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Masciantonio, Pasquale

di Simone Di Valerio, Enciclopedia dannunziana

Trent’anni di amicizia (1891 ‒ 1923)

L’amicizia che legò Gabriele d’Annunzio a Pasquale Masciantonio (1869 ‒ 1923), avvocato e uomo politico, deputato per ventitré anni consecutivi, si deve forse in primo luogo alla loro comune origine abruzzese, tanto più che si conobbero essendo entrambi emigrati a Napoli, seppur per ragioni diverse ‒ di studio per Masciantonio, di fuga dai debiti accumulati a Roma per d’Annunzio. L’amore e l’orgoglio della terra natale fu poi presumibilmente uno dei tanti motivi che continuò a tenerli vicini nel corso degli anni: il carteggio tra i due certo non difetta di lettere in cui il Vate chiede con trasporto al «caro Pascal», come presto lo ribattezzò affettuosamente, di mandargli qualche otre di olio d’oliva «squisitissimo» delle colline chietine, oppure di altre missive in cui aspetta «il cacio» (Caro Pascal 2001, lettera dell’8 novembre 1894, p. 228). E quando si ritrovarono entrambi candidati nel 1900, d’Annunzio, già sconfitto, saluta invece l’elezione di Masciantonio dicendosi «lontano repudiato dalla nostra cara terra», ma abbracciandolo «fraternamente prima della vittoria» (Caro Pascal 2001, lettera del 18 luglio 1900, p. 286). Come un fil rouge, l’Abruzzo segna anche la rottura del rapporto d’amicizia, visto che è in dialetto che Masciantonio, latore di una richiesta nientemeno che dell’allora presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, scrive a d’Annunzio per pregarlo di non pubblicare la Canzone dei Dardanelli: «Pe stavota sienteme dapuo jetteme a lu mare ca sempre te tienghe mezza lu core» («Per questa volta ascoltami, poi gettami al mare, ché ti ho sempre in mezzo al cuore», Caro Pascal 2001, telegramma del 13 gennaio 1912, p. 360). La risposta è definitiva, non ammette repliche e neppure traduzione, per la volgarità: «Nin mi sta a rompe li chijune tu pure» (Caro Pascal 2001, telegramma del gennaio 1912, p. 361).

Il periodo napoletano (1891): la nascita di un’amicizia

Pasquale Masciantonio nacque il 20 agosto 1869 a Casoli, nell’allora circondario di Lanciano, oggi come all’epoca in provincia di Chieti, da Raffaele e da Concetta Di Benedetto, entrambi possidenti terrieri, nell’abitazione di loro proprietà in strada Porta Carrozza, che è poi il Castello Ducale che domina dall’alto l’abitato, edificato a partire dall’XI secolo e appartenuto in passato alle famiglie nobili dei d’Aquino, degli Orsini e dei Colonna. Secondo di dieci figli ‒ sette femmine e tre maschi, per la precisione ‒ prese il nome del nonno, essendo il primo figlio maschio. Fu mandato a Napoli per completarvi prima gli studi classici e poi quelli universitari, laureandosi in Giurisprudenza nel 1891.
In quello stesso anno vi conobbe Gabriele d’Annunzio, arrivato in città dall’Abruzzo a fine agosto al seguito di Francesco Paolo Michetti, che doveva raggiungere i maestri Domenico Morelli e Edoardo Dalbono per proseguire poi insieme verso Palermo (Andreoli 2000, p. 196). La sortita che doveva durare solo qualche giorno si trasformò in una permanenza di un paio d’anni, trovandosi il Vate in un periodo di profonda inquietudine: era ormai agli sgoccioli l’amore per Barbara Leoni, alias Elvira Natalia Fraternali in Leoni (1862 ‒ 1949), e già forse imperversava il desiderio per Maria Gravina di Cruyllas (1861 ‒ 1933), nobile siciliana sposata al conte Anguissola, conosciuta a Francavilla. Sul piano finanziario, tra i tanti contratti, i debiti accumulati con il cravattaro romano Francesco «Checco» Gentiletti, cameriere del Caffè Greco, motivo a causa del quale era fuggito dall’Urbe, minacciavano ora di tramutarsi in pignoramenti. A complicare ulteriormente la situazione, da ultimo arrivò il rifiuto da parte dell’editore Emilio Treves di dare alle stampe il suo nuovo romanzo, l’Innocente (1892). D’Annunzio si recò allora nella città partenopea anche per trovare una nuova collocazione all’opera, rivolgendosi agli amici Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao che dirigevano il «Corriere di Napoli». Proprio frequentando gli ambienti della redazione, secondo Enrico Di Carlo (Di Carlo 2001, p. 53), il poeta strinse amicizia con il conterraneo Pasquale Masciantonio, oltre a trovare una temporanea sede di pubblicazione all’ultima fatica in appendice al giornale, poi uscito in volume per i tipi di Bideri. Essendo il giovane un avvocato fresco di studi, nonché un agiato figlio di possidenti, d’Annunzio pensò bene innanzitutto di affidargli la procura per l’affaire Gentiletti, come documentato sin dalla prima lettera del carteggio tra loro intercorso, che va dall’anno 1891 al 1922 (l’edizione è stata curata in Di Carlo 2001). Gentiletti aveva infatti richiesto il pignoramento di mobili, di tappezzerie e di tre quadri di Michetti: per far fronte ai diritti rivendicati dal cameriere, non potendo più esporsi personalmente, d’Annunzio escogitò una soluzione «singolare» per proverbialmente «prendere due piccioni con una fava» essendo in debito anche con l’amico pittore:

Consentirei però a questo: – che i mobili e le tappezzerie pignorate rimanessero in pegno, amichevolmente, sotto la responsabilità di F. P. Michetti del quale però sono proprietà […]. Ho un débito verso Michetti, e gli ho dato in compenso quegli oggetti su cui grava il pignoramento ingiusto. Michetti non metterà la firma su la cambiale; ma potrà dichiarare che, nel caso che io non adempia all’obbligo assunto, egli lascerà che per conto mio sieno venduti quegli oggetti e tornerà ad essere mio creditore per la somma primitiva. (Caro Pascal 2001, lettera del 19 dicembre 1891, p. 120)

Oltre alla tutela legale, Masciantonio rappresentava un’indubitabile risorsa per il cospicuo patrimonio economico di cui poteva disporre, e le richieste di d’Annunzio pure sotto questo punto di vista non tardarono a pervenirgli, come quando gli manda a chiedere, quasi sotto forma di riscatto da versare a dei rapitori: «Se vuoi salvare Ariel da orribile intrico manda telegraficamente oggi o domattina presto centocinquantalire che saranno restituite due gennaio. Ariel agitatissimo conta su te» (Caro Pascal 2001, telegramma del 30 dicembre 1891, p. 121), lasciando velatamente immaginare a quali tragiche conseguenze potesse indurre il diniego. In altre occasioni il poeta lascia poco all’immaginazione:

Oggi è per me una giornata suprema. Sono all’apice del dolore, del tedio, del disgusto, della stanchezza. Non ne posso più […]. Tu intendi bene che, in questo stato di cose, non mi rimane altro che star supino su un letto ad aspettare un qualche avvenimento favorevole o il minuto fatale delle risoluzioni estreme […]. Addio, amico. Forse domani la giornata sarà meno cupa, o sarà l’ultima. (Caro Pascal 2001, lettera del 4 gennaio 1892, pp. 122 ‒ 123)

Al capoverso successivo, dopo un tale fosco preambolo, in cauda venenum, si cerca di far passare in sordina la comunicazione: «Ti promisi di renderti quel denaro il 2, poiché contavo su una somma che doveva giungermi. Non ti sia duro aspettare ancora qualche giorno». In ogni modo, nella stessa missiva, d’Annunzio mette a parte Masciantonio anche delle sue beghe amorose, gli accenna della «crisi sentimentale» avuta con Barbara Leoni, «il lungo amore, di cui ti parlai una notte su la strada imbiancata dalla luna». Primo segnale che il rapporto non fu solo oggettivamente interessato da ragioni venali da parte del poeta; certo, in larga parte lo fu, ma fu anche sinceramente intimo e confidenziale, almeno nel periodo napoletano. Non si spiegherebbe altrimenti per quale motivo d’Annunzio si sentì sicuro a raccontare al giovane il rapporto clandestino con Maria Gravina, di per sé foriero di scandalo, come poi puntualmente fu, perciò da tenere celato il più possibile a persone di non comprovata fiducia. Tant’è che è ancora all’avvocato di Casoli che d’Annunzio più in là descrive il «nuovo avvenimento», che sarebbe stato gravido di funesti strascichi legali, e che tuttavia il lettore più cinico non può far a meno di immaginare come una tragica ma grottesca scena da pochade licenziosetta:

