di Adriana Guarnieri, Enciclopedia digitale dannunziana
1. Dal collegio alla Capponcina
Il collegio e la rivelazione
Allievo del Cicognini dal 1874 d’Annunzio frequenta, oltre alle materie obbligatorie, il corso facoltativo di pianoforte e nell’ultimo anno anche quello di canto, ottenendo una menzione onorevole. Tra il 1878 e il 1881 durante le vacanze estive fa pratica di musica con uno zio dilettante di violino (rievocato nel Trionfo della morte) e dal 1881 si unisce alla “bohème abruzzese”, di cui fa parte Francesco Paolo Tosti, autore di romanze molto note in Italia e – soprattutto – in Inghilterra. Nell’ultimo anno di collegio la casa editrice Ricordi pubblica Visione, una romanza di Tosti su versi di d’Annunzio. Ha scoperto la musica a Bologna nel 1878 in occasione della visita a una chiesa in compagnia del padre: «Il tuono dell’organo rintronò sul mio capo […]. Le mie ossa mi parevano vuotate di midolla e fatte cave per essere più sonore, […] in quel punto io nacqui alla musica, ebbi la mia natività nella musica infinita, ebbi nella musica la mia natività e la mia sorte» (d’Annunzio 2005, vol. II, p. 1375-1376).
Roma
Stabilitosi a Roma alla fine del 1881, d’Annunzio organizza al Teatro Costanzi un concerto a favore dei terremotati d’Abruzzo. Negli anni seguenti, in qualità di redattore del «Fanfulla» e del «Fracassa», recensisce la stagione musicale romana e frequenta il ‘cenacolo’ romano di Tosti e Michetti. Fa la conoscenza di Franz Liszt, di passaggio a Roma; pubblica nel «Fanfulla» il sonetto Musica del Settecento. In qualità di redattore fisso della «Tribuna» per la cronaca mondana vi pubblica tra l’altro la cronaca di un Lohengrin. Conosce Debussy, di passaggio a Roma. In un articolo del 1886 cita un passo di Maupassant sul soggiorno di Wagner a Palermo. Nel dicembre 1884 tratta, nella «Tribuna», anche il problema del libretto operistico:
La signora Kupfer, una bella tedesca bionda e rosea, co’l viso un po’ largo, con le narici un poco aperte, con una fresca bocca tutta ridente di dentini candidissimi, donde la polla del canto sgorgava in una tal qual placidità naturale, fu un’Elsa amabile, ebbe accenti d’una efficacia grande qua e là, e in tutta l’opera conservò la morbida pienezza della voce. Il commendatore Stagno, scintillante nell’armatura argentea e vezzoso nell’azzurro mantello della vergine Maria, non fu in verità un Lohengrin ideale. (D’Annunzio 1996-2003, vol. I, pp. 221-222)
I primi romanzi
Tra il luglio e il dicembre del 1888 scrive Il piacere, un romanzo in cui la musica primeggia decisamente: se nella prima parte compare solo come presenza nei ritrovi mondani, nella seconda, ambientata a Schifanoia, domina decisamente: donna Maria Ferres passa molte ore al pianoforte, per sé e per l’ospite. Durante la stesura del romanzo successivo (L’innocente) Nicolò von Westerhout, a Napoli, gli fa ascoltare al pianoforte passi di drammi wagneriani; la scoperta coincide per d’Annunzio con quella degli scritti di un Nietzsche ormai antiwagneriano, mediterraneo. Nella «Tribuna» d’Annunzio pubblica così tre articoli sul suo Caso Wagner. Contemporaneamente escono la prima parte del Trionfo della morte e il sonetto Isolda:
la Gavotta di Luigi Rameau, la Gavotta delle dame gialle, quella che ho tanto sonata e che rimarrà come la memoria musicale della mia villeggiatura a Schifanoia. […] e la Gavotta continua continua continua sempre dolce, sempre piana, sempre uguale, eternamente, come una pena. (D’Annunzio 1988-1989, vol. I, pp. 219 e 227)
Puccini
Durante la stesura del Trionfo della morte (un romanzo interamente percorso da musiche, sia private (la protagonista suona il pianoforte) sia pubbliche (i canti dei pastori e altro ancora), Carlo Clausetti, con l’intermediazione di Tosti, lo invita a stendere un libretto per Puccini: il poeta accetta, ma chiede che gli venga corrisposta una grossa somma di denaro soltanto per iniziare il lavoro, e l’accordo non decolla:
Tu sai che già da tempo vagheggio un libretto [sottolineato] o meglio: una specie di poema lirico in cui mettere qualche strana e grandiosa rappresentazione d’un mondo non mai veduto. Di massima – come si dice – non sono dunque contrario alla tua proposta. Ma tutto è subordinato alle condizioni, poiché oggi il mio nome è preziosissimo e io sono risoluto a farlo valere. (D’Annunzio, Puccini 2009, p. 155)
Dalla Grecia al Fuoco
Uscite le Vergini delle rocce, nell’estate del 1895 d’Annunzio intraprende un viaggio in Grecia con alcuni amici nel panfilo “Fantasia” di Scarfoglio: visita Delfo e Micene leggendo passi dell’Odissea e di Tucidide e rientra da solo in Italia, in quanto invitato ad aprire la Biennale di Venezia l’8 novembre con un discorso: sarà L’allegoria dell’autunno, argomento d‘esordio del Fuoco. Il romanzo, steso tra il 1896 e il 1900, ha per protagonisti Stelio Effrena (lui stesso) e l’attrice drammatica Foscarina (Eleonora Duse). Nel romanzo Stelio incontra un Wagner ormai malato, in compagnia di Liszt, in più occasioni e ne porta a spalla la bara, con tre amici, fino al cimitero: «Nelle stanze attigue alla Sala del Maggior Consiglio, un tempo abitata dal Doge, ora dalle stanze pagane comprese negli antichi bottini di guerra, Stelio Effrena attendeva l’avviso del cerimoniere per comparire sul palco» (d’Annunzio 1988-1989, vol. II, p. 228).
Wort-Ton-Drama e Dramma per musica
Nel corso della stesura del Fuoco d’Annunzio ha letto la tesi di dottorato di Rolland sulle origini italiane del dramma per musica e ne ha assunto la prospettiva, sviluppata appunto nel romanzo con la contrapposizione tra Wort-Ton-Drama (tedesco) e opera (italiana), e nella vita con un progetto antagonistico a Bayreuth: la costruzione di un teatro all’aperto, sul modello del Teatro romano di Orange, da insediare su un colle romano. In virtù delle proprie conoscenze internazionali Eleonora Duse impegna molte energie per la sua realizzazione, ma purtroppo l’iniziativa non va in porto:
Noi edificheremo in questo luogo solenne e solitario un teatro di festa che rimarrà aperto nei due più dolci mesi della primavera romana. Vi si rappresenteranno soltanto le opere di quei nuovi artisti, i quali considerano il dramma come una rivelazione di bellezza comunicata alla moltitudine […] Edificando questo teatro isolato, noi abbiamo la speranza di cooperare al rinascimento della tragedia. (Oliva 2002, p. 57).
L’opera italiana contemporanea: la svolta
Si è fatta strada in d’Annunzio, in sostanza, l’idea di una rifondazione del teatro lirico nazionale che si coniughi alle proprie esigenze economiche. Il poeta comincia a mostrarsi pubblicamente interessato all’opera italiana contemporanea: il 20 novembre 1898 viene visto applaudire vistosamente alla prima dell’Iris di Mascagni e in dicembre pubblica un elogio della musica vocale italiana antica. Si adegua in sostanza a un preciso “spirito del tempo” cercando di entrare in rapporti con gli operisti italiani in vista di una collaborazione in quanto librettista. Tutto questo coincide temporalmente con la composizione delle Laudi; in modo particolare con la raccolta Alcyone, nella quale voci e strumenti sono presenze decisamente diffuse e sensibili (Il fanciullo, La tenzone, L’Oleandro, Buccha….) che culminano nella musicalità totale della Pioggia nel pineto: quasi un lungo vocalizzo che prende l’avvio dalle parole «Taci» e poi «Ascolta» della prima strofa, per proseguire con «Odi?» nella terza, «Ascolta, ascolta» nella quarta e la ripresa del tema iniziale variato («Piove sulle tue ciglia nere») per un Finale di musicalità assoluta.
