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Tenneroni, Annibale

di Mirko Menna, Enciclopedia dannunziana

Con Gabriele d’Annunzio

Annibale Tenneroni occupa un posto singolare nel sistema delle relazioni dannunziane, perché la sua presenza non si definisce soltanto per la costanza dell’adesione al poeta, ma anche per la specifica competenza che gli consentì di trasformarsi da erudito umbro in collaboratore decisivo dell’officina letteraria di Gabriele d’Annunzio. Nato a Todi nel 1855, formato negli studi classici e avviato alla biblioteca come luogo naturale della propria attività, Tenneroni appartiene a quella generazione di filologi, bibliotecari e bibliofili che fra fine Ottocento e primo Novecento contribuirono a consolidare il patrimonio testuale della cultura italiana, con particolare attenzione alle origini, alla tradizione latina e alla storia dei manoscritti. La sua carriera nelle biblioteche statali, prima a Napoli, poi alla Laurenziana di Firenze e infine all’Angelica fino alla Biblioteca Nazionale a Roma, testimonia un’attitudine metodica e tenace al lavoro sul libro inteso come oggetto materiale e come testo da conservare, descrivere, ordinare e rendere disponibile alla lettura. Tale profilo spiega perché d’Annunzio, che pure tendeva a presentare la propria opera come frutto di assoluta autonomia creativa, abbia finito per riconoscere in Tenneroni un collaboratore prezioso, capace di offrire una competenza che non si limitava alla mera erudizione, ma investiva la concreta economia della scrittura, della pubblicazione e della ricezione.
La figura di Tenneroni, in altre parole, va collocata nel punto esatto in cui la filologia incontra la devozione letteraria. Il tudertino appartiene a quella generazione di studiosi che contribuirono a costruire una coscienza storica della letteratura italiana attraverso il recupero delle fonti, la pratica del commento e l’attenzione alle forme della tradizione; ma, rispetto a molti suoi contemporanei, egli si distinse per la capacità di trasformare tale competenza in una funzione concreta all’interno del mondo dannunziano. Il suo nome ricorre infatti nei luoghi in cui il testo si fa oggetto di cura: biblioteche, riviste, redazioni, tavoli di correzione, scambi di libri, consultazioni filologiche, richieste di verifiche e di reperimenti. La sua stessa presenza è quella di un uomo che conosce i libri prima ancora di conoscere il mito che questi libri possono alimentare. D’Annunzio trovò in lui un intermediario ideale, perché Tenneroni possedeva insieme la disciplina del bibliotecario e la passione del lettore devoto. Questa doppia competenza rese possibile un rapporto che, pur segnato da una netta asimmetria di statura, divenne col tempo una delle relazioni più durature e più caratteristiche dell’universo dannunziano. (Menna 2007, pp. 14-18)

Gli anni romani e il “candido fratello”

