di Antonio Zollino, Enciclopedia dannunziana
Ripercorrendo la vicenda degli studi critici su Montale e, più nello specifico, sulle plausibili ascendenze linguistiche e formali della sua poesia, spicca un dato relativamente singolare: per diversi decenni del secolo scorso si è creduto che Pascoli, almeno fra gli autori pressoché coevi, fosse più che d’Annunzio il principale riferimento linguistico e tematico di Montale. Giuseppe De Robertis è stato fra i primi a sostenerlo, nella recensione a Le Occasioni pubblicata nel numero di ottobre-dicembre 1940 di «Letteratura»:
Al Pascoli egli ha tolto versi quasi frusti (“Un bassotto festoso che latrava”, “Nella prima belletta di Novembre”, “Un volo strepitoso di colombi”), ma, anche, impalpabili sensazioni (“Raggia vermiglia – una tenda, una finestra si richiude”), e qualcosa di più, di più (“il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento, – il vento che tarda, la morte, la morte che vive!”) (De Robertis 1940: 171).
Al che Montale obiettava tiepidamente, rispondendo per lettera a De Robertis il 12 dicembre 1940:
non intendo minimamente chiederLe modifiche se le dico di non avere riaperto mai nell’ultimo decennio il Pascoli. La mia obiezione rimarrebbe sempre empirica; un poeta, anche un poeta come il P., al quale io facevo allora tutti i rimproveri che gli facevano gli scrittori della Ronda, (e forse li sottoscriverei se lo rileggessi), può lavorare nel subconscio, agire. (Chessa 2012: 203).
Va peraltro rilevato come l’idea di un particolare pascolismo da parte di Montale in quegli anni nasca e si rafforzi in un quadro non particolarmente ricco di studi in proposito (da inquadrare nella concomitante complessiva e durevole carenza di indagini sulle matrici della poesia montaliana) e nonostante le cautele di chi se ne è occupato specificamente, come Pier Paolo Pasolini nel suo Pascoli e Montale (1947):
Con questo nostro discorso non vogliamo attribuire a Montale una lettura importante del Pascoli; certo, un Pascoli letto con nuova coscienza, può essere considerato come colui che ha contribuito a rendere possibile l’italiano in cui Montale ha inserito il suo linguaggio.
Lo stesso Pasolini, tuttavia, non aveva mancato di rimarcare in un saggio pubblicato su «Officina» nel 1955 che
Tutto il vocabolario della metafisica regionale o terrigena di Montale (e quindi di tutta la vastissima area montaliana) è sia pur rozzamente elaborata dal Pascoli. Ecco l’esempio minimo di un verso delle Myricae che si potrebbe attribuire agli Ossi: «Due barche in panna in mezzo all’infinito» e di uno stilema che si potrebbe leggere nelle Occasioni: «Virb… disse la rondine. E fu ⁄ giorno». Del resto tutto il procedimento stilistico montaliano, che si definisce nel caricare di un senso cosmico, di male cosmico, illuminante, un umile oggetto -la poetica dell’oggetto, insomma – è implicito nella pur candida teoria pascoliana del «particolare». E così la tipica funzione della memoria montaliana è un po’ preannunciata da quella che il Pascoli, con immagine appunto montaliana ante litteram, chiamava «tecnica del cannocchiale rovesciato», e del resto – scandito dall’arido e insieme smanioso «ricordi?» – quanto del tono stupendamente evocativo e gnomico della Casa dei Doganieri è avvertibile già nel Vischio.
Anche Pietro Bonfiglioli (1958), che pure è uno dei principali studiosi che si sono occupati del rapporto fra Montale e Pascoli, ritiene di dover incoraggiare un aggiustamento di mira che contempli Gozzano:
A una prova di questo tipo, il rapporto Pascoli-Montale, che è ormai divenuto un luogo comune della critica novecentesca, non resiste e deve cadere, per scindersi in una serie complessa di mediazioni (i crepuscolari, Ceccardo), di cui la più importante sembra essere quella di Gozzano (p. 5).
Nondimeno, nella relazione (1958) presentata al convegno bolognese per il centenario della nascita di Pascoli, Bonfiglioli sottolinea che Montale
ereditava le nuove condizioni linguistiche create dal pascolismo alla fine del secolo, vale a dire la possibilità di un linguaggio poetico a tendenza realistica e letterariamente depotenziato.
