Cerca
A B C D E F G I K L M N P R S T U V Z
D' Da De

D’Annunzio, Antonio

di Franco Di Tizio, Enciclopedia dannunziana

Antonio Alfredo d’Annunzio nacque a Pescara il 30 maggio 1867; ultimo di cinque figli di Luisa De Benedictis e di Francesco Paolo, ebbe il nome del nonno adottivo: Antonio d’Annunzio (1800-1874).
Sino al 2001 su di lui vi erano scarsissime notizie; si sapeva, infatti, che nel 1901 era fuggito a New York per debiti e problemi con la giustizia. Quasi del tutto sconosciuta era la sua vita in America e non si sapeva l’anno della morte. 
Sono relativamente recenti alcune pubblicazioni che hanno rese note numerose notizie biografiche e chiarito il rapporto che ha avuto con Gabriele, suo fratello maggiore. 
Tra loro vi fu un ottimo legame sino al 1901, ossia sino a quando Antonio, subissato da debiti, sottoscrisse una serie di cambiali con la firma falsa del fratello. Fu così che, per evitare il carcere, emigrò a New York, dove visse sino alla morte, che avvenne nel 1945. Nell’anno 1903 Gabriele si riconciliò con lui inserendolo nella dedica a stampa al libro La figlia di Iorio; nel 1930, però, in seguito al crollo della borsa di Wall Street, Antonio gli iniziò a chiedere aiuti economici; denaro che Gabriele elargì volentieri sino al 1933, quando, oppresso dalle continue richieste e, principalmente, dal suo comportamento scorretto, rimase sordo ai suoi appelli.
***

Antonio visse sempre nella casa paterna, coltivando l’interesse per la musica, sino all’età di 33 anni, allorquando si verificarono alcuni spiacevoli imprevisti: contrasse molti debiti, specialmente con il pescarese Nicola Seccia. 
A fine marzo 1901 Antonino Liberi fece pervenire a Gabriele una copia di un atto notarile dalla quale risultava che aveva acquistato da suo fratello Antonio tutti i terreni che aveva avuto in eredità per la somma di 5.000 lire. Tale somma, però, per Antonio era insufficiente a pagare i numerosi debiti. Scrisse Piero Chiara nella biografia dannunziana: «A Pescara, il fratello Antonio, uno sfaticato, scialacquatore e donnaiolo, si era messo con una donna, certa Anita, avviandosi a sicura rovina. Antonio si era, infatti, riempito di debiti, specialmente con l’usuraio pescarese Seccia» (Chiara 1978, p. 139). 
Fu così che Antonio, pressato dalle scadenze, corse a chiedere aiuto al fratello alla Capponcina. Il 17 aprile, Gabriele ricevette il fratello e si fece mallevadore dei suoi debiti. Scrisse, infatti, a Nicola Seccia: «Caro signor Seccia, è venuto qui mio fratello Antonino per parlarmi del noto affare. Vi sarò grato se vorrete attendere ancora alcuni giorni, giacché io stesso attendo fra poco una somma che mi permetterà di regolare ogni cosa. Saluti cordiali. Gabriele d’Annunzio».
Il 28 aprile 1901 Antonio, a Pescara, con gli uscieri alla porta, scrisse questa drammatica lettera al fratello a Venezia: «Mio caro Gabriele, dopo la tua assicurazione, essere disposto a salvare me, il nostro onore e soprattutto la nostra povera mamma, son costretto dirigerti la presente pur sapendo che in questi momenti ti reco dolore. Tornato qui parlai col Seccia il quale è andato sulle furie, perché dice che contava d’incassare subito parte della somma come avevamo promesso, avendo anche lui dei pagamenti urgenti. […] Ti prego a mani giunte, salvami, fa il possibile rimettere telegraficamente a mammà la somma. Se arrivo ad uscirne sano da questa triste posizione, ti ricordo il giuramento fattoti, e saprò contraccambiare quanto fai per me. Perdonami. Tuo Antonio».
Il primo maggio Gabriele non riuscì a spedire il denaro e gettò il fratello nella disperazione. Antonio allora sottoscrisse una serie di cambiali con la firma falsa del fratello. Gabriele, sdegnato per questo comportamento, e sordo a qualsiasi implorazione, fece pubblicare sui giornali una diffida nella quale precisava di non avere debiti cambiari di sorta e affermava che qualunque cambiale recasse la sua firma era da ritenere «apocrifa e falsa». Antonio fu incriminato e, per evitare il carcere, decise di emigrare a New York. In realtà il Poeta era contrario alla partenza del fratello per gli Stati Uniti; lo dimostra questa lettera che scrisse ad Antonino Liberi: «Che potrà fare laggiù Antonio? Come potrà vivere? Non avrà laggiù nuove occasioni? […] E la povera mamma sopporterà questo colpo?». 

Antonio lascia Pescara e si trasferisce a New York (1901)