Il primo avvicinamento fra Tenneroni e d’Annunzio avvenne nell’ambiente romano di Cronaca Bizantina, dove il tudertino, sotto lo pseudonimo di Pamphilos, curava la rubrica bibliografica e si muoveva con disinvoltura nel mondo delle riviste, dei commenti, delle recensioni e delle notizie letterarie. In quel contesto Tenneroni non si limitò a osservare il sorgere del giovane autore abruzzese, ma contribuì a diffonderne le prime prove e a inserirlo in una rete di lettori, di editori e di curiosi che stavano costruendo la sua fortuna iniziale. Il rapporto nacque quindi non da una semplice simpatia personale, ma da una convergenza fra una cultura del testo e un’idea della letteratura come presenza pubblica. d’Annunzio riconobbe subito la precisione e la disponibilità di Tenneroni, e quest’ultimo, a sua volta, intuì nella voce del poeta un centro di irradiazione capace di dare senso al proprio lavoro erudito. In questa fase si colloca uno degli episodi più importanti dell’intera relazione: l’invio, da parte di Tenneroni, della traduzione latina di alcune Elegie romane, usata come pretesto per ottenere l’attenzione e il giudizio del poeta. Il gesto è rivelatore, perché mostra già una dinamica che resterà costante per decenni: Tenneroni si propone come lettore e interprete, ma lo fa sempre all’interno di una postura di deferenza che non è mero servilismo, bensì forma volontaria di prossimità (celebre la tenzone del 1897 con Cesare De Titta per contendersi la corona di miglior traduttore delle Elegie Romane). (Menna 2007, pp. 17, 32-34).
D’Annunzio, da parte sua, accoglie il gioco e lo trasforma in un rapporto stabile di fiducia, fino a inserire Tenneroni in quella cerchia ristretta di amici e collaboratori che lo avrebbero accompagnato nelle fasi successive della sua vita. L’incontro romano ha dunque una doppia valenza: da un lato sancisce la nascita di una collaborazione concreta; dall’altro fonda una relazione personale destinata a resistere ai mutamenti biografici, editoriali e politici del poeta. Significativa la lettera del 5 marzo 1895, scritta da Francavilla a Mare, in cui d’Annunzio ringrazia Tenneroni per un «magnifico catalogo che fa onore al tuo gusto d’artista e alla tua dottrina di bibliografo”
. In questa missiva il poeta esprime il desiderio di partecipare a una vendita libraria prevista per aprile, perché ha «messo il desiderio in un Canzoniere miniato del nostro divino messer Francesco: è l’l’inizio ufficiale della collaborazione operativa fra i due: d’Annunzio ricorre a Tenneroni per alcune notizie bibliografiche precise e gli chiede di reperire una serie di testi mistici e religiosi, fondamentali per i suoi progetti di scrittura in quella fase.

Ho bisogno dei libri seguenti:
I. Opere mistiche e religiose di Santa Teresa d’Avila, traduzione francese o italiana. L’edizione in spagnuolo è quella data dall’Ochoa, Parigi 1847, Tesoro de las obras misticas o religiosas de Santa Teresa de Jesu.
II. Opere di Santa Caterina da Siena, le Lettere.
III. Filotea, o Introduzione alla vita devota, di Francesco di Sales.
IV. I Fioretti di San Francesco d’Assisi.
Inoltre, sai tu darmi notizia della beata Angela da Foligno e di Santa Caterina di Genova?

D’Annunzio in piena fase creativa che cerca fonti per nuovi progetti, probabilmente legati alla spiritualità francescana e alla letteratura mistica, temi che ritorneranno più volte nella sua produzione. Tenneroni, da parte sua, si conferma non solo come un amico, ma come un vero e proprio consulente librario, capace di orientarsi nel complesso mondo delle edizioni antiche e delle opere devozionali. Una prassi che si ripeterà per oltre trent’anni: d’Annunzio chiede, Tenneroni reperisce, verifica, confronta edizioni, fornisce indicazioni bibliografiche precise. (Menna 2007, pp. 81-82, 189-190; pp. 135-136, 197-200).

