienze non produce più senso, ma dispersione identitaria. L’esistenza umana, un tempo celebrata nella sua pienezza come «meraviglia sempiterna, serena del mondo» (EN, 78, p. 136), appare ora svuotata di uno scopo: «La vita conosce un solo destino, esercita un solo officio: è soltanto intesa a perpetuarsi e a moltiplicarsi. / Non v’è scopo, non v’è meta, non fine è nell’Universo; e non v’è dio» (EN, 101, p. 224). Si delinea così una delle verità più aspre dell’ultimo d’Annunzio: il rifiuto di una visione teleologica, il crollo di ogni armonia cosmica («Si crede, si vuol credere che esista l’armonia fra le leggi della Natura, dell’Anima e della Città. / Non esiste»; EN, 192, p. 302). Balugina a tratti il bisogno di aggrapparsi a una fede salvifica («Vorrei credere in Dio per segnarmi, e per pregare che da domani entri nella mia vita una luce nova»; EN, 91, p. 204), ma questo anelito, avvertito come estraneo alla propria natura di «mistico senza dio» (EN, x, p. lxiv), si dissolve rapidamente nella negazione di un oltre: «tutto finisce con l’esalato respiro» (EN, 42, p. 66). Da un simile nichilismo discende una concezione relativistica della morale, ridotta a convenzione storica e contingente: «gli ordini morali seguono i gradi di latitudine, che le regole e i codici sono transitorii, che le verità sono cadevoli e cedevoli» (EN, X, p. LXIV). Un analogo processo di desublimazione investe l’eros, ridotto a mero impulso fisiologico, un «male perverso» (EN, VIII, p. XLIII) dominato dall’impeto travolgente della libido: «non distinguo l’anima dalla carne, anzi dichiaro la carne, anzi la pongo sopra tutto: questo è l’amore, soltanto questo» (EN, VIII, p. XLIII). Ne consegue una dipendenza quasi patologica, descritta come una «passione non medicabile» (EN, VIII, p. XLII-XLIII) che somatizza in una pervasiva «inquietudine erotica» (EN, VIII, p. XXXVIII-XXXIX). In questo orizzonte, anche la fedeltà è smascherata come ideale artefatto e perbenista: «genìa inesistente» (EN, IX, p. LI) sono gli amanti fedeli, poiché «l’amore è legato al tradimento» (EN, 208, p. 311). Parallelamente, la tensione superomistica che aveva animato le stagioni passate si rovescia in stanchezza esistenziale («non ho voglia di seguitare a vivere»; EN, 90, p. 194) e spinta autodistruttiva («perché ho sempre il desiderio di annientarmi, di dissolvermi, di scomparire?»; EN, 88, p. 174), in un dissociante bipolarismo tra esaltazione e sconforto («Soffro o esulto»; EN, 90, p. 183). In questa condizione di smarrimento irrompe la memoria, che non consola ma ferisce; il passato non redime ma si riaffaccia come presenza persecutoria («ecco che il Passato risuscita, ecco che il Passato si solleva e si rilieva.   la memoria diventa sovrana.   la memoria fa delle sue imagini una vita più forte e più penosa della vita presente»; EN, 42, p. 66), fino a soffocare ogni possibilità di cambiamento, cristallizzando l’esistenza in un presente scialbo e senza sbocchi: «Tutta la vita è senza mutamento» (EN, 208, p. 311). Attorno a questi nuclei tematici maggiori, si dispone un ampio bacino di altri motivi, che rendono il Libro segreto «una monumentale enciclopedia del decadentismo europeo, dalla tematica maggiore alla minima» (Praz 1963, p. 413). Emergono l’imprinting indelebile della terra abruzzese («come l’impronta della mia città natale sia stampata in me, e nel meglio di me, fieramente»; EN, 147, p. 266), le manifestazioni precoci di un’indole eclettica («io avevo nove anni, e già mille anime, già mille forme»; EN, v, pp. XXIII-XXIV) e la partecipazione totale all’esperienza della vita («io ho dato e do a