Martedì 14 maggio 1901 Antonio partì da Pescara alla volta di New York. Gabriele scrisse all’amico Annibale Tenneroni: «Giorni d’angoscia crudelissima! […] Antoniuccio è partito stamani per New York, promettendo d’esser disposto ad una vita nuova di purificazione e di lavoro. Immagina il cuore della nostra povera mamma!». Com’era nelle previsioni, tempo dopo nel processo Antonio fu condannato a sette anni di reclusione dal Tribunale di Chieti, inflittagli, però, in contumacia.
Mario Vecchioni nel 1959 così si espresse su questa vicenda: «Tutti i biografi tramandandosi la notizia, hanno parlato di Antonio D’Annunzio come di un grande musicista emigrato per esigenze d’arte o come un romantico espatriato per dimenticare una passione d’amore. La verità è che Antonio D’Annunzio ebbe vocazione per la musica, nella cui disciplina, tuttavia, non gli riuscì di ottenere un regolare diploma; e, lontano dall’Italia, visse dando lezioni di piano e suonando in orchestra. È anche vero che a Pescara ebbe una passione travolgente per una signora: ma la causa prima che lo costrinse a varcar l’oceano, è da ricercare in alcuni infortuni per i quali temette delle conseguenze penali. È, pertanto, nell’anno in cui le platee italiane scrosciavano d’applausi per la Canzone di Garibaldi, che il Poeta andava declamando, egli si imbarcò per l’America del Nord…» (Vecchioni 1959, p. 19).
Nell’agosto 1903, allorquando terminò di scrivere La figlia di Iorio, il Poeta la dedicò alla sua famiglia d’origine tra cui «al mio fratello esule»; ed è questa una testimonianza della sua riappacificazione.
Il 20 marzo 1910, Domenica delle Palme, da Pescara Gabriele così scrisse al fratello a New York: «Caro Antoniuccio, dopo cinque anni sono tornato nella nostra vecchia casa e ho riveduto la nostra mamma adorata. Non so dirti la mia gioia e anche la mia malinconia. […] Ho visto con profonda commozione il tuo ritratto – che molto mi somiglia – e quello della tua sposa gentile e quello del tuo figliuolo sano e grazioso Che fai? A che lavori? Quante volte sono stato tentato di venire a riabbracciarti!». Gabriele accennò ancora ad Antonio nel 1913 in un breve brano della Leda senza cigno «con una commozione profonda, come se udissi la voce medesima di mio fratello, partitosi giovane dalla casa paterna e non più ritornato». 
Dopo tanti anni di silenzio, il 14 gennaio 1919, Antonio venne in Italia per la rappresentazione del primo atto di una sua operetta e inviò un telegramma al fratello a Venezia, alla Casetta Rossa.
Gabriele accennò ancora al fratello nel 1921 in un rigo del Notturno «il leggio del mio fratello, emigrato», frase scritta sui cartigli il 12 marzo 1916. 
Il 24 dicembre 1923 alle 15:22 Antonio da Brooklyn telegrafò a Gabriele a Gardone Riviera: «Auguri. Abbraccioti. Ricordami»; nel giorno di Natale del 1926 si fece vivo con questa lettera: «Caro fratello ti bacio teneramente augurandomi riabbracciarti presto. Attendo ansiosamente una tua parola. Antonio. 131 Bay 29 St., Bensonhurst, New York». 
Il 16 dicembre 1927 Gabriele, dal Vittoriale, così gli scrisse: «Caro caro Antonio, ho tante e tante cose nel cuore che non so scriverle. Come vorrei rivederti! Se non vengo io a te, vieni tu a me. […] Ed ecco un lieve segno per la tua compagna – dell’orafo del Vittoriale. Ti abbraccio con molto amore. Il tuo sempre Gabriele». Il 25 dicembre alle 15:22 Antonio da New York gli telegrafò a Gardone Riviera: «Grazie. Tuo pensiero resomi felice. Scriverò. Auguri. Abbraccioti con i miei».
 Il 2 marzo 1928 Antonio inviò una lunga lettera al fratello a Gardone Riviera che iniziava in questo modo: «Mio caro Gabriele, ti presento il mio carissimo amico Tito Schipa, l’artista meravigliosamente grande, che torna in Patria per l’apertura del nuovo Teatro Reale di Roma». Il 18 marzo, San Gabriele, da New York gli inviò questo telegramma: «Ti giunga tra i tanti auguri il mio più grande nell’ansia di abbracciarti presto. Antonio. 131 Bay 29 Brooklyn»; il 14 settembre gli telegrafò: «Costituitasi New York lega musicale italiana difesa arte nostra. Venti settembre solenne inaugurazione sede sociale. Intervento autorità celebrata artisti nazioni alleate. Domandiamo caldamente telegrafare epigrafe frontespizio album ricordo raccogliente firme visitatori»; il 24 dicembre telegrafò ancora: «Ho sperato esserti vicino in questo giorno ma questa felicità mi è stata negata da tante avversità». Il giorno dopo, Natale 1928, da Malba, Francesco, figlio di Antonio, scrisse a Gardone: «Caro zio Gabriele, la tua generosità mi ha commosso profondamente. Ti adoravo in silenzio ma oggi è una venerazione sconfinata che sento per te. Aspetterò impaziente il grande momento in cui potrò conoscerti personalmente ed essere abbracciato da te».
Il 4 aprile 1929 Gabriele, telegrafando alla sorella Elvira, le chiese: «Ti prego di telegrafarmi l’indirizzo di nostro fratello Antonio e di farne ricerca se non l’hai». Il 23 dicembre Antonio da Brooklyn telegrafò a Gardone: «Vorrei poterti dire tutto quel che sento in questo momento. Comprendimi e rendimi felice provandomi non avermi dimenticato». 

Antonio chiede aiuto al fratello dopo il crollo della borsa di Wall Street 

Il 24 febbraio 1930 d’Annunzio scrisse a Romano Manzutto: «Ti accludo il telegramma di mio fratello Antonio, che amo. Per la prima volta, dopo anni e anni, egli si rivolge a me. È possibile trovare una banca che spedisca subito la somma? Il 28 io ti consegnerò l’assegno del Mondadori (21.000) e, poi, quello di marzo. […] Fa quel che puoi. Ma, nell’impossibilità probabile, avvertimi» (Faustinelli 1981). Quello stesso pomeriggio gli scrisse ancora: «Vengo a sapere che 1000 dollari son circa 19.000 lire. Ne do, dopodomani, 21.000. Cerca cerca cerca di salvarmi Antonio!».
Nel cablogramma inviato ad Antonio la stessa sera, indirizzato a 131 Bay 29 Street St., Brooklyn (New York) il Poeta scrisse: «Ti spedisco la somma sperando di giungere in tempo». Il 27 febbraio Antonio telegrafò a Gardone: «Ricevuto e ringrazioti profondamente commosso». Il 9 marzo d’Annunzio così ringraziò Manzutto: «Mio carissimo Romano, del servigio che mi rendesti da Trieste così prontamente […] Il mio assegno di Opera omnia in questo mese è ridotto a 7.538 lire, per il pagamento degli interessi alla Banca del Lavoro. Ti prego di rimborsarti i mille dollari su quel che sembra tu sia per portarmi – della vendita dei manoscritti». Il 10 marzo Antonio, da New York, 131 Bay 29 St. Brooklyn, inviò questa lettera al fratello:
Dal primo giorno che misi i piedi in questa terra, mi proposi di ricominciare la vita da capo. E senza deviare un sol momento dal mio proponimento sono arrivato sin oggi. Mi decisi a seguire la mia inclinazione per la musica e dedicai tutto me stesso a completare i miei studi d’armonia e quindi tutti i corsi di Composizione e Orchestrazione. Per parecchi anni passai le lunghe ore della notte studiando seriamente e profondamente, perché nelle ore del giorno dovevo lavorare e dare lezioni per guadagnare per il mio mantenimento. Dopo quasi sette anni di questa vita, quando cioè mi son sentito padrone di quel che mi ero prefisso di fare, ottenni lavori di Orchestrazione da tre grandi case musicali, e presto divenni il preferito fra tanti altri, per il mio stile nuovo e originale e specialmente nell’adoperare il quartetto dei Saxofones nelle orchestre; anche i giornali e le riviste ne hanno parlato. Incominciai così a vedere qualche dollaro da poter salvare. A poco a poco incominciai ad introdurmi negli ambienti ed affari teatrali, nella linea dell’Operetta Americana, della Comica Opera e della «Musical Comedy» nella quale io mi sono specializzato. Le cose andavano abbastanza bene e vi investii parecchio denaro. […] Mi recai allora alla mia banca dove per tanti anni ero conosciuto, e chiesi un prestito di 2.500 dollari dando come collaterale i titoli acquistati in «Wall Street». L’ottenni con due cambiali la prima scaduta il 27 febbraio e l’altra che dovrò pagare il 5 aprile; e così fui salvo. […]. Avvicinandosi la data dell’impegno assunto con la banca la mia disperazione cresceva di giorno in giorno, e piuttosto che ricorrere ad estranei, cosa che promisi a me stesso di mai fare più, mi decisi ricorrere a te e te ne ringrazio ancora una volta dal profondo del mio cuore. […] Non appena mi sarò rimesso in equilibrio e le cose mie riprenderanno la loro via, ti rimetterò, anzi mi auguro, riportarti personalmente la somma prestatami.