Franchetti e (soprattutto) Pizzetti
Si svolge così in parallelo il suo deciso avvicinamento agli operisti italiani attivi, per ragioni soprattutto economiche (i debiti si vanno accumulando). Caduto nel 1899 un progetto di collaborazione con Mascagni, l’anno successivo il poeta declama a più riprese un discorso di augurio per Puccini, testimoniato nei Taccuini, durante le cerimonie organizzate in Toscana in onore dell’operista («Auguro a Giacomo Puccini molte di quelle ore misteriose da cui nascono i capolavori […]», d’Annunzio 1965, p. 419). L’anno successivo pubblicherà nella «Tribuna» la canzone In morte di Giuseppe Verdi, declamandola nell’aula magna dell’Università di Firenze, e un’Ode a Bellini, che declamerà personalmente nel Teatro Costanzi di Roma. Al culmine di questo avvicinamento all’opera italiana si colloca la sua collaborazione con Franchetti, per il quale riduce a libretto La figlia di Iorio, che verrà rappresentata nel 1906 con la sua messinscena (all’epoca affidata al librettista) ricca di mobilia e oggetti contadini originali. Falliscono invece tutte le ventilate collaborazioni con Puccini, che rifiuta via via varie sue proposte di soggetti.
«A Ildebrando da Parma questa Nave che porta in poppa la sua gloria nascente»
Negli anni successivi la preferenza di d’Annunzio per Pizzetti si fa comunque sempre più evidente. Il 27 ottobre del 1907 il poeta rende personalmente visita, a Parma, al compositore. La Nave con cori e musiche di scena dell’operista viene rappresentata l’11 gennaio 1908 al teatro Argentina di Roma e nella copia della tragedia che il poeta dona al musicista si trova questa dedica: «A Ildebrando da Parma questa Nave che porta in poppa la sua gloria nascente». All’inizio del 1909 i due autori lavorano insieme alla riduzione a libretto della tragedia Fedra per la futura opera lirica omonima. In vista dell’edizione cartacea il poeta ne scrive a Giulio Ricordi in questi termini: «Noi vogliamo fare un tentativo nuovo di dramma musicale latino, del quale abbiamo formalmente una idea molto chiara, fuor d’ogni pregiudizio wagneriano (non crediamo, per esempio, alla necessità del leitmotiv), fuor d’ogni eccesso straussiano, fuor d’ogni affettazione debussysta» (Pizzetti 1980, p. 72).
Di lì a non molto il poeta sarà costretto a raggiungere Parigi, lasciando alla Capponcina, insieme con tutti gli arredi, due pianoforti, un’arpa, un mandolino antico, un salterio del Cinquecento e le maschere di Wagner e di Beethoven.