La situazione cambia radicalmente quando, nel 1966, un giovane e brillante studioso padovano, Pier Vincenzo Mengaldo, pubblica l’importante saggio Da D’Annunzio a Montale: ricerche sulla formazione e la storia del linguaggio poetico montaliano. In tale intervento Mengaldo, istituendo la fondamentale nozione di una koinè dannunzian-pascoliana all’origine di tutta la poesia italiana del Novecento, constatava come nella ricerca delle fonti linguistiche montaliane d’Annunzio rappresentasse indubbiamente «la lacuna più vistosa» e produceva, a riprova della consistenza del fenomeno, un’ampissima serie di schedature che riconducevano altrettante soluzioni montaliane a quelle a suo tempo esperite da d’Annunzio. Ne risultavano impressionanti coincidenze sia in abito sintagmatico che sotto il profilo della predilezione per certe particolari forme linguistiche (come l’uso di parasintetici a prefisso “in” e “dis” o l’aggettivazione coloristica con particolare uso dei derivati, dei composti ecc.).
Se l’analisi linguistica mengaldiana appare pressoché impeccabile, corredata com’è da agnizioni assai plausibili, non altrettanto si può dire per alcune conclusioni a carattere storico letterario, e più nello specifico, per quanto riguarda l’effettiva durata del riferimento montaliano a d’Annunzio, dal momento che l’indagine di Mengaldo finisce poi, come vedremo, per circoscrivere sostanzialmente l’incidenza di tale rapporto ai soli Ossi di seppia.
Interessa invece, per ora, registrare le reazioni della comunità critica e letteraria all’innovativo saggio mengaldiano. Indubbiamente negli anni immediatamente successivi, partono diverse ricerche che si propongono di dimostrare carte alla mano come d’Annunzio abbia avuto una forte e decisiva influenza sul nostro ‘900: ricordo su tutti, nel 1968, l’ampia indagine pubblicata in due puntate su «Paragone» (nn. 222 e 226) di Aldo Rossi, D’Annunzio e il Novecento, contributo che quasi pare un seguito operativo del breve ma pungente intervento dello stesso autore La vergogna di non potersi non dire dannunziani (Rossi 1967); se il saggio di Rossi dedica diverse pagine al rapporto fra d’Annunzio e Montale (si vedano in particolare pp. 50-51, 80-83), perlopiù evidenziando alcune fonti messe in luce da Mengaldo, latitano però ulteriori ricerche d’ampio respiro e specificamente dedicate a tale trafila. Quanto alle ragioni, nemmeno troppo misteriose, di tale perdurante disinteresse, risulta molto istruttivo rileggere gli atti della Tavola rotonda D’Annunzio e la lingua letteraria del Novecento, tenutasi al Vittoriale il 27 e 28 maggio 1971: qui Mengaldo presenta la relazione D’Annunzio e la lingua poetica del Novecento, in cui ribadisce fra l’altro, per quanto riguarda Montale, molte delle acquisizioni del saggio del 1966, aggiungendo nuove ed inequivocabili corrispondenze e analogie. Nella discussione che segue, tuttavia, non pochi colgono l’occasione per bersagliare di critiche Mengaldo; fra questi, Enrico Falqui che, alla luce e nel merito delle scoperte del giovane critico, dichiara così le proprie perplessità:
si potrebbe avere l’impressione che Montale altro non sia che una derivazione di d’Annunzio, tante sono le dipendenze che Mengaldo ritiene di aver individuato e dimostrato. Non si correrà il rischio, proseguendo su questa strada, di far dipendere da D’Annunzio, come da un’unica assoluta matrice, ciò che invece appartiene alla storia del linguaggio poetico italiano?
Si stenta persino a credere che una simile ingenua presa di posizione sia stata avanzata da un letterato indubbiamente esperto e scaltrito come Falqui; e tuttavia, messo pur così malamente alle strette, Mengaldo si trova a dover confessare, oltre ad un comprensibile e garbato disappunto per l’incomprensione, il «disagio diciamo morale e ideologico, che mi ha preso non solo qui, ma tutte le volte che mi sono occupato di D’Annunzio».