Siamo stati sorpresi, io e Moricicca, dal marito! La scena fu tanto bizzarra che parrebbe inverosimile a raccontarla. Quell’uomo si mostrò vile e ridicolo come l’ultimo dei cialtroni. Ma il fatto, naturalmente, ha concorso a rendere più difficile lo scioglimento. E i miei obblighi sono diventati più forti. ‒ Come fare? (Caro Pascal 2001, lettera prima del 12 giugno 1892, p. 131)

Concluse le confidenze, in chiusura della stessa lettera, come spesso accade ecco però spuntare sibillina la richiesta pecuniaria: «Se domani, al ricevere di questa mia, mi manderai per telegrafo un soccorso (piccolo, anche 20 lire, se vuoi!) mi darai il modo di tentare la resistenza per altri due giorni e di dar tempo alla fortuna invocata»: a dimostrazione della coesistenza di interesse e d’intimità, e di questa concessa forse in modo talvolta strumentale, per lusingare e per sedurre l’amico, più giovane, più incolto, certo non meno ambizioso, ma soprattutto più ricco. Il quale, malgrado la disponibilità famigliare, si diede comunque alla professione aprendo uno studio a Casoli e uno in via del Babuino a Roma, dove continuò a ricevere, alternativamente, confidenze, doglianze e richieste di prestiti per tutta la permanenza dell’Imaginifico alle pendici del Vesuvio. Venne così messo a parte del trasloco, con la Gravina incinta e con i figli già avuti dal precedente matrimonio, a Ottaviano (NA), ospiti della principessa Emma Gallese, nell’ «immenso castello feudale» che era una «ghiacciaja» perché il poeta, per sua stessa ammissione, non poteva permettersi nemmeno di riscaldare «le stanze alte e lunghe come le navate delle cattedrali» (Caro Pascal 2001, lettera del 10 dicembre 1892, p. 139 ‒ 140). Tanto da risolvere di spostarsi in un «piccolo appartamento tra Resina e Torre del Greco», avendo prima accertato che fosse «a prezzo discreto» ed anche «esposto a mezzogiorno».
Il 1893 di d’Annunzio si aprì con la nascita dell’amata Renata, ma si sarebbe trattato dell’unica scintilla positiva per quell’anno: il 5 giugno morì a Pescara il padre, Francesco Paolo, lasciandogli in eredità ben 100.000 lire di debiti, andando a complicare la sua situazione finanziaria già non rosea. Un mese dopo, inoltre «tra le altre afflizioni», il poeta e la Gravina, denunciati per adulterio dal conte Anguissola, furono condannati a cinque mesi di reclusione ma vennero amnistiati. Malgrado l’amicizia e la fiducia che li vedeva legati, d’Annunzio decise per entrambe le controversie di non far perorare la causa al caro Pascal, per l’affare del padre incaricando Teofilo d’Annunzio, Francesco Ercole e Gaetano Porreca, dando a Masciantonio la motivazione «Tu sei lontano!» (Caro Pascal 2001, lettera del 14 giugno 1893, p. 155). Per la causa Anguissola, incaricò invece l’avvocato e uomo politico chietino Carlo Altobelli (1857 ‒ 1917), e l’amico legale dovette risentirsene se d’Annunzio definisce «ingiusta» la «rampogna» evidentemente ricevuta da Masciantonio:

Per il processo, non ho invocato il tuo ajuto perché volevo risparmiarti una pena. L’ambiente del tribunale era così basso e così sordo a qualunque alta parola che la tua perorazione sarebbe caduta sul gelo; e io ne avrei avuto dolore. Perché abbassare la nostra amicizia, che è così ardente e così pura, nelle disquisizioni e nelle esortazioni tribunalesche? Valeva la pena di esternare un affetto così profondo e così raro d’innanzi a tre o quattro idioti sepolti nella loro bestialità? (Caro Pascal 2001, lettera del 2 agosto 1893, p 164)