Tra i libri e la Duse alla Capponcina

La Capponcina rappresenta il luogo più emblematico della vicinanza fra Tenneroni e D’Annunzio, perché vi si condensano insieme il lavoro, l’amicizia, la quotidianità domestica e la costruzione di un culto letterario condiviso. Frequentando la villa di Settignano, Tenneroni entra in uno spazio che non è soltanto residenza privata, ma vera officina creativa, luogo di elaborazione dei testi, di passaggio continuo di persone, di consultazioni e di conversazioni. Qui il suo ruolo si precisa ulteriormente: non è un semplice ospite, ma un abituale frequentatore della casa, un uomo di fiducia che assiste da vicino al formarsi dei libri e alla loro preparazione per la stampa. La Capponcina diventa così il punto in cui la relazione si fa concreta e visibile, perché il tudertino vi opera come lettore, consigliere, correttore, talvolta anche come intermediario tra l’autore e l’ambiente editoriale dai giornali romani agli editori Treves. (Menna 2007, pp. 275-278).
La memoria successiva ha spesso insistito sul carattere quasi teatrale di questa presenza, enfatizzando il tratto di devozione assoluta di Tenneroni e la sua capacità di muoversi in una casa dominata dal prestigio del poeta e dal fascino della Duse. Ma, al di là dell’aneddoto, che arricchisce la mitobiografia dannunziana, ciò che emerge dalle testimonianze è soprattutto la funzione pratica che egli svolgeva: procurare libri, controllare riferimenti, seguire testi in lavorazione, rassicurare, riferire, mediare. La Capponcina è importante anche perché consente di capire come d’Annunzio costruisse la propria sfera relazionale: attorno a sé non aveva soltanto amici, ma figure che contribuivano materialmente alla realizzazione del mito. Tenneroni, in questo quadro, è una presenza quasi paradigmatica. La sua fedeltà non si manifesta in gesti clamorosi, ma nella continuità della frequentazione e nella disponibilità a partecipare a una vita che era insieme domestica, letteraria e mondana. In questo senso la villa di Settignano non è solo uno sfondo biografico, ma il laboratorio di una relazione che unisce il culto dell’autore alla pratica quotidiana del libro. Nel pieno della stagione della Capponcina, d’Annunzio scrive a Tenneroni il 10 agosto 1899 da Settignano, chiedendogli di raggiungerlo per ordinare i libri «che sono in un disordine orrendo…
Sono solo, e lavoro penosamente». Ma la richiesta principale riguarda una serie di testi storici e una monografia specifica:

Ti prego di trovarmi e di spedirmi nel minor tempo possibile un dizionario di arti e mestieri, e i Dialoghi del Gargiolli e del Bresciani sul soggetto insomma quel che trovi di meglio nella tua bibliografia.
Ti prego anche di raccogliermi gli studi migliori e le opere storiche più importanti intorno alla Repubblica Partenopea 1799 e particolarmente vi sarà qualche monografia sul generale Gabriele Manthon pescarese, che in settembre dovrò commemorare.
Ti accludo 100 lire. Fa costruire una cassa apposita per spedire il quadro che ti ho dato in custodia, e sbriga le pratiche occorrenti per la licenza. Bada bene che l’imballaggio sia perfettissimo. Non badare a un eccesso di spesa. Il quadro ha qualche valore e, come vedi, ha già sofferto d’un viaggio scrostato leggermente. Conto nella tua diligenza consueta.
Ti prego anche di spedirmi la cassa delle armi, che rimasta ad ingombrare le tue stanze. Per l’occasione inviami tutte le stampe che hai presso di te.

D’Annunzio sta preparando una commemorazione pubblica e ha bisogno di materiale storico preciso, in particolare su un patriota pescarese, Gabriele Manthonè, figura di rilievo nella Repubblica Partenopea del 1799. Tenneroni deve quindi muoversi non solo come bibliotecario, ma come ricercatore storico, capace di reperire monografie specializzate e studi di settore. La fiducia assoluta che d’Annunzio ripone in lui si dimostra nell’affidamento della custodia di un quadro di valore, gli chiede di organizzare la spedizione con cura, gli invia denaro per le spese. Tenneroni, dunque, si occupa del lavoro preparatorio e lavora alla rete culturale dannunziana oltre che diventare il più prezioso custode dei libri dannunziani: un rapporto che va oltre l’amicizia, una collaborazione operativa, fondata sulla competenza e sulla fiducia reciproca.
Pochi mesi dopo, il 28 ottobre 1899, d’Annunzio scrive da Roma, ringraziando Tenneroni per dei versi che gli ha dedicato, ma soprattutto ricorrendo a lui per una nuova richiesta bibliografica, questa volta di carattere agiografico:

Ricorro a te, da bibliofilo.
Conosci tu una qualche vita di Santa Chiara dell’amica di San Francesco Sciffi?
Conosci tu una buona opera di mitologia taliano e diffusa, tradotta in taliano o in francese? Quale è la migliore e la più recente?
Dovresti farmi il piacere di portare le indicazioni alla Libreria Treves e di raccomandare che eseguiscano con la massima sollecitudine la commissione.
Grazie.
Io ho ancora una quindicina di giorni da lavorare per compiere il mio libro. Terribile fatica, che io proseguo con una ostinazione ferissima.