Per comprendere a pieno la consistenza di un simile «disagio» occorre rifarsi al clima dell’epoca e alla considerazione riservata a d’Annunzio in quel periodo, considerazione che peraltro non si arresta a quei tempi, propagandosi con continuità nelle opinioni correnti di molta mentalità critica d’oggi. Lascio per questo la parola a Giacomo D’Angelo che nota come d’Annunzio fosse, negli anni ’60,
confinato in un limbo, demonizzato come uno dei padri del fascismo, studiato da vecchi accademici e dal mondo piccolo di prefiche grafomani nostalgici, bandito dalle università, «infrequentabile», come scriverà Rossana Rossanda.
Neanche a Pescara si aveva il coraggio di commemorarlo, i convegni di Tiboni [promotore e per anni presidente del Centro Nazionale di Studi Dannunziani di Pescara, n.d.r.] erano di là da venire […] Elsa Morante aveva trinciato un giudizio da pizia dürrenmattiana: «Carducci idiota, Pascoli cretino, d’Annunzio imbecille». Moravia aveva commentato: c’è del vero in queste parole.
Prosegue D’Angelo:
Nel marzo del ’63 L’Espresso pubblicò un processo a d’Annunzio, coordinato da Paolo Milano, in cui il «sommo Anglologo», Mario Praz, fu l’unica voce di difesa del Pescarese dinanzi ad un sinedrio malmostoso composto da Alberto Moravia, Natalino Sapegno, Pier Paolo Pasolini, scatenati come Erinni infuriate.
A margine di tale episodio, e a conferma di quanto scrive D’Angelo, sarà istruttivo leggere quanto annota a proposito dell’«astio che c’è contro d’Annunzio», uno dei protagonisti del fantasioso Processo (ora ripubblicato per la prima volta in volume, cfr. Zollino 2013), appunto il «sommo Anglologo» nell’occasione abbastanza stizzito Mario Praz:
mi sono trovato ad essere l’unico a dire una parola un po’ equilibrata su d’Annunzio. Perché Moravia e Pasolini erano addirittura di una negatività che passava tutti i limiti, come se D’Annunzio avesse fatto loro dei dispetti personali. Ora, l’avevano letto o no? (Praz 1968, 80).
A giudicare dall’errata citazione dell’incipit del Piacere, scambiato da Pasolini per la conclusione del romanzo, la conoscenza dell’opera dannunziana non sembra essere stata, nel Processo, fra i prerequisiti essenziali richiesti ai detrattori più accaniti nei confronti del Pescarese. Ma, evidentemente, questa era l’aria che tirava nel 1963, centenario della nascita di d’Annunzio; cosicché nello stesso anno Natalino Sapegno va a Gardone, al Vittoriale, e, in casa del poeta, proclama che il posto che spetta a d’Annunzio nella nostra storia letteraria
è piuttosto fra i minori, che non fra i grandi, e sia pure fra quei minori che lasciano una forte impronta nel gusto del loro tempo e magari determinano con il loro esempio un mutamento essenziale del gusto. (Sapegno 1968, 159).
Coerentemente con tale affermazione, in un testo destinato alla formazione di intere generazioni di studenti quale è stato il Compendio di storia della letteratura italiana, lo stesso Sapegno teneva a mettere subito le cose in chiaro confinando d’Annunzio nella categoria – tanto angusta quanto, nel caso, priva dei necessari riscontri storico-letterari – del «provincialismo»:
proprio a d’Annunzio è da imputare per molti aspetti la maggior responsabilità di un certo provincialismo della nostra cultura nei primi decenni del secolo; a meno che non si preferisca dire che di quel provincialismo egli è il rappresentante più vistoso. (Sapegno 1975, 157-8)
Torniamo così a Mengaldo e al suo dichiarato imbarazzo: non è certo facile, né produttivo, studiare con «disagio» un qualsivoglia autore. Senza voler in alcun modo sminuire i risultati epocali delle ricerche mengaldiane, ma solo per illustrare quali possano essere le conseguenze di una situazione paradossale, in cui la necessaria imparzialità che si richiede ad ogni studioso va scontrarsi con diffusi e ben radicati pregiudizi di stampo critico-accademico, quando non ideologico-strumentale, produco qui di seguito due esempi di come quel «disagio» ha potuto agire. Prenderò a campione due saggi de La tradizione del Novecento, il volume che nel 1975 raccoglie le acquisizioni della fondamentale ricerca del 1966 unitamente ad altri saggi sul linguaggio poetico italiano. In uno di questi, Aspetti e tendenze della lingua poetica italiana del Novecento (1970), una lettura insidiosa che sembra dare per scontata una frattura fra d’Annunzio e il Novecento può essere modificata da un raffronto testuale che configura invece, ancora una volta, una situazione di continuità. Alle pp.130-1 Mengaldo afferma che Montale, ha potuto «“attraversare” e “ridurre”» d’Annunzio e Pascoli anche perché Gozzano aveva «già compiuto una analoga operazione», esemplificando così il gozzaniano «cozzare» di aulico e prosaico:
l’immagine tipicamente dannunziana delle stagioni camuse e senza braccia” è ambientata “tra mucchi di letame e di vinaccia” e tra “i porri e l’insalata”. [La signorina Felicita, vv. 244-46]
In realtà, anche questa ambientazione è di sicura pertinenza dannunziana: nel Fuoco (in: Prose di romanzi II, p. 764) troviamo, infatti, le «statue superstiti», fra cui quelle delle
Stagioni, tra i cavoli argentati, tra i legumi, in mezzo ai pascoli, sui cumuli di concime e di vinaccia.