In ogni modo, per la gioia di Masciantonio, il Vate, mai a corto di guai, finì presto col coinvolgerlo davvero nella complicata questione dell’eredità paterna. All’inizio del 1894, durante la seconda asta dei beni tenutasi a Chieti, Luigi, rampollo dell’influente famiglia cittadina dei Mezzanotte, ebbe a mancare di rispetto a donna Luisa de Benedictis (1839 ‒ 1917), l’amata madre del poeta che era presente in aula, la quale si allettò per l’offesa subita. Il devoto figlio Gabriele fu subito pronto a chiedere giustizia del torto e scelse come padrini proprio Masciantonio e Michetti, come se volesse dare soddisfazione all’amico trascurato procurandosi ulteriori beghe legali. Tuttavia la questione cadde da sé, né il duello né le scuse riparatrici ebbero mai luogo, lasciando così il poeta al lavoro per ultimare la travagliatissima redazione del Trionfo della morte (1894). Come si evince dal carteggio, d’Annunzio aggiornò costantemente Pascal sull’avanzamento della stesura del romanzo, che chiudeva «in sé una vita innumerevole», così «acuto, denso, energico, profondo» com’era, concentrando in sé tutta «l’essenza vera ed eterna» «della nostra razza d’Abruzzi»: questa la descrizione dello stesso autore in una lettera a Masciantonio dopo il 15 marzo 1894 (Caro Pascal 2001, p. 204). Il Vate desiderava conoscere l’opinione dell’amico, che non si fece certo attendere a lungo, come documenta la minuta autografa di Masciantonio del 24 maggio. Definito il libro «meraviglioso» e proclamatone l’autore, dopo aver consultato altri «intelligenti» del paese, «l’Eccelso», ovvero, a scanso di equivoci, «al di sopra di tutti gli scrittori del mondo», Pascal non può che paragonarlo a Goethe e a Shakespeare:

E mentre tu nella prefazione hai visto in Giorgio Aurispa l’individuo, noi, dopo ripetute impressioni, serie discussioni, dopo aver tutto compreso e tutto vagliato, in Giorgio Aurispa abbiamo veduto il tipo, e nella sua anima, con la nostra stessa anima, abbiamo sentito palpitare tutta la Umanità. ‒ E il paragone di Giorgio Aurispa era con Faust, con Amleto […]. (Caro Pascal 2001, pp. 211 ‒ 212)

La crociera in Grecia (1895). «Il deputato più giovane d’Italia»