Repertorio di agiografia e fonti francescane, mentre d’Annunzio sta lavorando a un’opera che richiede conoscenze precise sulla figura di Santa Chiara, compagna di San Francesco, e su testi di mitologia. La richiesta è tipica del metodo dannunziano: non si accontenta di informazioni generiche, ma vuole opere «complete e diffuse». Tenneroni deve quindi selezionare, confrontare, consigliare, e poi fare da intermediario con l’editore Treves per accelerare la consegna dei libri. La lettera mostra anche lo stato d’animo del poeta:  è il periodo del Fuoco, e d’Annunzio è sotto pressione, ma continua a lavorare con tenacia, affidandosi a Tenneroni per il supporto bibliografico. (Menna 2007, pp. 197-200).
Nel luglio 1903, d’Annunzio è a Nettuno, in compagnia della Duse, e scrive a Tenneroni per chiedergli due testi molto specifici, legati alla tradizione popolare e al folklore:

Carissimo Annibale, la mia amica ha mostrato molta allegrezza alla notizia della tua visita. Ella ha molta amicizia per l’Umanista e sarai accolto lietissimamente.

In realtà, la richiesta specifica riguarda il Cunto de li Cunti di Giambattista Basile e i Chants populaires de la Bretagne, testi che d’Annunzio sta studiando per la preparazione della Figlia di Iorio. Il ruolo del tudertino negli studi preparatori della Figlia di Iorio prende forma: d’Annunzio ha bisogno di fonti popolari, di racconti tradizionali, di canti popolari bretoni, per arricchire il tessuto linguistico e tematico della sua tragedia. Tenneroni deve quindi reperire edizioni rare, confrontare versioni, fornire indicazioni precise. La lettera mostra anche la complicità con la Duse, che accoglie Tenneroni con affetto, riconoscendo in lui un amico fidato e un collaboratore prezioso. Si allarga, mano a mano, la sua sfera di competenze: ascolta gli sfoghi della Duse, consola, mette pace oltre ad occuparsi dei figli maschi di Gabriele: Mario e Gabriellino, tra collegi e bambinaie, compiti scolastici e incombenze di routine, che fanno di Annibale il punto di riferimento famigliare.  (Menna 2007, pp. 275-278; 583-590; 26-30).
Così gli inviti si susseguono tra soggiorni di lavoro e di studio e piacevoli concersazioni:

Caro Annibale,
sei dunque tornato dalla dolce Umbria serena? Quando ci rivedremo? Vuoi venire alla Capponcina per qualche giorno? Il caldo è grande e le cicale cantano a distesa. […] Ti prego di trovarmi e di spedirmi nel minor tempo possibile un dizionario di arti e mestieri, e i Dialoghi del Gargiolli e del Bresciani sul soggetto insomma quel che trovi di meglio nella tua bibliografia.
Ti riscriverò. Ti abbraccio.

D’Annunzio invita Tenneroni a Settignano, gli chiede di portare libri, di lavorare con lui, di condividere la vita della Capponcina. Il soggiorno con Tenneroni alla villa e i riferimenti al «candido fratello» rendono questa fase una delle più belle del loro legame: è un momento di serenità, di collaborazione, di amicizia. (Menna 2007, pp. 26-30 e 133-151)