La fonte dannunziana dei versi 244-246 della Signorina Felicita era peraltro già nota a Sanguineti che la indicava precisamente, a p. 74, nel suo libro Guido Gozzano. lndagini e letture, (Torino: Einaudi 1966), volume che pure è compreso nella Bibliografia essenziale del saggio mengaldiano sopra menzionato (così ne La tradizione del Novecento, p. 150). Curioso poi osservare, nel caso specifico, come nemmeno d’Annunzio possa considerarsi quale capostipite dell’immagine, se badiamo al precedente rappresentato da Il mondo di Dolcetta di Mario Pratesi (1895) dove le statue mutile di un giardino nobiliare sono appunto collocate fra cipolle, cavoli e insalate (si può vedere, per ciò, quanto ho esperito in Zollino 2006, 105-106).
Ma già nel saggio introduttivo de La tradizione del Novecento (1975), Da D’Annunzio a Montale, che riproduce integralmente la fondamentale indagine del 1966, Mengaldo tendeva a distanziare l’ipotesto dannunziano, di cui si sottolinea l’esteriorità rispetto al pur plausibile affioramento in Montale. A p. 40 di tale indagine il critico nota che «la “situazione” e varie scelte linguistiche significative di Cigola la carrucola riportano con precisione a luoghi dannunziani», citando a raffronto un passo dal Notturno e uno del Fuoco, quest’ultimo così riportato:
Si appressò al pozzo […] il solco delle funi di metallo, l’ossido verde che rigava la pietra della base, le mammelle delle cariatidi consunte dalle ginocchia delle donne […] e quel profondo specchio interiore che l’urto delle secchie non turbava più, quel breve cerchio sotterraneo che rifletteva il cielo divino. Si chinò sulla sponda, vide la sua faccia.
Al che Mengaldo commenta il brano notando come, in Montale,
il tema archetipico del pozzo come evocatore del passato si inverte di senso rispetto a d’Annunzio e diviene, da urgenza ossessiva del passato (predicata invero in modi piuttosto esterni) motivo ben montaliano della scissione tra il presente e le esperienze di un io anteriore e diverso, della impossibilità di recuperare se non per barlumi rari il passato nella memoria stanca, dilavata, grigia. (Mengaldo 1975, 40-41)
Ma tale radicale opposizione si attenua alquanto se solo si considerano altre due occorrenze del medesimo pozzo nel Fuoco, tralasciate da Mengaldo, che suonano entrambe così, in leit motiv:
Per qualche attimo la sua anima si isolò, si fece sorda ai rumori circostanti, si raccolse in quel cerchio d’ombra donde saliva un tenue gelo che rivelava la muta presenza dell’acqua; e sentì la fatica della sua tensione e il desiderio d’essere altrove e il bisogno indistinto di trascendere pur quell’ebrezza che le ore notturne gli promettevano e, nell’ultima profondità del suo essere, un’anima segreta che a simiglianza di quello specchio d’acqua rimaneva immota estranea e intangibile;
E gli ripassò su lo spirito la malinconia indefinibile ch’egli aveva provato nel chinarsi sul margine di bronzo a guardare in quel cupo specchio interiore il riflesso delle stelle; e s’aspettò un evento il quale movesse, nell’ultima profondità del suo essere, quell’anima segreta che a simiglianza di quello specchio d’acqua rimaneva immota estranea ed intangibile;
e sono, queste, altrettante occorrenze in cui almeno il senso di estraneità e l’incapacità di raggiungere la propria «anima segreta» nell’«ultima profondità» dell’«essere» sono condizioni chiaramente ribadite: senza contare che nella seconda, poi, l’immagine riflessa nel fondo del pozzo è rammentata, ovvero anche in ciò affine a quella proveniente da un «ricordo» (al v. 3) di Cigola la carrucola del pozzo.