Masciantonio all’epoca non dovette solo leggere con avidità il nuovo romanzo dell’illustre amico, visto che di lì a breve ebbe inizio il suo cursus honorum politico che tanto lontano lo avrebbe portato nel giro di poco tempo. Candidato alle elezioni amministrative del 1895, egli divenne infatti sindaco di Casoli a ventisei anni. Come primo cittadino, si impegnò subito per la realizzazione della linea ferroviaria Sangritana, un progetto per collegare la costa abruzzese con i paesi della valle del fiume Sangro, con il sogno di poter un giorno accorciare la distanza tra la dorsale adriatica e quella tirrenica (Di Carlo 2001, p. 10).
Nell’estate di quel 1895, per festeggiare l’uno l’avvenuta elezione, l’altro la pubblicazione del nuovo romanzo Le vergini delle rocce (1895), i due amici si unirono alla crociera organizzata sul panfilo «Fantasia» di proprietà di Edoardo Scarfoglio, alla quale parteciparono anche Georges Hérelle (1848 ‒ 1935), traduttore francese del Vate, e Guido Boggiani (1861 ‒ 1901), pittore e antropologo. Partita alla fine di luglio, la crociera era diretta verso i paesi del Levante, in particolare verso la Grecia, culla della civiltà classica. Il viaggio fu di fondamentale importanza ispirando d’Annunzio per la stesura della sua prima opera teatrale, La città morta (1896) ideata proprio con l’obiettivo di far rivivere la tragedia classica greca, come dimostrano alcuni dei celebri Taccuini che il poeta riempì di appunti e di impressioni, poi riutilizzati per la vicenda incestuosa ambientata tra le rovine di Micene, e per la composizione del libro di Maia (1903). In verità tutti i partecipanti hanno lasciato una testimonianza scritta della crociera ‒ Boggiani, Hérelle, Scarfoglio ‒ e inizialmente l’idea era quella di licenziare un reportage congiunto (Cimini 2010, p. 8). Pure Masciantonio, da par suo, tenne una specie di diario di bordo dove però annotò semplicemente gli spostamenti e i luoghi toccati dall’itinerario (Di Carlo 2001, pp. 68 ‒ 71). D’altronde, nel suo resoconto Hérelle non dà un ritratto proprio lusinghiero dell’avvocato di Casoli; lo presenta come «grossolano» e «volgare», intento a cacciare animali o a trafugare reperti archeologici per il solo gusto di ammazzare la noia. Salpati il 29 luglio da Gallipoli, gli «argonauti», così ribattezzati da Scarfglio nel suo articolo, sbarcarono a Patrasso, per poi fare tappa a Olimpia ‒ dove nel museo pare che d’Annunzio cadesse in ginocchio in contemplazione dell’Ermete di Prassitele ‒ a Delfi, alle rovine di Micene, a Corinto, a Megara e infine ad Atene. Dopo una lunga permanenza nell’afosa e polverosa capitale, il 21 agosto il Vate e Pascal decisero di tornare in patria, presero un treno per Patrasso e di lì un piroscafo diretto a Brindisi, mentre il panfilo rientrò finalmente nel porto di Napoli il 24 settembre (Cimini 2010, p. 12).