Dunque Antonio era vissuto modestamente e operosamente, ma la crisi del 1929, in seguito al crollo della borsa di Wall Street del 25 ottobre, aveva provocato la sua rovina e quella di tante famiglie; per questo motivo rivolgeva richieste di denaro al fratello maggiore, credendolo ricco.
Dopo questa lettera, però, Antonio continuò la richiesta di aiuti economici al fratello. Il 2 aprile, infatti, d’Annunzio comunicò a Manzutto: «Io passo di disgrazia in disgrazia […] Mio fratello Antonio ha bisogno di altri mille dollari. Getto nella voragine americana le 200.000 lire che mi portasti da Milano. Per quale tramite? Forse Giov. Rizzo potrà aiutarmi nell’invio».
Nel telegramma del 3 aprile Antonio comunicò al fratello: «Vivo trepidante aspettando una tua parola quanto chiestoti è vitale pel mio avvenire. Pregoti salvarmi in nome della nostra Santa». Gabriele rispose: «Telegrafami somma necessaria che manderò senza indugio. Prega da parte mia i tuoi persecutori che ti sia concesso il breve differimento ed avranno da me un grazioso segno di riconoscenza». L’8 aprile d’Annunzio scrisse a Manzutto: «Io ho urgenza di mandare domattina soccorsi a gente mia. Se hai teco denaro, mandami stasera ventimila dire». Lo stesso giorno alle 10:50 Antonio da New York, Brooklyn telegrafò a Gabriele a Gardone Riviera: «Nulla giuntomi sinora. Assicuratomi dal tuo telegramma ho potuto ottenere breve dilazione». Mercoledì 9 aprile d’Annunzio scrisse a Manzutto: «Iersera ebbi il telegramma che ti accludo. Non so dirti la mia angoscia. Più giorni prima dell’estremo giorno 7, io ti avevo dato – di gran cuore – le mie ultime ventimila lire perché – senza indugio – tu spedissi i mille dollari a mio fratello Antonio. […] Che è accaduto? Il dì 8, ieri, Antonio non aveva ricevuto nulla! La mia angoscia si accresce, perché non so spiegarmi questa fatale mancanza. Se sei tornato, spiegami tu, senza ritardo». Lo stesso giorno Manzutto inviò ad Antonio un cablogramma con 20.000 lire. L’11 aprile Antonio da New York, Brooklyn, telegrafò a Gabriele a Gardone Riviera: «Ricevuto in tempo stamane. Grazie infinite». Il 19 aprile Antonio da Brooklyn telegrafò ancora a Gabriele a Gardone Riviera: «Sento prepotente bisogno rivederti». Il 3 giugno Antonio da Brooklyn, 131 Bay 29 Street, così si rivolse al fratello: « Avrei dovuto scriverti da molto tempo ma dopo la tensione e l’eccitamento per la crisi di Wall Street ed il pericolo di perdere i miei risparmi, caddi in una prostrazione nervosa che mi annientò e mi costrinse ad un forzato riposo».
Nel mese di luglio del 1930, Antonio si rivolse nuovamente al fratello. Nel telegramma del giorno 6 comunicò: «Importante io sappia mio fato circa richiesta fattati mio telegramma. Trattasi assicurare mio avvenire e prometto non molestarti più». Due giorni dopo seguì quest’altro telegramma: «L’approssimarsi del giorno che potrebbe essermi fatale e il tuo silenzio mi fanno passare ore di agonia. Perdona mia insistenza. Costrettovi evitare tristi conseguenze. Pregoti aiutarmi per ultima volta anche con sacrificio. Ho tempo sino giorno 12». Il 9 luglio d’Annunzio scrisse a Manzutto: «Mio fratello mi telegrafò l’altrieri agitato perché non aveva ricevuto la somma necessaria. Son anch’io in grande pena. Almeno per questo, rassicurami con una parola telefonica». Manzutto aveva già inviato ad Antonio, al 131 Bay 29 Street di New York, questo telegramma a nome del Poeta: «Mando 1.000 dollari. Proibisco assolutamente restituzioni e grazie. Ti abbraccio. Arrivederci. Gabriele d’Annunzio. Con accluse lire ventimila». Il 10 luglio, infatti, da New York, giunse a Gabriele questa comunicazione: «Ricevuto e ti ringrazio dal fondo del mio cuore». Il giorno successivo, 11 luglio, d’Annunzio scrisse a Manzutto: «Ieri ebbi da mio fratello Antonio il telegramma che mi toglieva di pena». Il 15 agosto, sempre da Brooklyn, così Antonio scrisse al fratello: «Ora come vedi a me mancano 1.200 dollari per il pagamento finale; e prima di essere forzato domandare danaro e far debiti con persone e venir meno al mio proponimento mantenuto finora, sono in dovere rivolgermi a te e domandarti francamente se tu puoi favorirmi fallo per me ma con l’intesa che io ti restituisca tutto perché sinceramente ti dico che fra poco avrò denaro abbastanza».
La situazione, quindi, si fece ancora grave per Antonio, il quale, sebbene avesse promesso al fratello di non chiedergli più nulla, avanzò l’ulteriore richiesta. Il 3 settembre, infatti, giunse questo telegramma a Gardone: «Tuo silenzio dopo quanto scrittoti e domandatoti fattomi sperare bene. Oggi nulla giuntomi. Trovomi posizione disperata. Ottenuta proroga fino sabato. Se tuo aiuto vienemi meno non so quale sarà mia fine dopo tanto sacrificio. Pregoti fare tutto quel che puoi per me. Farai cosa santa». Quattro giorni dopo, il 7, Antonio telegrafò ancora: «Non spiego tuo silenzio al mio disperato appello. Atteso fin oggi sperando sempre tuo aiuto. Amico prestatomi 500 dollari. Sei in tempo se vuoi salvarmi purché giungami 700 dollari giorno 11. Corro rischio perdita danaro versato oltre ogni diritto valori contratto. Sarei rovinato». La settimana dopo, il 15 settembre, da Brooklyn 131 Bay 29 Street, Antonio comunicò al fratello: «Ti domando quest’ultimo sacrificio per me, positivamente ultimo perché non ho altro da pagare».
Gabriele fu titubante e non rispose al fratello, il quale il 6 ottobre gli inviò questo telegramma: «Tuo silenzio mi uccide. Situazione disastrosa. Banca minaccia sequestro ed altro dannoso procedimento se non pago entro cinque giorni. Se ti son caro salvami per ultima volta altrimenti sarebbe mia fine. Pregoti telegrafarmi perché possa ottenere sospensione procedimento». Il 16 ottobre Antonio telegrafò ancora: «Lunedì ultimo giorno differimento ottenuto mostrando tuo telegramma. Sin oggi nulla ricevuto. Sono molto sofferente prostrazione nervosa. Trepidante aspetto ogni minuto giungami tuo aiuto. Mi raccomando». Due giorni dopo, il 18, da Brooklyn inviò quest’altro telegramma: «Pregoti dirmi se speditomi somma come dicevami tuo telegramma e quale banca facesti rimessa per poter investigare supponendo dal ritardo siavi qualche sbaglio. Risposi tuo telegramma chiedendoti 1.200 che mi permetterai restituirti. Fido in te».
Il 23 ottobre giunse da Brooklyn a Gardone questo telegramma: «Non so dirti altro per ora che grazie infinite». Il prestito fatto ad Antonio di 1.200 dollari non fu per Gabriele indolore; lo testimonia questa lettera che il Poeta inviò all’avvocato Felici quel 14 ottobre: «Mio carissimo Alfredo, mio fratello Antonio – studioso di musica – partito per New York or è molti anni, consigliato da me, dopo una triste avventura d’amore, ha fatto colà il suo cammino, con una diritta volontà e con un fervido ingegno. Sul punto di raccogliere i frutti della sua fatica e della sua disciplina, egli è preso dalla cruda crisi americana. Potei salvarlo già due volte. Ora, per evitare una rovina immeritata, alla vigilia della rappresentazione d’una sua opera, egli ha bisogno di altri 1.200 dollari: circa 25.000 lire, se non erro. I miei telegrammi hanno ottenuto il differimento fino a ieri. Ma oggi mi è impossibile mandargli la somma per vaglia bancario rapidissimo! / Puoi trovare il modo di fare spedire la somma da Roma – senza indugio – obbligandomi io sul mio onore di restituirla prima del 30 ottobre prossimo?». Felici immediatamente si era adoperato per soddisfare la richiesta e vi riuscì grazie all’intervento di un suo amico, come risulta da questa lettera che il 26 ottobre il Poeta gli inviò per ringraziarlo: «Mio carissimo Alfredo, ringrazio di cuore te e l’amico ignoto, che volle togliermi dall’angoscia di sapere mio fratello in pericolo per così poca cosa. Il soccorso giunse in tempo».