me stesso tutte le forme della condizione umana»; EN, 125, p. 250); la passionalità viscerale («mio sentimento sfrenato»; EN, 147, p. 265), il culto del rischio («la sola misura dell’energia è il rischio»; EN, X, p. LXIV), la determinazione ostinata («mia dannata risolutezza»; EN, X, p. LXXII), il tumulto dei pensieri («miei pensieri agglomerati per ostile foltezza»; EN, 200, p. 306) e l’esaltazione della disobbedienza come virtù suprema («dall’aver posto al sommo d’ogni valore umano la disobbedienza»; EN, 120, p. 241). Ricorrono accenni alla costruzione della propria immagine pubblica («la mia maschera di scrittore»; EN, 67, p. 111), alle ricadute inevitabili della notorietà («Ben io son oggi l’esempio vivente del ludibrio publico, laudato e illaudato»; EN, 88, p. 174) e all’impressione di non sentirsi, dopotutto, pienamente realizzato («la mia infelicità di creatura incompiuta»; EN, vii, p. XXXVI). Ritornano quindi i picchi di tristezza («Perché sono tanto infelice, tanto tanto infelice»; EN, 198, p. 306), il dilagare della sofferenza («l’infinito del sentire e patire»; EN, 86, p. 167) e il presentimento di una catastrofe imminente («non mi levo, non accorro a respingere il male che si prepara»; EN, 67, p. 112), sensazioni mai davvero mitigate da autentici intervalli di pace («Io non ho mai conosciuto la quiete, non ho riposo mai»; EN, 35, p. 60), ma soltanto dall’«illu[sione] d’esser lieto» (EN, 10, p. 19; 158, p. 272). Non mancano intermezzi di misticismo sincretico («Dianzi, nel Cenacolo delle Reliquie, fra i Santi e gli Idoli, fra le immagini di tutte le credenze, fra gli aspetti di tutto il divino, ero quasi sopraffatto dall’empito lirico della mia sintesi religiosa»; EN, 13, p. 21), accenti di panica sensorialità («ho il senso dell’udito in tutto il corpo»; EN, 1, p. 7) e considerazioni di portata attuale, come l’aspra critica alle teorie eugenetiche del Novecento («Nessuna stupidità prosuntuosa eguaglia quella di coloro che cercano di costruire una teoria del miglioramento di questa razza umana nel senso della forma fisica»; EN, 142, p. 258). Ampio spazio è concesso al proprio officio letterario: il faticoso spoglio dell’Edizione Nazionale («quando per notti e giorni io vegliavo l’opera deli stampatori nell’Officina bodoniana»; EN, IV, p. XIV), il culto sacerdotale del libro («sono forse l’estremo de’ bibliomanti»; EN, 88, p. 176), la sterminata biblioteca del Vittoriale («io nel mio eremo ne ho una di circa settantacinquemila»; EN, 125, p. 250), gli strumenti lessicografici («tanto familiari e congiunti siamo io e il vocabolario»; EN, 88, p. 176) e il pallino dell’erudizione filologica («simulo una disperata diligenza in istudio et esercizio di filologia»; EN, 57, p. 97). Affiorano, in ultimo, aspetti più quotidiani e personali, come le ristrettezze finanziarie («Io affogavo ne’ debiti, povero in canna»; EN, 147, p. 264), la svalutazione del denaro («il denaro avvilisce la passione, avvelena l’eroismo», EN, 147, p. 263), l’abbandono agli eccessi («Poche sono le mie passioni, pochi i miei vizii; ché le une e gli altri sono estremi»; EN, 147, p. 262) e l’ammissione di un’inclinazione mistificatoria («le mie finzioni al conflitto con la verità; EN, 86, p. 168). Tutte suggestioni che, insieme ad altre su amicizia, spirito, volontà, estetica, musica, civiltà lontane, bellezza, metrica, patria, sogni, guerra et alia, compongono un tessuto tematico vastissimo e caleidoscopico, nel quale si riflette la complessità inquieta dell’ultimo d’Annunzio, che si rivela «non mai come ora […] una potenza di espressione in continua opera» (EN, 123, p. 247).