Il 1897 segnò invece l’esordio politico di d’Annunzio, candidato per la prima volta alla Camera nel collegio di Ortona (CH), e alla cui elezione contribuì attivamente l’amico sindaco, mettendo a disposizione la sua «rete» elettorale («Fa fin da ora tutto quel che puoi in riguardo alle persone su cui la tua influenza diretta o indiretta può pesare» gli chiede il poeta come riportato in Caro Pascal 2001, lettera dopo il 16 luglio 1897, p. 273), e non lesinando suggerimenti («Vorrei giovarmi del tuo sicuro consiglio per prendere una risoluzione», in Caro Pascal 2001, lettera del 20 luglio 1897, p. 273). Malgrado la confessione che fece sempre al suo spin doctor ‒ «Il primo contatto con la Bestia elettiva mi ha fatto arricciare i peli del corpo. Da lontano questa impresa mi tentava; da vicino mi disgusta» ‒ d’Annunzio non solo vinse le elezioni e, nell’arco della legislatura, andò «verso la Vita» migrando dai banchi della Destra a quelli della Sinistra, ma si ricandidò nella tornata successiva, nel secondo collegio di Firenze; non venne però rieletto. Dopo l’esperienza da sindaco del proprio paese, anche Masciantonio fu candidato per la Camera dei Deputati alle elezioni politiche del 1900, nel collegio di Gessopalena (CH), sfidando il deputato uscente, l’avvocato Gian Tommaso Tozzi. Pascal superò l’avversario al ballottaggio del 22 luglio; ne celebrarono la vittoria «Il Mattino», fondato e diretto dall’amico Scarfoglio, e la rivista «L’Illustrazione Italiana» della casa editrice Treves, che ebbe appunto a definirlo «il deputato più giovane d’Italia». Una volta alla Camera, Masciantonio si dedicò ancora al progetto della ferrovia Sangritana (Di Carlo 2001, p. 21). Un’attività parlamentare che d’Annunzio dovette gradire se il 27 giugno 1902 gli telegrafa: «Ricevo e leggo i tuoi discorsi notevolissimi per vigore lucidità semplicità insolite nell’eloquenza parlamentare. Mi dai una grande gioia» (Caro Pascal 2001, p. 290).
Negli anni il filo diretto tra i due non s’interrompe, si riallaccia in queste particolari occasioni, come anche per gli inviti alle rappresentazioni della Gloria (1899) o della Città morta spesso estese agli amici comuni Michetti e Scarfoglio. Masciantonio ricambiava gli omaggi ospitando spesso d’Annunzio, assieme agli altri componenti del cenacolo michettiano, al Castello di Casoli, dove tuttora sono visibili delle scritte vergate dal Vate sulle pareti della stanza di norma a lui riservata (sull’argomento Masciantonio 2014 e Masciantonio 2015).

L’allestimento della Figlia di Iorio (1903 ‒ 1904)

Un’altra occasione di collaborazione tra i due ci fu nell’estate del 1903, quando d’Annunzio chiese di saggiare la disponibilità per affittare Villa Borghese a Nettuno (RM) proprio al caro Pascal: è lì che nel mese di agosto, durante una villeggiatura con al seguito Eleonora Duse e la figlioletta Renata, il Vate scrisse la tragedia pastorale d’ambientazione abruzzese La figlia di Iorio. Visto il setting e l’omonimia con il precedente quadro dell’amico pittore, questa volta l’Imaginifico non si limitò a dispensare inviti per la prima, ma cercò subito, appena posata la penna, la collaborazione di Michetti e, tra gli altri amici conterranei, dello stesso Masciantonio, per la messinscena del dramma. A tal proposito scrive al giovane deputato:

Ho scritto oggi a Ciccillo. Vorrei ch’egli mi aiutasse a far vivere su la scena la nostra opera. Anche tu mi aiuterai, cercando utensili, robe, arnesi vecchi nelle vecchie case. Non voglio nulla di teatrale. Dio ci liberi dai fornitori meneghini! Troveremo un vecchio telaio, una madia, qualche arca da corredo, qualche trespolo un aratro, ect ect.  Tutte queste cose usate ‒ di valore inestimabile ‒ si potranno avere con pochi soldi. Ma bisogna cercare e trovare quanto v’è di più caratteristico. (Caro Pascal 2001, lettera del 31 agosto 1903, p. 293)

L’allestimento della tragedia fu una vera e propria odissea ‒ come recita il titolo di un articolo, L’odissea di un allestimento scenico, scritto da un altro dei collaboratori all’impresa, Arnaldo Ferraguti (1861 ‒ 1925), artista poliedrico (Di Valerio 2025) ‒ e Masciantonio fu tra i primi a destare apprensione, protagonista come fu di un curioso quanto potenzialmente letale incidente capitatogli alla vigilia di Natale 1903, quando si ferì aprendo delle ostriche con il coltellino. Poi si ammalò Michetti, e non fu l’unico inconveniente a susseguirsi fino alla prima del 2 marzo al Teatro Lirico di Milano. Incaricato di spedire diversi oggetti di scena, questa volta però Pascal non brillò per affidabilità e d’Annunzio fu costretto a sollecitarlo per telegrafo il 29 febbraio, cioè a pochi giorni dal debutto: «Né cassoni né arcolai né otri. Almeno porta gli ori. È necessario sieno qui mercoledì mattina al più tardi. Rassicurami» (Caro Pascal 2001, p. 298). Cionondimeno lo coinvolse anche nell’organizzazione della tappa abruzzese che la Figlia fece al Teatro Marrucino di Chieti il 24 giugno 1904 durante la sua fortunata tournée, e come pacificatore con Michetti: alla fine delle rappresentazioni, il pittore ricevette solo qualche migliaio di lire di compenso a fronte della somma promessa, fatto che per un periodo determinò appunto la rottura dei rapporti con d’Annunzio. Che, al solito, non doveva vedersela effettivamente bene, nello stesso tempo facendo mediare a Masciantonio anche la richiesta di un prestito di circa tredicimila lire al maestro Alberto Franchetti (1860 ‒ 1942), già incaricato di mettere in musica La Figlia. A dispetto del cognome, come se ne ebbe a dolere il Vate in persona, Franchetti non rispose subito ma alla fine rifiutò. Nel corso dell’anno l’esposizione debitoria del poeta addirittura peggiorò, se possibile, e parimenti l’impegno profuso da Masciantonio per trovarvi una qualche soluzione. A settembre 1904, infatti, si spense l’editore Giuseppe «Pepi» Treves, e il fratello maggiore Emilio venne a sapere che il defunto aveva dato in prestito 18.000 lire a d’Annunzio. Incaricato dell’affare, l’abile legale cercò senza successo di dilazionare la restituzione della cifra, e si trovò poi quindi, sempre su mandato dell’amico, a contrattare le sue condizioni d’ingaggio per la Libreria Editrice Lombarda di Tom Antongini e Arnaldo De Mohr.
Nel frattempo, nel novembre di quello stesso 1904, mentre si prodigava per l’affaire Treves, Masciantonio si ripresentò alle elezioni politiche e venne rieletto deputato. In una lettera di d’Annunzio attribuibile sempre a quell’anno, compare citato per la prima volta il «Giglio Nero», soprannome ideato dal poeta per Lilia Patama, nobildonna di origini napoletane ma trapiantata a Roma, separata dal marchese Curioni, alla quale Pascal Masciantonio rimase legato fino alla morte, pur senza sposarsi e senza avere figli. Per quanto riguarda l’illustre amico, invece, la passione di quegli anni portava il nome di Alessandra Starabba di Rudinì (1876 ‒ 1911), figlia dell’ex presidente del Consiglio Antonio. Nel 1905 alla donna venne diagnosticato un tumore e nel giro di pochi mesi fu sottoposta a ben tre operazioni per estirpare il male. Al suo capezzale non accorsero né il fratello Carlo, né tantomeno il padre, ma vi rimase solo d’Annunzio, profondamente turbato dal dolore e dalla solitudine dell’amata. Di quest’angoscia il poeta diede conto nelle lettere a Masciantonio, le ultime in cui riecheggia un tono profondamente intimo e confidenziale tra i due. La loro amicizia era infatti destinata a deteriorarsi, anche per motivi politici.
Intanto, Masciantonio si ricandidò alle elezioni del marzo 1909, risultando nuovamente vincitore, per la sua terza legislatura, sul ginecologo Giuseppe Spinelli di Lanciano (CH). Nel luglio di quell’estate si tenne la gita automobilistica «Alla scoperta dell’Abruzzo», un viaggio di esplorazione dell’Abruzzo dannunziano, il deputato accolse il gruppo a Palena (CH) e lo accompagnò in visita alla grotta del Cavallone ‒ poi ribattezzata «della Figlia di Iorio» ‒ rimanendo con gli ospiti al banchetto offerto a Lama de’ Peligni (CH) (Di Carlo 2001, pp. 34 ‒ 35). Il 4 agosto ricevette però una nuova drammatica lettera dal Vate che lo informava degli espropri in corso alla Capponcina: questa volta a nulla era valsa la mediazione dell’onnipresente Pascal e dell’altro avvocato Francesco Coselschi presso il direttore del Banco di Siena. E così, mentre gli uscieri sequestrano «i […] cavalli, […] le scarpe e le camicie superflue», d’Annunzio chiede all’amico «O salvatore di milionarii, e come non hai saputo salvare me? Chi te lo ha impedito?» (Caro Pascal 2001, pp. 355 ‒ 357), non senza una punta di polemico vittimismo, preludio all’ingrato oblio che negli anni avrebbe riservato a un uomo che gli si era sempre mostrato generoso. In ogni modo, per Pascal arrivarono altre soddisfazioni: nell’agosto del 1912 fu inaugurato il primo tronco della ferrovia Sangritana, San Vito ‒ Lanciano, su progetto dell’ingegnere ed imprenditore milanese Ernesto Besenzanica, alla realizzazione del quale Masciantonio aveva politicamente contribuito.