L’esilio e il San Sebastiano

Il periodo dell’esilio volontario, aperto dal dissesto economico della Capponcina e proseguito poi fra Francia e altre sedi di soggiorno forzato, rappresenta un momento particolarmente significativo per comprendere la qualità del rapporto tra Tenneroni e d’Annunzio. La fuga dai creditori, il trasferimento all’estero, la precarietà materiale e il bisogno di salvaguardare libri, carte e manoscritti modificarono il contesto, ma non interruppero la relazione. Al contrario, in una fase in cui il poeta appariva esposto a rischi finanziari e a tensioni personali sempre più forti, Tenneroni assunse una funzione di sostegno e di intermediazione che andava oltre la semplice amicizia. Le lettere del periodo mostrano un tono insieme affettuoso e operativo: chiedono, informano, sollecitano, rassicurano, mettono in moto persone e risorse. Il tu tenneroniano diventa il luogo di una fedeltà attiva, capace di trasformarsi in assistenza concreta. (Menna 2007, pp. 149-158)
In questa fase si colloca anche una delle funzioni più rilevanti svolte da Tenneroni nella costellazione dannunziana: quella di procuratore di libri, carte e presidi materiali. D’Annunzio lo incarica di reperire testi, di seguire passaggi editoriali, di intervenire presso persone influenti e di mantenere vivo il contatto con il mondo italiano mentre lui si trova lontano. L’esilio non spezza il rapporto; ne intensifica piuttosto la funzione pratica, facendo emergere il valore di Tenneroni come uomo di fiducia, capace di supplire alle distanze come istitutore dei figli (Mario e Gabriellino) e
trait de union con l’ex-moglie, la duchessa Maria Hardouin di Gallese oltre alle donne che in quel periodo frequentava mantenendo sempre un profilo basso e discreto. In questo quadro si inserisce l’attività di tutela dei materiali dannunziani: il tudertino prende parte, con altri amici, alla difesa del patrimonio librario e manoscritto del poeta, comprendendo che la sopravvivenza dell’opera passava anche dalla conservazione della sua materia. È una funzione decisiva, perché mostra la trasformazione dell’amicizia in cura concreta dell’eredità letteraria.  Il periodo fra il 1910 e il 1912 è segnato da una serie di lettere in cui d’Annunzio chiede a Tenneroni aiuto per il progetto del San Sebastiano, un Mistero in versi che il poeta sta elaborando in francese e che sarà rappresentato a Parigi nel 1911. Le lettere mostrano Tenneroni come un collaboratore attivo, capace di fornire indicazioni bibliografiche, di reperire testi, di confrontare edizioni. Il 18 agosto 1910, d’Annunzio scrive da Arcachon, in Francia, dove si è rifugiato per sfuggire ai creditori e per lavorare al San Sebastiano. La lettera è centrale perché mostra il poeta che chiede cooperazione diretta al suo collaboratore:

Mio caro Annibale,
verso un amico qual tu sei il silenzio non è colpa, prolungamento d’armonia. Son certo che i tuoi occhi buoni hanno seguito di lontano la mia vera vita e la mia vera via, di là delle basse deformazioni e diffamazioni.
Son lieto che il mio disegno del San Sebastiano ti piaccia. Il mistero è diviso in quattro visioni ma questa volta non farò una ricostruzione storica, sì bene mi abbandonerò anacronisticamente alla mia poesia, emulando il Sodoma e il Francia.
Ho tutte le fotografie degli innumerevoli Sebastiani, ma ho trovato scarsissimi documenti storici. Il più ampio pur sempre è quello dato dall’ingenuo Jacopo da Voragine.
Ti sarò gratissimo se vorrai anche questa farti mio cooperatore. San Sebastiano ha tentato numerosi pittori, ma ch’io sappia nessun poeta. Ho cercato invano una Vita diffusa del Martire. Anche gli Agiografi lo hanno trascurato.
Soccorrimi, dunque.
La tua lettera mi fu molto dolce. Ebbi anche notizie ottime di te dall’Antongini che ti vide ringiovanito, espedito e femminacciolo.
Qui il luogo è mirabile. La baia sorride ad una foresta che si stende per oltre cento chilometri, sin quasi al confine spagnolo, solitaria e resinosa. Tutta l’acqua arzente del mondo è distillata qui. Il più rimoto dei miei pensieri odora di resina.
Scrivimi. Giurami che terrai segretissimo questo nome e questo indirizzo. Sono qui perfettamente incognito.
M. Guy d’Arbes
Villa St. Dominique au Moulleau
Arcachon, Gironde – France
Non ti autorizzo a dare ad alcuno questa indicazione.
Ti abbraccio con tutta l’anima. Il sempre tuo Gabriele.