E tuttavia, ben al di là di questi due casi, riconducibili al «disagio» e all’opinione di un d’Annunzio considerato precipuamente sotto l’aspetto «ideologico e morale», il limite maggiore della ricognizione mengaldiana riguarda i paletti cronologici posti a confine dell’influsso dannunziano su Montale: gli spogli di Mengaldo, infatti, limitano l’incidenza delle fonti dannunziane quasi esclusivamente agli Ossi di seppia, cosicché lo studioso, sostenendo che «assai meno si può raccogliere per le poesie successive», produce, per Le occasioni e La bufera e altro, elenchi nei quali le coincidenze sintagmatiche fra i due autori appaiono notevolmente rarefatte, fino a parlare delle Occasioni come di un vero e proprio «distacco dall’esperienza dannunziana» e di una «più precisa e decisiva presa di contatto da parte di Montale con correnti e rappresentanti fondamentali della moderna letteratura europea». Pare qui affiorare un inconfessato o latente senso d’inferiorità della nostra storia letteraria, come dettato da quella «vergogna di non potersi non dire dannunziani» che costituisce l’arguto titolo del già menzionato contributo di Aldo Rossi (Rossi 1967): quasi che Hofmannsthal, Proust, Joyce e Musil avessero letto d’Annunzio, e Rilke, George e Benjamin ne avessero addirittura tradotto diversi componimenti, perché lo consideravano un… minore. Tornando al contesto letterario nazionale, si potrà poi osservare che Mengaldo, limitando il riferimento dannunziano in Montale alla sola fase giovanile, aderiva tuttavia a un pregiudizio già ben radicato, se badiamo a quanto scriveva in proposito Carlo Bo nella relazione presentata nel 1963 al convegno del Vittoriale per il centenario della nascita, D’Annunzio e la letteratura del Novecento:
Montale [..] per conto suo ha sempre riconosciuto lealmente l’importanza che ha avuto su di lui la poesia di D’Annunzio […] Ma anche nel caso di Montale il discorso non può essere portato più in là, oltre l’ambito della formazione, dal momento che per tutto il resto non si ha luogo a procedere. (Bo 1968, 75).
Nonostante tali aporie, che, come si vede, si innestano su pregiudizi peraltro assai e altrettanto pacificamente accettati, così da essere somministrati persino quali insegnamenti scolastici (basti ricordare il paradossale parere di Sapegno sul presunto «provincialismo» dannunziano), è appena il caso di ribadire che il saggio mengaldiano rimane ancor oggi uno strumento imprescindibile per chiunque voglia accingersi a studiare e magari a sviluppare il complesso tema – ancor oggi per nulla esaurito – dei rapporti fra Montale e d’Annunzio.