2. Dalla Francia al Vittoriale
Una volta stabilitosi a Parigi d’Annunzio – molto conosciuto in Francia sia in ragione delle sue amicizie (in modo particolare Debussy e Rolland), sia per il suo teatro (più volte messo in scena), sia per le traduzioni dei suoi romanzi – frequenta ovviamente la società artistica e letteraria e coltiva anche dei progetti. Tra le sue iniziative si fa notare la ripresa della sua recedente idea, quella di costruire un nuovo teatro, latino ed europeo, alternativo a quello di Bayreuth: un «Théâtre de fete», discusso a lungo con Adolphe Appia, ricco di idee anche logistiche (non limitato alla sola Parigi), che purtroppo non vedrà la luce. Per quanto riguarda i suoi contatti – sempre numerosissimi – notiamo tra i più coltivati l’amicizia con Louis Vierne, al quale chiede spesso di suonargli musica antica religiosa:
‘Allevato sulle ginocchia della musica’ diceva di me Louis Vierne organista di Nostra Donna di Parigi; dopo avermi dato le più alte ore del mio esilio mi conduceva di nascosto nella Cattedrale, a notte; accendeva soltanto il lume del suo leggìo; per me solo nell’oscurità sonava le opere sacre dei più grandi maestri. Mi manca il respiro e mi si scava il petto se ripenso alla notte quando Louis Vierne mi rivelò il trittico sublime di Johann Sebastian Bach: Toccata, Adagio e Fuga. (D’Annunzio 2005, vol. I, p. 1909)
Ispirato da quegli ascolti il poeta propone a Debussy di musicare il Martyre de Saint Sébastien e una volta trasferitosi ad Arcachon stende il testo del Mistero. All’inizio del 1911 diventa socio della Société de Musique Indépendente, diretta da Fauré e Ravel; il 9 gennaio consegna a Debussy il terzo atto del Martyre. Alla vigilia della prima l’arcivescovo di Parigi diffida i cattolici dall’assistere alla rappresentazione; gli autori difendono il proprio operato in una lettera al «Figaro». In maggio lo spettacolo esordisce al Théatre du Chatelet: «Claudio di Francia, al mio modo di leggergli le parti del poema ansiose di compirsi nella musica, comprese; e non si meravigliò se non per amarmi, se non per donarsi intiero e puro» (d’Annunzio 2005, vol, I, p. 1911).
Nel frattempo, sono comparsi in Italia la lirica Erotica di Pizzetti (da La Chimera) e Due piccoli notturni (da Canto novo) musicati da Tosti, mentre si sono riallacciati via via (a Parigi o ad Arcachon) i vari contatti del poeta con gli operisti italiani, desiderosi di ricevere da lui personalmente le riduzioni a libretto delle relative tragedie. D’Annunzio fornirà loro di volta in volta i testi realizzandone i tagli necessari richiesti: apparentemente con pazienza, ma sfogandosi in privato per doverli accontentare. Nel gennaio del 1912 Pizzetti è pertanto ospite ad Arcachon, dove riceve la riduzione del II e III atto di Fedra; il poeta lo incarica inoltre di comporre le musiche di scena per La Pisanelle. Stende successivamente il libretto di Parisina per Mascagni, che si stabilisce a Castel-Fleury per musicare l’opera. Riprende anche i contatti con Puccini, che lo visita in novembre, e si accorda con lui per la musica della Crociata degli innocenti. In questa occasione il poeta scrive a Tito Ricordi per rassicurarlo e dichiarargli la propria buona volontà: «Giacomo fu qui, e mi parve sinceramente desideroso di innovarsi e di tentare uno sforzo insolito. Il soggetto […] è singolarissimo, pieno di forza patetica, di contrasti appassionati, di sogno e di purità. È un vero e proprio Mistero. E desidero conservargli questo titolo» (d’Annunzio, Puccini 2009, p. 210).
Scriverà però nel Libro segreto: «Ecco il lago di Massaciùccoli tanto ricco di cacciagione quanto povero di ispirazione» (d’Annunzio 2005, vol. I, p. 1709).