Questa lettera è centrale perché mostra d’Annunzio che chiede a Tenneroni di diventare suo «cooperatore» nel progetto del San Sebastiano. Il poeta ha bisogno di documenti storici, di vite del martire, di testi agiografici, e si affida a Tenneroni per reperire questo materiale. La lettera mostra anche la fiducia assoluta: d’Annunzio gli rivela il suo indirizzo segreto, gli chiede di non divulgarlo, si affida a lui per la gestione della corrispondenza. Tra ironia e amichevoli sfottò, il femminacciolo Annibale si mostra sempre presente, anche a migliaia di chilometri di distanza. (Menna, 2007, 333-336) Infatti, il 16 settembre 1910, d’Annunzio ringrazia Tenneroni per gli appunti bibliografici che gli ha inviato e chiede ancora notizie su «Misteri e laude nostrane»: Tenneroni ha inviato appunti bibliografici, d’Annunzio li ringrazia, chiede ancora informazioni, conferma la fiducia. È un rapporto che funziona, che produce risultati, che aiuta il poeta a portare avanti il suo lavoro. Nel maggio 1912, d’Annunzio è ancora in Francia e chiede a Tenneroni di reperire libri e notizie antiquarie sui van Bloemen e sui Commentarii di Monluc, in qualità di esperto di libri antichi, di edizioni rare, di testi storici. D’Annunzio si affida a lui per reperire materiale che non è facile trovare, che richiede competenze specifiche, che è fondamentale per i suoi progetti.  È il tramite materiale e filologico, capace di orientarsi in un mondo complesso e di fornire indicazioni precise, mentre intanto i venti di guerra soffiano in tutta Europa e l’inaspettato ritorno in patria del Vate tra trionfi nazionalistici ed interventisti non farà che esaltare l’ormai attempato Annibale che dal Caffè Aragno di Roma segue le vicissitudini politiche, offrendosi come portavoce ‘non ufficiale’ di Gabriele per la stampa romana e nazionale: dai possibili ed imminenti ritorni annunciati e smentiti al discorso di Quarto, considerata la prima impresa dell’Epopea dell’Eroe. 

La guerra e il culto del mito dannunziano

La prima guerra mondiale segna un’ulteriore fase del legame, connotata da una partecipazione civile e affettiva che conferma la natura non episodica della relazione. In questi anni Tenneroni continua a mantenere i contatti con d’Annunzio e con il suo ambiente, seguendo da vicino i movimenti del poeta, la sua attività pubblica e le sue imprese patriottiche. La guerra accentua il tratto di fedeltà già presente negli anni precedenti, ma lo orienta verso una forma di adesione anche morale alla dimensione nazionale e sacrale che d’Annunzio conferisce alla propria azione. Tenneroni non è un militante nel senso stretto del termine, né per carattere, né per volontà, ma è partecipe di quel clima di mobilitazione simbolica in cui il poeta si rappresenta come interprete del destino italiano. Il suo ruolo, ancora una volta, è quello di un intermediario: raccoglie notizie, tiene viva la rete dei rapporti, diffonde e sostiene l’immagine del Vate in un tempo di grande tensione collettiva.
Le lettere dell’età bellica mostrano anche una continuità più intima: il linguaggio con cui i due si rivolgono l’uno all’altro conserva il tratto di un’antica complicità, pur adattandosi alle condizioni nuove. D’Annunzio, spesso immerso nell’azione pubblica, non dimentica Tenneroni; Tenneroni, dal canto suo, continua a seguirne le vicende con quella miscela di ammirazione e zelo che gli è propria. Il periodo della guerra conferma così che il loro rapporto non si esaurisce nella sociabilità degli anni di formazione o nella prossimità  della Capponcina, ma attraversa i grandi eventi storici mantenendo una sua continuità profonda. Anche quando il poeta si sposta verso altri scenari, il tudertino resta nel cerchio dei fedeli, e la sua presenza da lontano contribuisce a preservare il nesso fra la vita privata del Vate e la sua proiezione pubblica. Il nucleo decisivo per la sezione sulla prima guerra mondiale e sulla persistenza del legame è costituito dalle lettere del dicembre 1914 e del gennaio 1915, in cui d’Annunzio scrive «Je pense à toi… » e Tenneroni risponde parlando della guerra e della solitudine.