La rottura con d’Annunzio e gli ultimi anni di vita (1912 – 1923)

A guastare irreversibilmente l’amicizia tra i due fu nel gennaio del 1912 la vicenda della Canzone dei Dardanelli. Il componimento, in cui si parla dell’Impero austroungarico come «schifiltà dell’Aquila a due teste» e dell’imperatore Francesco Giuseppe come «carnefice squarquoio», non destò la disapprovazione solo del sempiterno editore Emilio Treves. Pressioni vennero anche da più in alto, fu addirittura l’allora presidente del Consiglio Giovanni Giolitti a chiedere un dietrofront a d’Annunzio tramite l’intercessione del caro Pascal, prima di procedere al sequestro del volume. La risposta del Vate piccato fu, come detto, colorita e segnò un punto di non ritorno: da quel momento in poi per il poeta il rapporto sembra irrimediabilmente compromesso, si susseguono solo lettere e messaggi dell’amico che si duole di questo silenzio imposto, senza peraltro ottenere un ravvedimento.
Il divario era anzi destinato ad approfondirsi, complice l’irrompere di lì a breve di una grande congiuntura storica. Riconfermato per la sua quarta legislatura alle elezioni dell’autunno 1913, allo scoppio del conflitto mondiale nel settembre 1914, infatti, Masciantonio si schierò con i neutralisti, da buon giolittiano, segnando un ulteriore distacco dalle posizioni di d’Annunzio (a questo periodo risalgono alcune lettere indirizzate da Scarfoglio a Pascal, edite in Scarfoglio 2020). Come se non bastasse, il 23 giugno 1919 divenne presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, che Masciantonio aveva conosciuto trent’anni prima a Napoli durante gli studi, e così il deputato abruzzese fu nominato prima sottosegretario alle Poste e ai Telegrafi, poi presso il ministero delle Finanze. Ma nel frattempo d’Annunzio, in forte dissenso con la politica estera del governo italiano, coniava la formula della «vittoria mutilata» e ribattezzava Nitti stesso come «Cagoia». Erano i prodromi dell’impresa di Fiume, a testimoniare l’ormai incolmabile distanza, umana prima ancora che di vedute politiche, tra i due vecchi e forse ormai ex amici. Eletto ancora, per la quinta volta di fila, nella tornata del 16 novembre 1919 con la lista «Stella» ministeriale, in quella breve legislatura, Masciantonio fu nominato Commissario per l’esame e la tariffa doganale e membro della Commissione finanze e tesoro. Il 15 giugno 1920 però Giolitti tornò ad essere il capo del Governo, subentrando a Nitti. Proprio Giolitti, già censore della Canzone dei Dardanelli, concluse l’impresa fiumana di d’Annunzio con il «Natale di sangue» del 1920. Dopo la fine anticipata della XXV legislatura nell’ aprile 1921, nelle nuove elezioni del 15 maggio, Masciantonio fu eletto per la sesta volta nella lista «Bandiera», costola abruzzese del Blocco nazionale voluto da Giolitti, in chiave antisocialista, che comprendeva anche candidati fascisti: fu così di nuovo membro della Commissione finanze e tesoro e venne nominato Commissario della Giunta per le elezioni. Tuttavia la situazione politica nel Paese diventava man mano sempre più incandescente a causa degli assalti degli squadristi; il governo passò prima a Ivanoe Bonomi ma alla fine re Vittorio conferì l’incarico proprio a Benito Mussolini. Masciantonio accolse con diffidenza gli eventi del 1922 e la salita del Fascismo al potere, ma non ebbe materialmente il tempo di poter fare molto altro.
All’alba del 7 febbraio 1923, dopo quella che era sembrata una banale influenza, Pasquale Masciantonio morì di polmonite a soli 53 anni. A ricordarlo un commosso discorso del presidente della Camera Enrico De Nicola ‒ in futuro primo presidente della Repubblica Italiana ‒ e alcuni articoli su «Il Mattino» nei giorni successivi. I funerali si svolsero il 9 febbraio a Roma, alla chiesa di San Camillo de Lellis (un santo abruzzese, peraltro). Il feretro fu trasportato a Casoli e tumulato nel sepolcreto di famiglia dopo una solenne funzione in piazza. Un’altra commemorazione si svolse al Teatro Marrucino di Chieti domenica 15 aprile 1923 con interventi degli onorevoli Giovanni Porzio e Raffaele Paolucci, che poi, insieme al resto del comitato organizzatore, si spostarono a Casoli dove commemorarono la memoria dell’estinto (Di Carlo 2001, pp. 44 ‒ 49).
Non si hanno notizie di partecipazioni di cordoglio espresse ai parenti da parte di d’Annunzio, che non presenziò inoltre a nessuna delle celebrazioni funebri per l’amico (Di Carlo 2001, p. 87). Il Vate salutò così la scomparsa di un uomo che aveva messo a sua disposizione tutto quello che possedeva, il patrimonio, la professione, la casa, ma soprattutto ascolto e comprensione umana: un «caro fratello della cara terra» (Caro Pascal 2001, telegramma del 1 giugno 1900, p. 285) che insomma gli aveva tributato un’amicizia incondizionata.

Bibliografia

Annamaria Andreoli, Il vivere inimitabile, Milano, Mondadori, 2000.
Caro Pascal. Carteggio d’Annunzio ‒ Masciantonio (1891 ‒ 1922), a cura di Enrico Di Carlo, Casoli, Ianieri, 2001.
Enrico Di Carlo, Introduzione a Caro Pascal. Carteggio d’Annunzio ‒ Masciantonio (1891 ‒ 1922), cit., pp. 1 ‒ 116.
Simone Di Valerio, Arnaldo Ferraguti, in «Enciclopedia Digitale Dannunziana», https://enciclopediadannunziana.vittoriale.it/enciclopedia/ferraguti-arnaldo/, 2025.
Arnaldo Ferraguti, L’Odissea di un allestimento scenico. La figlia di Iorio, in «Il Secolo XX», n. 5, maggio 1904, pp. 354 ‒ 376.
La crociera della «Fantasia». Diari del viaggio in Grecia e Italia meridionale (1895), a cura di Mario Cimini, Venezia, Marsilio, 2010.
Antonello Masciantonio, D’Annunzio e la censura. Michetti ‒ Masciantonio. Un’amicizia vera, Ianieri, 2014.
Antonello Masciantonio, Corrispondenza tra D’Annunzio, Scarfoglio, Barbella, Franchetti e Pascal Masciantonio, Ianieri, 2015.
Edoardo Scarfoglio, Lettere sulla guerra (1915 ‒ 1916), a cura di Francesca Tomassini, Perugia, Morlacchi Editore U. P., 2020.

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