Quasi tre lustri dopo La tradizione del Novecento, un nuovo decisivo capitolo nell’individuazione di ulteriori corrispondenze in grado di avvalorare e circostanziare l’effettiva sussistenza del rapporto fra Montale e d’Annunzio si ha nel 1989, con la pubblicazione sulla «Rivista di letteratura italiana» dell’articolo Riscontri dannunziani nella «Bufera» di Montale poi ristampato nel 2008 e 2009 con sostanziose aggiunte nel volume I paradisi ambigui. Saggi su musica e tradizione nell’opera di Montale. Doveroso specificare, come scrivevo allora, che tale indagine si limitava
qualitativamente e quantitativamente rispetto al modello offerto da Mengaldo. Sul piano quantitativo i miei spogli considereranno semplicemente, da una parte, La bufera e altro, raccolta che per molti aspetti segna il culmine (e la fine) di tutta una concezione montaliana (postsimbolista, se vogliamo costringerla in una qualche etichetta) della poesia; dall’altra, tutte le opere in lingua italiana di d‘Annunzio. Sul piano qualitativo, invece, ho badato principalmente ai prestiti sintagmatici e alle reminiscenze fono-semantiche. (Zollino 2008 e 2009,106)
Il lavoro di spoglio finalizzato alla ricerca di plausibili riscontri costituisce in effetti il risultato di maggior momento di tale indagine, rinvenendo nella Bufera e altro oltre un centinaio di luoghi montaliani che mi sono sembrati utilmente raffrontabili con altrettanti passi di d’Annunzio: e in particolare, dato che la mia ricerca si appuntava unicamente sulla terza raccolta di Montale, emerge un dato significativo che capovolge, in quest’ambito, l’opinione di Mengaldo (1966 e 1975), secondo cui, come abbiamo visto, il riferimento dannunziano si attenuerebbe notevolmente nelle raccolte successive agli Ossi di seppia; cosicché per le Occasioni e per la Bufera e altro, in particolare, gli spogli mengaldiani restituiscono solo tre riscontri per ciascuna silloge (Mengaldo 1975: 39).
Diversi anni dopo, nel 1995, Mengaldo pubblica nella Letteratura italiana Einaudi diretta da Alberto Asor Rosa un ampio saggio complessivamente dedicato all’Opera in versi di Montale e, trattando del rapporto con d’Annunzio, l’autorevole critico dimostra d’aver tenuto conto delle ricerche intervenute nel frattempo, citando in nota sia la mia tesi di laurea (Riscontri dannunziani nella Bufera di Montale, relatore Luca Curti, correlatore Umberto Carpi) che – nell’Aggiornamento bibliografico curato da Gabriella Macciocca – il relativo articolo a stampa, e proclamando che Montale è stato, quanto alle fonti – specie lessicali – della sua poesia, «il maggior […] dannunziano del Novecento»:
Per Montale, che è stato, in questo senso, il maggior dannunziano del Novecento, il pescarese offre soprattutto uno sterminato repertorio di parole, immagini, oggetti verbali da tesaurizzare a fondo, ben incisi nella memoria. Se così non fosse, non avverrebbe che gli echi dannunziani siano ancora larghi e profondi in un’opera distante mille miglia e da D’Annunzio e dal giovanile “naturalismo” degli Ossi, come la Bufera; basti dire che la prima ed eponima lirica della raccolta, appare un vero mosaico di calchi dannunziani: «più che l’amore» del v. 15 (cfr. Il fuoco, passim, e il titolo del noto dramma di D’Annunzio), la «fossa fuia» del v. 17, Leitmotiv della Nave, «[…] sgombra/la fronte dalla nube dei capelli», che risale sempre alla Nave: «per liberare la fronte/ dalla nube dei capelli» e altro. (Mengaldo 1995: 649)
Più specificamente, pochi anni fa, Mengaldo ripubblicherà autonomamente in volume il proprio ampio saggio per i tipi della Padova University Press con qualche modifica e con il nuovo titolo La poesia di Montale, facendo precedere questi ultimi riscontri dalla notazione «come ha visto Zollino».