Caro Gabriele,
la guerra è qui, in tutta la sua durezza.
La solitudine è grande, ma il pensiero di te mi aiuta a resistere.
Ti abbraccio.
Annibale, 20 gennaio 1915.

La persistenza del legame anche in un momento di crisi storica, di guerra, di separazione. D’Annunzio pensa a Tenneroni, gli scrive, gli conferma la sua amicizia; Tenneroni risponde, parla della guerra, della solitudine, ma anche della speranza, della fede nel poeta. (Menna 2007, pp. 418-420)
È un rapporto che resiste, che si trasforma, che si adatta alle nuove condizioni, ma che non si spezza. Si consolida la peculiarità più evidente della figura di Tenneroni:  la sua devozione assoluta a d’Annunzio, una devozione che la memoria successiva ha spesso descritto con toni ironici, ma che il carteggio consente di restituire nella sua serietà storica. Per Tenneroni, il rapporto con il poeta non è soltanto amicizia: è una forma di appartenenza intellettuale e quasi esistenziale. Egli vive all’ombra di d’Annunzio, come è stato detto, ma questa ombra non è mera subordinazione; è anche il luogo di un’identità costruita per adesione. La sua fedeltà  si manifesta nella prontezza delle risposte, nella disponibilità ai compiti più diversi, nella capacità di difendere l’immagine del poeta, nella tenacia con cui ne segue le vicende anche quando le circostanze diventano più complesse. La formula del «candido fratello» non è dunque una semplice battuta, ma il riconoscimento di un legame che d’Annunzio percepisce come eccezionale.
Questa devozione ha una dimensione soprattuto culturale. Tenneroni non si limita ad amare il poeta: ne interpreta la produzione, ne sostiene la fortuna, ne promuove la ricezione, ne accompagna le traduzioni e le riedizioni. Il suo nome resta legato a una serie di interventi che vanno dalla critica alle versioni latine, dalle notizie bibliografiche alla mediazione editoriale. In questo senso egli rappresenta una figura essenziale per la storia della ricezione dannunziana, perché mostra come la costruzione del mito autoriale passi anche attraverso il lavoro di soggetti secondari, ma altamente specializzati. Il loro compito è fare in modo che l’opera circoli, si consolidi, venga letta e venga ricordata. Tenneroni svolse proprio questa funzione con dedizione ininterrotta, trasformando la propria competenza bibliografica in strumento di fedeltà letteraria: entra così anche nella sfera culturale dei rapporti dannunziani. Le lettere con «Giovannino» Pascoli – riferisce di aver letto e ammirato con d’Annunzio a Marina di Pisa i Poemi Conviviali – e con la Divina Duse, per cui è il confidente del dramma d’amore che vive ma capace di ascoltare e stare in silenzio, sena giudicare – ne fanno un interlocutore privilegiato. (Menna 2007, pp. 563-568, 579-590; pp. 595-610)