L’anno successivo d’Annunzio e Debussy, dallo stesso palco, applaudono il Sacre du printemps di Stravinskji; nel frattempo Tito Ricordi e Zandonai hanno ottenuto dal poeta nuovi versi per il terzo atto della Francesca da Rimini. In giugno va in scena al Théâtre du Chatelet La Pisanelle con musiche di scena di Pizzetti. In ottobre, in casa di Lina Cavalieri, Zandonai esegue, nella riduzione per pianoforte, la propria Francesca da Rimini in presenza del poeta; il 15 dicembre Parisina, diretta personalmente da Mascagni, va in scena alla Scala di Milano, ma viene riproposta il 18 con ampi tagli a causa dello scarso successo della prima. Nello stesso periodo Malipiero, recatosi a Parigi, non può ottenere da d’Annunzio l’autorizzazione a musicare il Sogno d’un tramonto d’autunno perché il poeta l’ha già concessa a un dilettante, tale Torre Alfina. All’inizio del 1914 Bastianelli visita d’Annunzio e gli fa sentire alcune sue composizioni. Il 19 febbraio il Regio di Torino mette in scena Francesca da Rimini e nello stesso mese l’editore Quattrini raccoglie in volume i tre articoli di d’Annunzio sul Caso Wagner di Nietzsche, nei quali si legge: «la sua musica è, in gran parte, bellissima ed ha alto e puro valore di arte indipendentemente dalla faticosa macchinazione teatrale e dalla significazione simbolica sovrapposte» (d’Annunzio 1996-2003, vol. II, pp. 247-248).
Nel mese di marzo Parisina viene ripresa al Teatro Costanzi di Roma. In maggio, a Parigi, il poeta viene visto all’Opéra fischiare Josephs Legende di Richard Strauss. In una casa privata il poeta ascolta il cantante indiano Isnayat Kahn; scriverà nel Notturno: «il suo canto pareva sorgere dalla profondità del tempio […] fondere in sé le aspirazioni di tutta la stirpe, raccogliere in sé il travaglio di tutte le radici. Non c’erano più pareti, non c’era più il camino angusto; non c’erano più fantasmi né maschere né frodi» (d’Annunzio 2005, vol. I, p. 268).
Cade nel frattempo un nuovo progetto di collaborazione tra il poeta e Debussy e lo scoppio della guerra impedisce la messa in scena della Ville morte, musicata da Raoul Pugno e Nadia Boulanger. D’Annunzio, che vuole osservarne di persona gli esiti, ottiene il permesso di visitare le zone non ancora occupate e arriva così a contemplare la cattedrale di Reims incendiata. Si tiene inoltre in stretto contatto con gli amici italiani ed esprime in molti modi la convinzione che l’Italia debba entrare in guerra; lui stesso decide di rimpatriare e tiene a Genova il noto discorso interventista. Con il nuovo anno esce nel «Corriere della Sera», il 18 marzo, l’ampia intervista intitolata Nel pittoresco rifugio del d’Annunzio, nella quale il poeta elogia Pizzetti nell’attesa della rappresentazione di Fedra, che va in scena alla Scala il 20 marzo 1915:
L’opera d’Ildebrando da Parma è un indizio primaverile, è quasi un segno intempestivo nell’inerzia e nel dubbio, destinata piuttosto a risonare in un’aria temprata dall’eroismo e dalla vittoria. […] Gli uditori, pur nella presente ansietà, non possono non sentire quel che v’è di casto, di sincero, di virile, di virgineo in quest’arte che rinnovella la tradizione nostra più alta […] risalendo fino alla purità religiosa dei secoli anteriori, fino alla sublime fonte del canto gregoriano. (Oliva 2002, p. 294)
Il poeta affitta a Venezia la “Casetta rossa” e la provvede sollecitamente di un pianoforte. All’inizio dell’anno successivo, durante la cura del buio conseguente all’incidente di volo del 16 gennaio, inviterà spesso a suonare per lui giovani musicisti, tra i quali Giorgio Levi; testimonianze di quegli incontri compariranno nel Notturno: «Inebriatemi di musica. Fatemi piangere ancora lacrime d’anima. Toccate con la melodia il fondo della mia piaga, a suscitarvi i colori indicibili che non appariscono se non nello spettro luminoso delle stelle» (d’Annunzio 2005, vol. I, p. 258).