L’anno 1930 si chiuse con questo telegramma di Antonio al fratello, datato 23 dicembre: «Col cuore sempre pieno desiderio rivederti mandoti in questi giorni di festa e di ricordi miei auguri affettuosi».
Nel 1931 la richiesta di denaro da parte di Antonio non terminò, anzi si fece più acuta e insistente. Il 20 gennaio, infatti, da New York inviò questo telegramma a Gardone: «Scongiuroti provvedere mio telegramma. Situazione disperatissima. Tu solo puoi salvarmi». Gabriele non fu sordo al richiamo del fratello e gli inviò un’altra somma che poté impedire il pericolo imminente. Nel telegramma di Antonio del 23 gennaio, infatti, si legge: «Ringrazioti infinitamente». Il 5 febbraio, però, Antonio inviò al fratello una lunghissima lettera, nella quale spiegava le motivazioni che lo portavano a chiedere ulteriore denaro: «Per mezzo del mio avvocato, col denaro che mi mandasti, versai alla Corte 500 dollari come acconto pagamento ed ottenni un mese di tempo che scade il 28 febbraio per pagare tutto il resto. Ora comprendi il mio stato e la mia triste posizione. O pagare i 3.500 dollari o perdere sin l’ultimo soldo. Tutti i miei sacrificii di trent’anni andrebbero distrutti! Potrei sopravvivere a tanto dolore? Riscattando i miei titoli, che senza dubbio, passata la crisi ripiglieranno il loro valore reale (20.000), con i 10.000 dollari investiti nell’Operetta, oltre al profitto, potrò ripagare il mio debito verso te e mi salverei da un certo precipizio». Il 24 febbraio Antonio telegrafò: «Vivo ore terribili approssimarsi giorno che potrà essermi fatale». Tre giorni dopo, il 27, inviò quest’altro telegramma: «Tuo silenzio uccidemi. Necessario abbia tuo telegramma che possa mostrarlo privatamente al giudice per ottenere breve dilazione. Una simile pubblicità sul mio nome rovinerebbe mio avvenire oltre perdere miei titoli mi lascerebbe nella miseria. Ho fede che tu mi salverai per questa ultimissima volta». Tre giorni dopo, il 2 marzo, telegrafò ancora: «Stamani mio avvocato riuscito ottenere dal giudice differimento mio caso marzo 9. Scongiuroti non abbandonarmi in questo momento. Necessario tu mi salvi da completa rovina». 
Gabriele non volle deludere il fratello e ai primi di marzo inviò all’avvocato Alfredo Felici questo telegramma urgente: «Rinunzio interamente alla mia somma di questo mese, perché tu spedisca tremila dollari a mio fratello Antonio». Anche questa volta Felici intervenne efficacemente, come si apprende da un suo telegramma a d’Annunzio inviato il 5 marzo. Ad Antonio furono inviati tremila dollari tratti dalla quota di 70.000 lire spettante al Poeta per la metà del mese. Il giorno 6 Gabriele telegrafò al fratello: «Sono malato e angustiato come te ma oggi ti sono spediti da Roma 3.000 dollari. Abbi coraggio». Il 7 marzo Antonio rispose: «Tuo telegramma ridatomi vita e ringrazioti profondamente commosso». Il 3 aprile telegrafò: «In questi giorni si acuisce sempre più nostalgia riabbracciarti». Il 12 giugno inviò una lunga lettera nella quale precisò: «Mio caro Gabriele, avrei dovuto scriverti molto tempo prima per ringraziarti ancora una volta per tutto quanto hai fatto per me e per dirti che mercé tua son potuto uscire dalla critica posizione in cui mi trovavo». 
Meno di un mese dopo, l’8 luglio, Antonio era ancora in guai finanziari e così telegrafò a Gabriele: «Dopo quanto scrittoti mio male peggiora sempre. Trovomi senza mezzi. Impossibilitato a lavorare. Scoraggiato. Duolmi importunarti ma imperativo tuo soccorso. Devo curarmi perché voglio vivere per provare almeno la felicità assistere mio successo prossimo autunno e correre riabbracciarti». Una settimana dopo, il 15 luglio, mandò quest’altro telegramma: «Sono confinato in letto. Inabile a tutto e senza mezzi. Cercato negoziare miei titoli. Rifiutati dato enorme ribasso. Scoraggiato. Ho urgente bisogno aiuto per curarmi et lottare mio male». La settimana successiva, il giorno 24, non ricevendo risposta, telegrafò a Giancarlo Maroni: «Malato grave pregoLa richiamare attenzione mio fratello miei telegrammi dubitando non letti da lui». Il 14 agosto Adele, moglie di Antonio, da New York telegrafò a Gardone: «Antonio spegnesi lentamente nel delirio chiamati continuamente. Posizione straziante. Dottore ordinato trasfusione sangue ma impossibilitati per mancanza di mezzi. Abbi pietà mandare tuo soccorso per salvarlo». 
Un mese dopo, il 22 settembre, Antonio così telegrafò al fratello: «Dopo grave malattia come informatoti con i miei telegrammi che ritengo non furono da te letti sono convalescente privo di tutto. […] Scongiuroti aiutarmi urgentemente per poter almeno dare acconti […] Senza un pronto aiuto non potrò più sostenere questa tragicissima condizione e sarò costretto per evitare conseguenze peggiori procurarmi qualsiasi imbarco e venire a te».
Dopo un silenzio epistolare di circa due mesi alle ore 21 del 23 novembre Gabriele ricevette questo telegramma da Parigi, inviato da Antonio la sera stessa alle 17:25: «Con gioia arriverò Brescia mercoledì ore 8 mattina. Pregoti mandarmi automobile». Il giorno dopo, martedì 24 novembre, il Poeta così scrisse a Giovanni Rizzo: «Domattina mercoledì giungerà dagli Stati Uniti mio fratello Antonio, cui son legato da dolorosissimi affetti. Giunge all’improvviso. Non so nulla di lui. Spero che il mio cuore impavido riesca a sostenere l’incontro. La prego di vegliare mio fratello che scende – mio ospite – all’Albergo Savoia. Mi perdoni». Lo stesso giorno, 24 novembre, Gabriele fece pervenire al fratello questa lettera, sulla cui busta precisò: «Ad Antonio d’Annunzio – fratello di Gabriele (Stazione di Brescia: alle ore Otto del 25 novembre: mercoledì)»: «Mio caro caro Antonio, Dal tempo ormai lontano della tua ingiusta crisi, quando cercai d’aiutarti non senza pena (poiché tu forse mi credi ricco ed io sono poverissimo) […] Penso che non potremo rivederci nella mattina. Ti manderò una parola, e ti indicherò l’ora dell’incontro». 
Il giorno dopo, mercoledì 25, il Poeta mandò ad Antonio quest’altra lettera: «Fratello mio, spero che tu abbia potuto riposarti. Io non ho potuto, perché ho rivissuto i nostri anni lontani; e m’è parso che tu mi riconducessi vivente e sorridente e fidente la nostra Madre. Ella ti attende come io ti attendo». Il giorno successivo, giovedì 26, gli scrisse ancora: «Sono stato male tutta la notte e sto tuttora male. […] Sono molto afflitto. Abbiamo perduto una giornata, ma domani ti mostrerò che so l’arte di riguadagnare con l’intensità il perduto. […] Domani è il 27, la data che io osservo nel mio silenzio ogni mese: dopo quel 27 gennaio 1917».