Bibliografia

Le citazioni del Libro segreto sono tratte dal volume dell’Edizione Nazionale (EN), che nelle volontà dannunziane riporta la versione ne varietur dell’opera. Avvalendosi per la prima volta della numerazione delle singole unità testuali, il sistema di citazione adottato osserva i seguenti criteri: per l’Avvertimento è riportata la sola pagina di riferimento, contrassegnata da una lettera alfabetica (es. EN, p. C); per la Via crucis il brano e la relativa pagina sono indicati con numeri romani (es. EN, X, p. LXIV); per il Regimen hinc animi il frammento e la relativa pagina sono contrassegnati da cifre arabe (es. EN, 175, p. 294).

Edizioni apparse in vita

Angelo Cocles, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, Nella stamperia veronese di Arnoldo Mondadori a istanza di Angelo Cocles asolano, M.CM.XXXV. (P)
Angelo Cocles, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, Istituto Nazionale per la Edizione di Tutte le Opere di Gabriele d’Annunzio, Verona, Mondadori, 1935. (EN)

Edizioni postume

Gabriele d’Annunzio, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, in Prose di ricerca, II, a cura di Egidio Bianchetti, Milano, Mondadori, 1950, pp. 639-926.
Gabriele d’Annunzio, Libro segreto, Milano, Mondadori, 1957.
Gabriele d’Annunzio, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, a cura di Pietro Gibellini, Milano, Mondadori, 1977.
Gabriele d’Annunzio, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, a cura di Pietro Gibellini, Milano, Mondadori, 1995.

Bibliografia essenziale

Annamaria Andreoli, D’Annunzio archivista, Firenze, Olschki, 1996.
Tom Antongini, Quarant’anni con d’Annunzio, Milano, Mondadori, 1957.
Tom Antongini, Vita segreta di Gabriele d’Annunzio, Milano, Mondadori, 1938.
Carlo Bagni, Il «Libro segreto» di Gabriele d’Annunzio, Roma, Ellemme, 1989.
Arnaldo Bocelli, L’ultimo d’Annunzio, «Scuola e cultura», 1936, pp. 77-91.
Calogero Bonavia, Il «Libro segreto» di d’Annunzio, Caltanissetta, Di Marco, 1936.
Antonio Breuers, Nuovi saggi dannunziani, I, Bologna, Zanichelli, 1938.
Antonio Breuers, Nuovi saggi dannunziani, II, Bologna, Zanichelli, 1942.
Filippo Caburlotto, «Libro segreto»: d’Annunzio dall’autobiografia all’agiografia, «Studi Novecenteschi», 2008, 2, pp. 367-373.
Dal «Fuoco» al «Libro segreto»: il Veneto, il Trentino, il Friuli, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia. Atti del 23° Convegno internazionale (Pescara, 5-6 dicembre 1997), Pescara, Ediars, 1997.
Gabriele d’Annunzio, Alla piacente, a cura di Leonardo Sciascia e Pietro Gibellini, Milano, Bompiani, 1988.
Gabriele d’Annunzio, Il fiore delle lettere. Epistolario, a cura di Elena Ledda, Introduzione di Marziano Guglielminetti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004. (FL)
Gabriele d’Annunzio, L’arcangelo caduto, a cura di Pietro Gibellini, Pescara, Ianieri, 2022. (AC)
Gabriele d’Annunzio, Lettere a Nietta negli anni del tramonto, a cura di Vito Salierno, Roma, Salerno, 2005. (LN)
Gabriele d’Annunzio, Notturno, introduzione di Pietro Gibellini, Prefazione di Elena Ledda, Milano, Garzanti, 1995. (NT)
Gabriele d’Annunzio, Poesie, a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti, Milano, Rizzoli, 2011.
Gabriele d’Annunzio, Prose, a cura di Federico Roncoroni, Milano, Garzanti, 1983.
D’Annunzio segreto. Atti del 29° Convegno di Studio (Chieti-Pescara, 25-26 ottobre 2002); Pescara, Ediars, 2002.
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