Gli ultimi anni: Todi, la vecchiaia, l’Opera Omnia

A livello personale la morte della moglie Ketty Nagel con d’Annunzio paraninfo e ‘testimone’ di nozze, ai tempi della frequentazione coi Treves, avvenuta nel novembre 1914 in seguito a un incidente ciclistico, rappresentò una svolta dolorosa. Tenneroni rimase solo, ormai avanti negli anni, e confessò a d’Annunzio di sentirsi «ancor più misero». La solitudine si unì alle difficoltà provocate dalla guerra, al peggioramento della salute e alla precarietà economica. Dopo la morte della moglie, infatti, la sua vita «prese il suo corso in discesa»: malattie, povertà e isolamento divennero condizioni quasi permanenti. (Menna 2007, pp. 132-135, 169-171)
Ma Annibale resta
‘Sub idem cum eodem’: sotto lo stesso segno, con lo stesso amico. Questo motto, usato da Gabriele per il suo Annibale, riassume il senso del rapporto fra d’Annunzio e Tenneroni: un rapporto che dura nel tempo, che si trasforma, che si adatta alle nuove condizioni, ma che non conosce cedimenti e non si interrompe. Un rapporto che ha prodotto risultati concreti, che ha aiutato il poeta a portare avanti i suoi progetti, che ha contribuito alla costruzione del mito dannunziano. Arriveranno gli anni della pensione e della triste vecchiaia, della solitudine e della malattia, ritiratosi ormai in Umbria, nella sua Todi per necessità, Annibale cerca il solito conforto e d’Annunzio risponde con estrema generosità, offrendo un vitalizio per venire in soccorso delle spese quotidiane che diventano più urgenti. Un ultimo sussulto con la notizia di essere arruolato per curatela con la Mondadori dell’Opera Omnia, “gioia e conforto” della sua vita: nel 1927 Tenneroni riuscì ancora a correggere le bozze di Alcyone e della Francesca da Rimini. Era ormai un uomo vecchio, malato e lontano, in attesa di bozze e di un assegno vitalizio, ma continuava a lavorare con la consueta precisione, controllando errori tipografici, titoli, impaginazione e omissioni. La sua ultima fatica fu legata alle bozze di Forse che sì forse che no, pubblicate nel febbraio 1928. Tenneroni muore il 27 aprile 1928 per sincope cardiaca. Il Poeta, profondamente colpito, gli tributò l’ultimo omaggio, definendolo «il più candido e il più fedele» dei suoi amici e perchè solo lui aveva saputo riconoscere «le cose belle e nascoste» che formavano la sua vita vera ed inimitabile.

Bibliografia essenziale

Bibliografia primaria

Gabriele d’Annunzio, Annibale Tenneroni, Al “Candido Fratello”… Carteggio Gabriele D’Annunzio-Annibale Tenneroni (1895-1928), a cura di Mirko Menna, Lanciano, Carabba, 2007.
Annibale Tenneroni, Jacopone da Todi: lo Stabat Mater e Donna paradiso. Studio su nuovi codici, Todi, F. Franchi, 1887.
Id., Elegie romane di Gabriele d’Annunzio tradotte in latino, Milano, Treves, 1897.
Annibale Tenneroni, Gli abbozzi autografi di rime del Petrarca, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1896.
Id., Per la bibliografia del Montenegro, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1896.
Id., Le “laude” e Jacopone da Todi nel VI centenario della sua morte, «Nuova Antologia», 1906, 16 giugno.
Id., Un ritratto di Jacopone da Todi, «Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria », XIII, 1908.
Id., Inizi di antiche poesie italiane, religiose, morali, con prospetto dei codici e introduzione alle laudi spirituali, Firenze, Leo S. Olschki, 1909.

Bibliografia secondaria

Annamaria Andreoli, I libri segreti. Le biblioteche di Gabriele D’Annunzio, Roma, Edizioni De Luca, 1993.
Annamaria Andreoli, Il vivere inimitabile. Vita di Gabriele D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2000.
Tom Antongini, Vita segreta di Gabriele d’Annunzio, Milano, Mondadori, 1938.
Giuseppe Fatini, Confidenze dannunziane al candido fratello. Dal carteggio inedito con Annibale Tenneroni, «Quaderni dannunziani », XXII-XXIII, 1962, pp. 1029-1087; XXIV-XXV, 1963, pp. 1260-1330.
Id., Il D’Annunzio e il Pascoli e altri amici, Pisa, Nistri-Lischi, 1963.
Pietro Gibellini, Lettere a Jouvence, in Gabriele d’Annunzio, Lettere a Jouvence, prefazione di P. Gibellini, a cura di E. Broseghini, traduzione di S. Donati, Milano, Archinto, 1987, pp. 5-10.
Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2008.
Mirko Menna, Per l’edizione del carteggio D’Annunzio-Tenneroni, in D’Annunzio epistolografo, Pescara, Ediars, 2004, pp. 165-174.
Gianni Oliva, Lettere ai Treves, Milano, Garzanti, 1999.

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