Nonostante tale aggiustamento di rotta (relativo ovviamente alle posizioni del saggio nella versione del 1995) e nonostante le cautele avanzate già nel 1975 dallo stesso Mengaldo nel ripubblicare il capitale saggio Da D’Annunzio a Montale, pur nella consapevolezza che tale saggio avrebbe richiesto «un rimpasto radicale» (Mengaldo 1975: 9) e dichiarando che «chi scrive ha la precisa coscienza che molte delle sue approssimazioni potranno essere a loro volta integrate e superate» (Mengaldo 1975: 28), è però un fatto che Mengaldo, almeno fino ad oggi, non sia mai tornato ad occuparsi a fondo delle ricadute linguistiche e testuali del rapporto fra Montale e d’Annunzio, che nel frattempo andavo sondando con una certa costanza attraverso varie indagini particolari, sia pubblicate in atti di convegno: D’Annunzio e Gli orecchini di Montale (Zollino 1992), Presenze del “Paradisiaco” nel Novecento: Gadda e Montale (1994); che in rivista: Su Vecchi versi: un’Occasione fra il tempo degli Ossi e i luoghi di Alcyone (2000a), D’Annunzio nei Tempi di Bellosguardo di Montale (2000b), Il riferimento dannunziano da Satura ad Altri versi (2001), articoli poi raccolti e a volte rimodulati, unitamente ai Riscontri dannunziani nella Bufera e altro di Montale (1989), nel già citato volume dei Paradisi ambigui (Zollino 2008 e 2009). Dal complesso di tali indagini, impostate sul reperimento di convergenze testuali, emergono così anche altri punti di contatto che ritengo innovativi e, in primo luogo, la predilezione di Montale per certe zone della produzione dannunziana come quella ‘paradisiaca’ e alcune interessanti continuità tematiche, come il senso di estraneità rispetto ai propri atti, il non riconoscersi e in particolare non riconoscere la propria voce; il fatto che la Clizia montaliana, donna salvifica fino al sacrificio di sè, si sia avvalsa, oltre che del modello cristologico e di quello stilnovistico, di alcuni caratteri della Foscarina del Fuoco; la concezione della guerra come dance macabre (ma già era in Leopardi, All’Italia), il disprezzo e l’insofferenza per alcuni aspetti del vivere civile nella società di massa nel Montale da Satura in poi. Oltre a ciò, ovvero dopo la pubblicazione della seconda edizione dei Paradisi ambigui (2009), ho potuto indicare, in diverse occasioni critiche, ulteriori precise corrispondenze fra d’Annunzio e Montale: dapprima nel 2013, all’interno dell’articolo Su un processo a d’Annunzio del 1963 e altri abbagli antidannunziani, suggerendo che la vulgata secondo cui Montale chiamerebbe in causa d’Annunzio quale ‘poeta laureato’ nel celebre attacco dei Limoni andrebbe quantomeno ripensata con maggiore cautela, una volta accertato che l’immagine degli stessi limoni e delle «loro canzoni» (v. 48) trova un chiaro precedente nella sinestesia dannunziana di Canto novo, III, v. 3: «canta la nota verde un bel limone in fiore». Già nel 2009, del resto, nel corso del convegno Paesaggio ligure e paesaggi interiori nella poesia di Eugenio Montale, Milva Maria Cappellini con la relazione Presenze dannunziane nel paesaggio di Eugenio Montale (pubblicata in atti un paio d’anni dopo, cfr. Cappellini 2011) rilevava una serie di nuove corrispondenze, specie lessicali, mettendo in evidenza la profondità storico-letteraria di molti termini presi in esame: così nel caso succitato dei Limoni, prendendo in esame i «bossi ligustri acanti», piante dai nomi strani che spesso vengono imputati a d’Annunzio, Milva Maria Cappellini osserva che in effetti d’Annunzio non impiegò mai il lemma «ligustro», invece abbastanza comune in Carducci, concludendo con la congettura
che Montale, quando parla di poeti laureati con cui entrare in dialogo e contrapposizione, intenda non solo d’Annunzio ma anche Carducci, che citerà peraltro in Satura chiosandolo con il riso irrefrenabile di Mosca. (Cappellini 2011: 209)
Appare tuttavia molto più probabile, anche perché nessuno ha mai argomentato più che genericamente la presunta ascrizione montaliana di d’Annunzio fra i «poeti laureati», l’ipotesi avanzata da Alberto Casadei
sul sintagma “poeti laureati”. Benché di uso canonico in ambito italiano, non è improbabile, data la formazione culturale montaliana, che una spinta al suo riuso sia venuta pure dal valore specifico nei Paesi anglosassoni, dove il “Poet Laureate” restava anche ai primi del Novecento (e oltre) il prototipo dell’artista “ufficiale”, “di corte”, ancor più connotato in senso accademico del nostro “Vate”. (Casadei 2008: 415)
Quanto ai Limoni, poi, mi è capitato recentemente di segnalare, intervenendo al convegno organizzato a Vercelli da Cecilia Gibellini e Luciano Curreri, Cento anni e sembra ieri. Ossi di seppia (1925-2025), una serie di nuovi riscontri testuali, specie con il Poema Paradisiaco, che potrebbe aver fornito qualche minima suggestione anche per Là fuoresce il Tritone… (Zollino 2026).