Una volta guarito, in parallelo con l’attività militare il poeta continua a indagare l’argomento musicale, rivolgendo ora l’attenzione soprattutto alla musica italiana antica. Accogliendo un suggerimento di Gianfrancesco Malipiero assume nel 1917, per il tramite di Umberto Notari, la direzione della Raccolta nazionale delle musiche italiane (in seguito Classici della musica italiana); la sua prefazione al catalogo della raccolta comparirà anche nelle Faville del maglio col titolo Della decima Musa e della Sinfonia decima:
Ed ecco che intraprendere per le stampe una raccolta di antiche musiche in questa terza primavera di guerra, mentre sul sanguigno mondo sta quell’ansia vertiginosa che precede il turbine dei turbini e le estreme sentenze del Destino, non mi pare una impresa intempestiva. Non è se non uno di quegli indizii augurali che non hanno mai cessato di risplendere allo spirito umano in mezzo a quella uccisione e a quella devastazione senza confine e senza fine. (D’Annunzio 2005, vol. I, p. 1603)
Il 23 marzo 1918 assiste a un concerto diretto da Toscanini nel Conservatorio di musica di Milano; nello stesso periodo scrive una lettera a Eleonora Duse esprimendo la propria afflizione per la morte di Debussy. Nel Ritratto di Luisa Bàccara scriverà:
Penso a quel che può essere il sepolcro di Claudio. Dove? nell’Isola di Francia tremolante di pioppi e di rivi? Non so imaginare la tomba di questo aereo inventore. Non so imaginare sopra lui quel che pesa e suggella. L’epigramma greco, che invoca la leggerezza della terra coprente, conviene alla sua sensualità senza carne. (D’Annunzio 2005, pp. 1618-1619)
Per i tipi dell’Istituto Editoriale Italiano esce nello stesso anno, con prefazione del poeta, il Catalogo generale della Raccolta Nazionale delle Musiche Italiane. Il 3 novembre viene eseguita alla Scala La Nave di Montemezzi, composta su un libretto di Tito Ricordi ricavato dalla tragedia di d’Annunzio, che però non assiste alla rappresentazione. Nell’estate successiva inizia la sua relazione con la pianista Luisa Bàccara; in una lettera del primo settembre 1919 le scrive:
Com’era lontana, stanotte, su quella peatta di canti. – Vedevo di tratto in tratto, fra un ferro di gondola e un manico di violoncello, il Suo viso stretto dove si raccoglieva tutta la spiritualità della notte stellata. (In Damerini 1992, p. 178)
Dopo la marcia di Ronchi Luisa lo raggiunge a Fiume, dove terrà numerosi concerti per i Legionari. Nel frattempo, l’editore Ricordi pubblica Consolazione, musicata da Tosti, e Respighi compone due liriche tratte dal Poema paradisiaco (La statua e La donna sul sarcofago), mentre Fuori i barbari di Castelnuovo Tedesco diventa, per scelta del poeta, l’inno di Fiume liberata. D’Annunzio pubblica un proprio Ritratto, che verrà ristampato nelle Faville del maglio col titolo Di una pausa musicale nel tumulto di Fiume. Il 30 agosto esce la Carta del Carnaro, nella quale i capitoli LXIV e LXV trattano specificamente l’argomento musicale. Il 20 novembre arriva a Fiume Toscanini, che il giorno successivo vi dirige la propria orchestra; per l’occasione il poeta pubblica nella “Vedetta d’Italia” del 23 novembre il proprio saluto ufficiale al direttore. Nel frattempo Respighi, in Italia, pubblica Quattro liriche su versi tratti dal Poema paradisiaco. Fallita l’impresa di Fiume, d’Annunzio si insedia nella villa di Cargnacco, già proprietà di Thode (marito di Daniela von Bulow), nella quale trova, intatto, il pianoforte di Cosima Wagner. Quivi, il 10 settembre, il poeta riceve Beniamino Gigli. Aderisce nello stesso periodo alla “Camerata della musica italiana” con queste parole: «Mio caro Maestro, eccole il consentimento pieno e fraterno di colui che in tempi più sordi risuscitò ed esaltò la Camerata dei Bardi» («La Cultura Musicale», 1, 1923, p. 279).