L’incontro al Vittoriale dei due fratelli (27 novembre 1931)

Gabriele incontrò il fratello il 27 novembre. Il giorno dopo scrisse a Luisa Bàccara: «Ho promesso ad Antonio di fargli le parole di una romanza». La mattina successiva le precisò: «Antonio ebbe già da te tante prove di bontà, […] Mi metterò io stesso in comunicazione con mio fratello». Martedì primo dicembre le scrisse ancora: «Antonio, per esser rimesso a galla, ha bisogno di circa centomila lire, e n’ebbe già centoventimila: 220.000! Per quietare lui, il questore, fa tenere a Giov. Rizzo queste 22.000 lire». 
Antonio rimase a Gardone sino al 2 dicembre. Quello stesso giorno il Poeta scrisse a Giovanni Rizzo per ringraziarlo di quanto aveva fatto in quei giorni «di pena e di gioia» e lo informava di aver «raschiato», dal poco che gli restava, le cinquemila lire date al fratello per le spese del viaggio. Per le altre necessità fece sapere a Felici di provvedere lui, garantendo l’operazione con tutto quello che possedeva. Accompagnato da Rizzo, Antonio andò a Roma e proseguì per Napoli, dove s’imbarcò l’8 dicembre sul Vulcania per tornare in America. Da Napoli lunedì 7 dicembre, alle 15:30, nell’attesa della partenza così telegrafò al fratello: «Sono giunto oggi a Napoli e domani col Vulcania alle ore 14 lascerò l’Italia». Il giorno dopo, 8 dicembre, su carta intestata Grand Hotel Naples, scrisse quest’altra lettera: «Ti ringrazio ancora una volta delle tue care parole giuntemi per telegrafo e ti comunico che la mia salute sopporta tutte le emozioni di questi giorni».
Il 13 dicembre d’Annunzio scrisse a Marietta Camerlengo a Casa d’Annunzio a Pescara: «Per lungo tempo ho molto sofferto. Pensa che ho anche ricevuto la visita di mio fratello Antonio con molta gioia; e la santa fu sempre con noi». Il 15 dicembre telegrafò alla sorella Ernestina a Pescara: «Antonio ripartì da Napoli per New York il giorno otto, dopo dolorosissime vicende. Ma ho potuto salvarlo».
Il 23 dicembre Antonio da New York inviò a Gabriele questo telegramma: «Memore felicissimi giorni passati Gardone vicino col pensiero auguro anno nuovo apportatore pace e felicità». Il giorno successivo comunicò ancora: «Ricevuto tutto col mio sconfinato affetto». Il 28 dicembre Adele, moglie di Antonio, si rivolse a Gabriele con queste parole: «La tua immagine, le tue care parole ed il tuo dono, alato fratello, mi hanno sempre più convinta che, il meglio, nella nostra vita ci arriva sempre inaspettato. Che Dio ti benedica per tutto quello che hai fatto e fai per noi e concedi a me la grazia di incontrarti presto per dirti a voce quello che qui non so dire». 
Paolo Alatri riferì di aver visionato un telegramma di d’Annunzio inviato al Felici nel quale comunicava di aver inviato lui stesso 3.300 dollari al fratello per mezzo della Banca Commerciale perché «Il più lieve ritardo l’avrebbe condotto alla rovina finale». Non è escluso che tale elargizione si riferisse proprio al Natale del 1931». 
Martedì 26 gennaio 1932 Gabriele comunicò alla sorella Ernestina a Pescara: «Ti riscriverò presto, anche per parlarti di nostro fratello Antonio; che venne a me – convalescente d’un male gravissimo – per essere salvato. E lo salvai, in condizioni difficilissime». Il 24 marzo da New York Antonio telegrafò a Gardone: «Sento in questi giorni più forte il bisogno di esserti vicino per baciare con te la palma e le sante memorie». Tre mesi dopo, il 28 giugno alle 21:13, inviò al fratello quest’altro telegramma: «Da tre mesi senza lavoro viviamo provando le più dure privazioni resistendo tentazione ricorrere a te. Oggi sono arrivato al punto estremo forzato domandarti aiuto con sollecitudine, perché malato. Qui situazione divenuta disperata». 
Piero Chiara (1978, pp. 437-438) scrisse che il Poeta, nell’estate 1932 in una lettera all’avvocato Felici, sfogò il suo cruccio davanti alle continue richieste di denaro dei parenti, con queste parole: «Io son costretto a portar mammelle non come una vacca svizzera ma come la Diana di Efeso». Stava, infatti, inviando al fratello Antonio altri 1200 dollari, ottenuti dalla Banca Commerciale Italiana mediante un fido garantito dai suoi diritti d’autore. Tra i documenti conservati al Vittoriale vi è, infatti, questa lettera della Banca Commerciale Italiana, datata 29 luglio 1932: «A sua Eccellenza il Comandante Gabriele d’Annunzio, Principe di Monte Nevoso, Vittoriale. / Siamo lieti d’informarla che conformemente alle pregiate istruzioni impartiteci dal Signor Giovanni Rizzo, questore del regno, addetto al Vittoriale, abbiamo eseguito telegraficamente per il di lei riverito conto, la rimessa di 1.200 dollari a favore dell’Illustrissimo Maestro Antonio d’Annunzio, New York. Ci permettiamo portare al di lei debito: lire 23.640». Dell’aiuto economico da parte di Gabriele vi è riscontro nel telegramma che Antonio gli inviò il 2 agosto alle 8:35: «Grazie infinite. Addoloratissimo causato sacrificio fratello cui scrivo». Le peripezie di Antonio, però, non erano terminate; il 19 dicembre, infatti così telegrafò a Gardone: «Scongiuroti mandarmi 400 per evitare ordini lasciare casa per arretrati dovuti avendoli usati per mia seconda trasfusione. […] Aiutami questo triste Natale».
Il 7 marzo 1933 alle 10:37 Antonio così telegrafò a Gardone: «Avrai appreso situazione spaventevole. Rimango con due dollari pensando domani non avrò vitto. Chiuso ogni credito». Una settimana dopo, il giorno 16, telegrafò nuovamente: «Lotto per la vita. Perdonami insistenza dovuta condizioni disperate. Scongiuroti sacrificio. 500 sufficienti salvarmi e giuro sulla Santa sarà ultimissima volta». Gabriele inviò la somma richiesta. Meno di un mese dopo, il 15 aprile alle 11 Antonio gli formulò gli auguri pasquali.
Nel mese di giugno 1933 Antonio fu nuovamente nei guai. Il giorno 12, alle 17:28, infatti, così telegrafò al fratello: «Domandandoti in nome Santa tuo ultimo sacrificio strappandomi da certo precipizio. Condizione insostenibile». Il 26 giugno, alle 10:27, così Antonio da New York telegrafò a Giovanni Rizzo: «Congiurati al silenzio crudele compiere atto eroico lanciandomi come cane. Formalmente incaricoLa informare fratello trovomi disastrose condizioni. Non ricevendo immediato aiuto costretto partire evitare gravissime conseguenze. Arrivo tra venti giorni pronto subire tutto anche assistere compimento vostro eroismo». Fu quest’ultimo messaggio a irritare il Poeta. Egli, infatti, martedì 27 giugno, letta la missiva ricevuta da Rizzo, inviò al fratello questo telegramma: «Mi vien mostrato tuo telegramma villano e indecentemente minaccioso. In angustie più gravi delle tue mando settecento dollari e ti dichiaro che non sarai più ricevuto da me ma avrai la punizione riservata ai ricattatori oziosi».