Proseguendo nella rassegna degli studi, appare tuttavia chiaro che – a tutt’oggi – la trafila d’Annunzio-Montale non è argomento che appassioni particolarmente gli studiosi italiani, anche se qua e là continuano ad affiorare episodici sondaggi: così Mario Ceroti (2016) propone alcune fonti dal Trionfo della morte per il Montale di Falsetto e di Vecchi versi, ma l’indagine inizia con la segnalazione, per I limoni, della convergente sinestesia di Canto novo già da me segnalata nel menzionato articolo di qualche anno prima, peraltro non citato da Ceroti. E ancora, per quanto mi riguarda, ho ritenuto di poter individuare un ulteriore paragrafo della storia dei rapporti fra d’Annunzio e Montale fra le righe del Gallo cedrone de La bufera e altro: negli Esercizi di lettura per Marco Santagata, il saggio Nuove agnizioni per Il gallo cedrone di Montale (Zollino 2017) suggerisce une serie di corrispondenze tematiche e lessicali fra il testo montaliano e il Ditirambo IV di Alcyone. Sempre in ambito alcionio, occorre segnalare l’ottimo lavoro di raccolta di numerosi passi raffrontabili con altrettante soluzioni montaliane nel commento di Giulia Belletti, Sara Campardo ed Enrica Gambin all’edizione critica del terzo libro delle Laudi, pubblicato con la curatela di Pietro Gibellini per i tipi di Marsilio (2018), anche perché in tale commento le fonti appaiono correlate al nome di chi le ha originariamente segnalate. Lo stesso Gibellini, infine, nella relazione L’Alcyone e la poesia del Novecento (2018), presentata al 45° convegno pescarese D’Annunzio in Italia e nel mondo a ottant’anni dalla morte, partendo dal presupposto che
un esame comparativo non può, infatti, limitarsi alla superficie verbale del testo: i poeti non sono solo percettori di linguaggio (anche se il naturale istinto “tecnico” fa intendere loro, ad orecchio, i suoni e gli accenti di un modello a loro congeniale), ma colgono la situazione poetica nel suo insieme (Gibellini 2018: 13),
propone un approfondimento dei rapporti con Montale e con altri autori capitali del Novecento, approfondimento che si dimostrerebbe efficace «su scrittori anche più distanti da D’Annunzio che non Montale: Campana, Rebora, e perfino Cardarelli, Ungaretti, Saba» (ibidem); autori a cui aggiungerei personalità ancora più differenti come Primo Levi e Giovanni Giudici (Zollino 2025a e 2025b). Ma si capisce, che per questa via, tale aggiornamento potrebbe e dovrebbe riguardare anche Pascoli, su cui converrebbe riaprire contestualmente il discorso a proposito dei sostanziali affioramenti nella poesia di Montale: ha provato a farlo, in parte e in tempi non lontanissimi, Francesca Nassi, attraverso un’indagine volta ad individuare non pochi Echi pascoliani nelle Occasioni (Nassi 2011) montaliane.
A conclusione di questo breve resoconto, e notando – a parte le pur meritorie indagini degli studiosi sin qui evocati – una pressoché generale cristallizzazione, o adagiamento, della critica nostrana sulle posizioni del Mengaldo della prima Tradizione del Novecento, indifferente persino alla successive dichiarazioni dello stesso critico padovano e specie a quella, così forte da poter quasi parere una provocazione, che per certi aspetti rappresenta Montale quale «il maggior dannunziano del Novecento», viene dunque da chiedersi quale sia lo stato dei lavori sul rapporto fra Montale e d’Annunzio, domanda che può trovare a tutt’oggi solo parziali e insoddisfacenti risposte. Se da un lato è un fatto che quasi tutta la critica (con la significativa eccezione di Anna Nozzoli (Nozzoli, 2020: 167), affrontando o solo sfiorando l’argomento, si trova a menzionare semplicemente il Da D’Annunzio a Montale di Mengaldo, risalente ormai a più di mezzo secolo fa, e ignorando largamente gli studi successivi come se – avvertivo già nel 1989 – «sulla questione cruciale del ruolo sostenuto dall’esperienza dannunziana nella formazione della lingua poetica di Montale, il saggio mengaldiano avesse chiuso il discorso anziché aprirlo», dall’altro è anche vero che manca tutt’ora una trattazione sistematica, magari esemplata su quella di Mengaldo, che renda conto della sostanza e dello sviluppo del riferimento dannunziano in Montale: e che, sperabilmente, possa dirsi svincolata da quel «disagio» che come abbiamo visto ne ha potuto condizionare e limitare i risultati.
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