In ottobre suggerisce a Tom Antongini di raccomandare a Mussolini «ottime musiche militari» destinate alle «terre redente», per le quali si offre di trascrivere i testi. Il 7 giugno dell’anno seguente l’Opéra di Parigi mette in scena la tragedia Fedra in versione francese, con musiche di scena di Pizzetti riprese dall’opera omonima. In settembre il poeta riceve al Vittoriale Casella e Malipiero e aderisce alla Corporazione delle Nuove Musiche, per la quale crea il motto “Concentus Decimae Nuncius Musae”; scriverà a Casella nove anni dopo:
Mio caro Alfredo, è lontano il tempo quando ci adunavamo nella Camerata di Gasparo ansiosi nel soffio delle “Nuove Musiche” e tu sembravi reggere le nostre aspirazioni, verso la verità non rivelata eppur vivente, con spirito legislatore ricordandoti “come ogni legislatore primitivo sapesse di musica”. Sempre mi ricordo. E tu ti ricordi. (In Bassi 1997, p. 53)
Nel 1924 d’Annunzio ha però ignorato la proposta di Casella di invitare a Gardone Schonberg e la sua orchestra per un’esecuzione privata del Pierrot lunaire. In questo periodo il Trio Baccara-Francesconi-Busanello esegue spesso per il poeta composizioni di Beethoven e Antonietta Treves acquista per lui un fonografo. In ottobre Malipiero gli presenta il Quartetto Veneziano. Nel frattempo, Casa Ricordi ha pubblicato la Sera fiesolana musicata da Casella. L’anno successivo, durante la visita di Mussolini al Vittoriale, il Quartetto Veneziano del Vittoriale (così rinominato dal poeta) tiene vari concerti per gli ospiti. In luglio Toscanini e Forzano visitano il poeta; quest’ultimo non aderisce alla richiesta del Comitato Onoranze a Giacomo Puccini di comporre l’epigrafe per il monumento di Torre del Lago. Due anni più tardi il poeta assisterà alla messinscena del Martyre de Saint-Sébastien diretto alla Scala da Toscanini. Il dramma Phèdre è stato rappresentato al Costanzi di Roma nella versione francese originale, con musiche di scena di Honegger. Il poeta ha scritto a Ida Rubinstein:
Petite soeur, ce soir encore une fois vous avez depassé vous-meme, vous avez été plus belle, plus mélodieuse, plus brillante. Je vais avec mon coeur doublé par votre coeur chez le grand Toscanini. Soyez tranquille, dormez profondement entre le bras de la poésie. (In Guarnieri Corazzol 1990, p. 33)
In occasione dei lavori di ristrutturazione del Vittoriale del 1927 d’Annunzio cura l’allestimento di una sala per musica che denomina “la Camerata di Gasparo”; nel gennaio del 1928, in occasione di una visita del ministro Fedele a Gardone, il poeta gli rende omaggio con un coro di contadini sardi; nello stesso anno, per una rappresentazione scaligera del Cavaliere della rosa diretto da Richard Strauss, il poeta invia al compositore un lungo telegramma di augurio. L’anno successivo il poeta chiede a Mussolini che Pizzetti e Malipiero vengano eletti Accademici d’Italia; vengono invece nominati Giordano e Mascagni, e in una lettera a Mussolini d’Annunzio si rammarica che siano stati loro preferiti quei due “buoni mercatanti”. Il 26 ottobre vengono eseguiti al Vittoriale i Ritrovari di Malipiero per undici strumenti, sollecitati dal poeta dopo un precedente ascolto dei Ricercari. Il 23 settembre 1930 d’Annunzio ringrazierà Mussolini per aver ricevuto il compositore a Roma:
Mio caro compagno, Gian Francesco Malipiero mi disse con quanta grazia musicale tu l’abbia ricevuto, e sanato di tante ingiustizie italiane. Anche so il tuo gesto signorile nell’invitarlo a casa tua, e so che l’invito gli varrà come un’alta testimonianza contro gli sciocchi e i perfidi collegati. (In Nicolodi 1984, pp. 353-354)
Il 6 luglio dell’anno seguente il poeta fa eseguire al Vittoriale gli ultimi Quartetti di Beethoven, che ancora non conosce; interviene inoltre presso Giovanni Giuriati (segretario del partito fascista veneziano) affinché Malipiero ottenga una cattedra di Composizione presso il Conservatorio di musica «Benedetto Marcello». E in occasione della rappresentazione della Favola d’Orfeo di Casella a Brescia, il 25 febbraio 1933, lo rimprovera per aver fatto ricorso alla «mediocrissima» poesia di Poliziano. In maggio il duca di Bergamo visita il Vittoriale e in suo onore Luisa Bàccara esegue brani di Brahms e Broch. L’anno successivo Malipiero è ospite al Vittoriale per l’ultima volta; in marzo il Trio italiano (Casella-Bonucci-Poltronieri) suona a Gardone per il poeta, che ringrazierà il primo, per via epistolare, il 19 marzo 1934:
Carissimo Alfredo, stanotte ho mirato la tua luce: sei la stella di prima grandezza nella costellazione musicale dell’emisfero d’Oriente. Come sono grato a te, e ai tuoi miei compagni, di questa visita terapeutica. (In Bassi 1997, p. 55)
Il 6 luglio del 1936 Pizzetti visita per l’ultima volta d’Annunzio al Vittoriale e quest’ultimo gli cede gratuitamente il libretto della Figlia di Iorio. Il 26 agosto 1937 Ojetti visita d’Annunzio. A pranzo parlano di Toscanini, emigrato negli Stati Uniti; il poeta affronta però l’argomento con molta cautela. L’anno successivo, a Parigi, si progetta una Société des Amis de Claude Debussy e la presidenza onoraria viene offerta a d’Annunzio, che però viene a mancare. Ai suoi funerali verrà eseguito l’Adagio di un Quartetto di Beethoven.
Bibliografia primaria
Gabriele d’Annunzio, Taccuini, a cura di Enrica Bianchetti, Roberto Forcella, Milano, Mondadori, 1965.
Gabriele d’Annunzio, Prose di romanzi, a cura di Annamaria Andreoli, Niva Lorenzini, 2 voll., Milano, Mondadori, 1988-1989.
Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici, a cura di Annamaria Andreoli, 2 voll., Milano, Mondadori, 1996-2003.
Gabriele d’Annunzio, Prose di ricerca, a cura di Annamaria Andreoli, Giorgio Zanetti, 2 voll., Milano, Mondadori, 2005.
Gabriele d’Annunzio, Giacomo Puccini, Il carteggio recuperato (1894-1922), a cura di Aldo Simeone, Lanciano, Carabba, 2009,
Gianni Oliva (a cura di), Interviste a d’Annunzio, con la collaborazione di Maria Paolucci, Lanciano, Carabba, 2002.
Bibliografia secondaria
Adriano Bassi, Caro maestro. D’Annunzio e i musicisti, Genova, De Ferrari Editore, 1997.
Adriana Guarnieri Corazzol, Sensualità senza carne: la musica nella vita e nell’opera di d’Annunzio, Bologna, Il Mulino, 1990.
Gino Damerini, D’Annunzio e Venezia, Venezia, Albrizzi, 1992.
Fiamma Nicolodi, Musica e musicisti del ventennio fascista, Fiesole, Discanto Edizioni, 1984.
Bruno Pizzetti (a cura di), Ildebrando Pizzetti. Cronologia e Bibliografia, Parma, La Pilotta, 1980.
Carlo Santoli, Gabriele d’Annunzio. La musica e i musicisti, Roma, Bulzoni, 1997.
Rubens Tedeschi, D’Annunzio e la musica, Firenze, La Nuova Italia, 1988.