Il primo luglio 1933, alle 11:32, Antonio così telegrafò al fratello, quasi ignaro che il Poeta gli avesse inviato una così dura decisione e comunicato di aver cambiato atteggiamento nei suoi confronti: «Grato avermi ridato vita per provarti non esser tale come mi credi». 
Per alcuni mesi Antonio non scrisse al fratello. Il 21 gennaio 1934 tornò in Italia e, quello stesso giorno, da Roma così scrisse a Giovanni Rizzo: «Forse La sorprenderà sapermi a Roma. Sono presso un amico alle Capannelle […] La prego perciò caldamente volermi scrivere, al più presto possibile, poche righe dicendomi dove potrò incontrarlo». Due giorni dopo, Giovanni Rizzo, ricevuto messaggio, lo trasmise al Poeta accompagnato da questa comunicazione: «Le sarò grato se vorrà darmi istruzioni a riguardo». 
Scrisse Paolo Alatri: «Antonio tornò in Italia una seconda volta, sistemandosi all’albergo Bella Riva di Fasano, dove attese invano di essere ricevuto al Vittoriale. Il Poeta parlò di un arrivo “improvviso e sleale” ma Antonio, tuttavia, riuscì ancora una volta ad avere dal fratello un cospicuo aiuto economico».
I fatti per la precisione andarono in questo modo. La notte del 5 febbraio Antonio dall’Hotel Bella Riva di Fasano Riviera scrisse a Gabriele: «Venni per raccontarti tutto non per chiederti altri sacrifici, ma per aver un tuo appoggio e salvare me e i miei cari, per i quali io vivo ancora, da uno sfacelo». Giovedì 8 febbraio, sempre dall’Hotel Bella Riva di Fasano del Garda, scrisse ancora: «Sono straziato a questo spettacolo della tua fierezza contro di me, mi pare quasi che rasenti l’odio, ed è atroce, pur sentendomi di non aver commesso nessun fallo da causarti tale risentimento». Sabato 10 febbraio inviò quest’altra lettera: «Sono nelle tue mani malato e col cuore molto debole aspettando la tua sentenza». Lunedì 19 febbraio Antonio si rivolse a Luisa Bàccara per far consegnare a Gabriele una lunga lettera nella quale tra l’altro aveva scritto: «ti scongiuro favoriscimi almeno 6 o 7.000 lire e io affronterò e risolverò questa terribile situazione. Prometto lasciare immediatamente questo luogo per mai più tornarci». Non ricevendo risposta dal fratello, scrisse direttamente alla Bàccara: «Interceda presso Gabriele perché senta pietà di me. La prego supplicarlo anche a suo nome se non vuol più occuparsi di me faccia l’ultimo sacrificio darmi almeno 6 o 7.000 lire ed io affronterò la via per la mia salvezza». Venerdì 23 febbraio Gabriele comunicò alla Bàccara: «Ho soltanto circa diecimila franchi di Francia e 50.000 lire da pagare il 3 marzo alla Banca d’Italia. Certo, domani vedrò il Questore. Ma dove troverò gli schei? E l’infelice ha già ricevuto da me più di duecentomila lire. E io sono povero». Mercoledì 28 febbraio Antonio, sempre dall’Hotel Bella Riva di Fasano del Garda, si rivolse ancora a Gabriele: «Ti scongiuro dammi almeno 6 o 7.000 lire ed io scomparirò per sempre dal mondo per te. Partirò immediatamente e prometto che mai più mi vedrai e mai più udrai da me». Il 14 marzo alle 16:55 Antonio telegrafò al fratello: «Partirò col Rex col tuo nome nel mio cuore e con l’animo straziato per non averti potuto rivedere per l’ultima volta». Martedì 20 marzo da Napoli Antonio scrisse a Gardone: «Il tuo generoso aiuto è giunto in tempo per scongiurare la tragedia». Dalle lettere di Antonio si ha il quadro chiaro di ciò che avvenne. Gabriele, dopo tante insistenze, gli concesse il prestito richiesto ma non volle incontrarlo. L’anno 1934 si chiuse con un telegramma che Antonio inviò da New York a Gardone il 24 dicembre alle 13: «Permettimi questo giorno ricordarmi a te teneramente».
Paolo Alatri tra i documenti di Alfredo Felici ha trovato negli anni Ottanta questa lettera datata 7 dicembre 1934 che due avvocati di New York: R. Harold Paltrow e George B. Rice, inviarono a Mussolini. Il testo, tradotto in italiano, è il seguente: «Caro Signore, mi prendo la libertà di scrivervi riguardo a una questione che potrebbe interessarvi. Antonio D’Annunzio, fratello di Gabriele D’Annunzio, vostro illustre compatriota, è vissuto qui per alcuni anni e si è indebitato per considerevoli somme con un certo numero di persone. Egli non ha esitato, quando è stato sollecitato a pagare a informare i suoi creditori che sta aspettando un’ingente somma di danaro dal vostro governo, somma che sarebbe più che sufficiente a regolare tutti i suoi debiti e gli lascerebbe ancora parecchio danaro. […] Vogliate essere così cortese da informarci se è vero che il signor d’Annunzio ha somme in arrivo dall’Italia e, in caso affermativo, se vi fareste carico del suo debito». La lettera, dopo essere stata letta da Mussolini, fu inoltrata, tramite il Ministero degli Esteri, al Prefetto di Pescara, il quale, il 31 gennaio 1935, la fece recapitare al Felici. 
Il 17 agosto 1935 Vincenzo Biondini, inoltre, da New York inviò al Poeta questa lettera al Vittoriale, che faceva riferimento al fratello Antonio: «Illustre Signore, mosso da una grande fiducia nella squisitezza del suo sentire, mi rivolgo a lei, quando che ella voglia intervenire personalmente in una vertenza molto delicata, esistente fra suo fratello Antonio e me. Nel febbraio del 1933, con falsi pretesti, suo fratello riusciva ad ottenere da me un prestito di 400 dollari. Dico riusciva, perché egli mi convinse che lei indubbiamente avrebbe fatto fronte al suo impegno, nel caso egli fosse venuto meno alla sua parola. […] Mi rivolgo a Lei per evitare lo scandalo del Tribunale, e la inutile pubblicità».
Nel mese di settembre 1936, ignaro delle cattive notizie che su di lui giungevano dall’America, Antonio tornò nuovamente in Italia, ma si fermò a Roma e non ebbe il coraggio di presentarsi al Vittoriale. Questa volta fu sua moglie che da New York inviò al Poeta un ultimo appello per far sì che si riconciliasse con il fratello. Scrisse, infatti, Adele il 7 ottobre: «Quello che ti chiedo ora, quello che imploro da te è la tua benevolenza, il tuo affetto fraterno, il tuo appoggio morale. Se Antonio si troverà ancora a Roma, quando leggerai la presente, fallo venire a casa tua per riabbracciarlo, per dirgli il motivo del tuo rancore, la ragione del tuo agire». 
Gabriele non rispose alla lettera della cognata, ponendo termine al carteggio tra i due fratelli. Antonio morì a New York nel 1945. 

Francesco d’Annunzio, figlio di Antonio, si reca al Vittoriale (1966)

Il 13 giugno 1966 Francesco, figlio di Antonio, si recò al Vittoriale e portò in dono la lettera che Gabriele aveva inviato da Pescara la Domenica delle Palme del 1910. Egli riferì che quella missiva era rimasta, per anni, appesa al muro di casa, perché il padre, dopo averla ricevuta, l’aveva messa in cornice. A Gardone, Francesco s’incontrò affabilmente con Ettore Luise, Emilio Mariano e Vera Luise. Fu una conversazione tra parenti: Ettore Luise, infatti, padre di Vera e figlio di Elvira d’Annunzio, era cugino di primo grado.
Francesco, nonostante fosse vissuto in un ambiente dove, dal 1934 in poi, aveva sentito parlare dello zio Gabriele come di un fratello insensibile, ritornò negli Stati Uniti senza rancori verso di lui e pienamente soddisfatto dell’accoglienza ricevuta a Gardone. Anni dopo, tramite suo figlio Gabriele, fece donare alla Fondazione altre lettere di d’Annunzio indirizzate al padre. Gabriele d’Annunzio, infatti, unico nipote di Antonio, nato intorno agli Anni Quaranta, il 23 settembre 1974 si recò al Vittoriale e lì donò, a nome del genitore, quattro lettere del prozio: quella del 16 dicembre 1927 e quelle del 24, 25 e 26 novembre 1931. Emilio Mariano, Sovrintendente del Vittoriale, rilasciò, infatti, questa ricevuta: «In data odierna si riceve il materiale sottoelencato, inviato in dono dal Sig. Francesco d’Annunzio e consegnato a mano dal figlio Gabriele».
Nell’anno 2000, quando mi accingevo a pubblicare nella «Rassegna dannunziana» il carteggio tra Gabriele e Antonio d’Annunzio, Vera Luise ebbe a raccontarmi che Gabriele tornò nuovamente a Gardone negli Anni Ottanta per spargere le ceneri dei suoi genitori nel Lago di Garda. Fu suo desiderio, infatti, che i loro resti mortali tornassero in Italia. Mi disse anche che pochi anni prima era andata in America col marito Emilio Mariano a trovare Gabriele d’Annunzio, suo cugino di secondo grado, il quale viveva nel Massachusetts, a Carlyle, nelle vicinanze di Boston. Sposato due volte, aveva due figlie. Benestante, si occupava d’arte, di tecnologia avanzata e di pubblicità televisiva. Amante, come il prozio omonimo, di cavalli, era spesso impegnato nella caccia alla volpe, che si teneva nelle vicinanze della sua tenuta. Della crisi, che aveva schiacciato pesantemente il povero nonno, non sapeva nulla poiché era nato negli anni Quaranta. 

Bibliografia essenziale

Paolo Alatri, D’Annunzio negli anni del tramonto, Venezia, Marsilio, 1984.
Piero Chiara, Vita di Gabriele d’Annunzio, Milano, Mondadori, 1978.
Gloria alla Terra! D’Annunzio e l’Abruzzo, a cura di Manlio Masci, Pescara, Editrice Dannunziana Abruzzese, 1963.
Gabriele d’Annunzio, Il Befano alla Befana. L’epistolario con Luisa Bàccara, a cura di Paola Sorge, Milano, Garzanti, 2003.
Gabriele d’Annunzio, Carteggio con Benigno Palmerio (1896-1936), a cura di Milva Maria Cappellini e Raffaella Castagnola, Torino, Aragno, 2003.
Franco Di Tizio, Carteggio di d’Annunzio con il fratello Antonio, in «Rassegna dannunziana», Pescara, XIX, 39, marzo 2001, pp. I-XVI. 
Franco Di Tizio, Gabriele d’Annunzio e la famiglia d’origine, Pescara, Ianieri, 2013.
Mario Faustinelli, Lettere inedite di D’Annunzio a Romano Manzutto, in «Quaderni del Vittoriale», 25, gennaio-febbraio 1981.
Nicola Perone, D’Annunzio e l’America, Pescara, Ianieri, 2019.
Giovanni Rizzo, Diario di lotta e di poesia, Milano, Mondadori, 1941. 
Raffaele Tiboni, Lettere inedite di Gabriele D’Annunzio alla famiglia d’origine, in «Oggi e Domani», Pescara, XII, settembre 1984.
Mario Vecchioni, Lettere inedite di Gabriele D’Annunzio ai genitori, alla sorella Anna e al fratello, Pescara, Tipografia Arte della stampa del dr. Stracca, 1953.
Mario Vecchioni, Barbara la bella romana, in «L’Urbe», Roma, settembre-ottobre 1959.
Al “Candido Fratello”… Carteggio Gabriele D’Annunzio-Annibale Tenneroni (1895-1928), a cura di Mirko Menna, Lanciano, Carabba, 2007.

Condividi: