di Manuele Marinoni, Enciclopedia dannunziana
Il passaggio tra tardo-Ottocento e inizio Novecento è un periodo in cui vengono a saldarsi fortemente, tra mondo scientifico e mondo letterario, delle métaphores obsédantes che rispecchiano a fondo i dettami di una crisi (che è, prima di tutto, il tentativo di una «colonizzazione» del plurale; Bodei 2009) del soggetto, partita dai territori della malinconia romantica (da Chateaubriand a Senancour) e che conduce all’epopea dell’inettitudine, alla sequela di eroi del dubbio, dell’incertezza e della complessità della grande narrativa modernista. L’opera di d’Annunzio si colloca proprio ai margini di tale percorso evolutivo. E se lo scrittore ancora non è in grado di ospitare appieno l’epos del quotidiano, con tutte le sue sfide e i suoi fallimenti nei paradigmi della modernità (Debenedetti 2017), certo egli è stato capace di raccogliere e di accogliere alcune delle più significative risultanze dei riflessi puntati sulla sostanza interiore dell’individuo, ubicandosi proprio in quella dimensione transitoria dell’archeologia della modernità (Borie 1999). Tra le diaspore dell’interiore, nel passaggio tra Otto e Novecento, fondamentale è anche la ricerca filosofica dell’Henri Bergson dell’Essai sur les données immédiates de la conscience, specie per i dettami della memoria, tra tempo e durata (il volume, nell’edizione Paris, Alcan, 1912 è presente nella biblioteca del Vittoriale e presenta alcuni angoli piegati e segni a lapis nero; cfr. Marinoni 2018, pp. 33-35).
Molti dei problemi appena menzionati sono gli stessi che d’Annunzio fa propri laddove intraprende la sua prima impegnativa prova di romanzo, Il Piacere, edito nel 1889. Ma il suo interesse per il mondo della scienza in generale e per l’orizzonte delle innovazioni fisiologiche, psicologiche e antropologiche va rintracciato nel periodo in cui, giovanissimo, terminato il corso liceale al Cicognini di Prato, arriva nella capitale e, iscritto alla facoltà di Lettere dell’Università di Roma, frequenta, invece, alcune lezioni di discipline scientifiche, in particolare di anatomia, invitato da quello che resterà per decenni uno dei suoi interlocutori fondamentali per questioni critiche, estetiche e culturali, Angelo Conti, iscritto proprio in quegli anni alla facoltà di Medicina. Questi, non a caso, nel 1886 pubblica su «La Tribuna» due articoli molto importanti, Ipnotismo. Applicazioni alla psicologia e I digiunatori (rispettivamente il 19 giugno e il 6 novembre), che intrecciano saperi scientifico-psicologici allora imperanti nel dibattito francese, tra ipnotismo, sonnambulismo, allucinazioni oftalmiche e quant’altro, proponendo così anche nomi importanti del panorama scientifico europeo.
È però d’Annunzio stesso a offrire, in sede teorica e giornalistica, le ragioni e le necessità dell’affidarsi al mondo della psicologia sperimentale coeva al fine di trarne materiale fertile per le costruzioni narrative. Nel testo dell’intervista rilasciata a Ugo Ojetti nel 1895, raccolta nel volume Alla scoperta dei letterati (ricordiamo, però, volume costruito sull’archetipo dell’Enquête sur l’évolution littéraire di Jules Huret del 1891, da cui d’Annunzio attinge a piene mani), leggiamo che: «La malattia […] concorre ad allargare il campo della conoscenza. Lo studio dei degenerati, degli idioti, dei pazzi è per la psicologia contemporanea uno dei più efficaci modelli di speculazione, perché la malattia aiuta l’opera dell’analisi decomponendo lo spirito. Essendo un disordine patologico l’esagerazione d’un fenomeno naturale, la malattia fa l’officio di uno degli strumenti che servono ad isolare e ad ingrandire la parte osservata. Infatti, le conquiste più notevoli della psicologia contemporanea sono dovute a psichiatri» (D’Annunzio 2003, p. 1388). D’Annunzio in queste pagine è molto chiaro. La distinzione di tipo «quantitativo» tra «disordine patologico» e «fenomeno naturale» è, dopo le teorie del trattamento morale (Pinel ed Esquirol), oltre la teoria della «dégénérescence» (Morel e Magnan), il punto centrale – così come ha ricostruito la ricca dottrina dello psichico di Georges Canguilhem (Canguilhem 1998) – della psicopatologia di Théodule-Armand Ribot (cfr. Innamorati 2005, da cui sarà tratta la maggior parte delle traduzioni di Ribot), su cui torneremo ampiamente, e che quindi, plausibilmente, d’Annunzio ha già bene in mente da tempo.
Dalla prospettiva letteraria, sono decenni in cui le varie poetiche si incontrano e si scontrano, creando talvolta non poca confusione di ruoli. D’Annunzio, sempre attentissimo lettore di cose francesi, e in particolare, in quegli anni, dei sondaggi psicologici di Paul Bourget (gli Essais de psychologie contemporaine 1883, 1886, grazie ai quali d’Annunzio acquisisce anche le tessiture dell’interiore proposte nel Journale intime di Henri-Frédéric Amiel), offre così il suo vademecum per orchestrare una narrazione tutta puntata sulla (o, meglio, sulle) centralità del soggetto. E per poterlo fare al massimo potenziale dichiara di doversi servire anche degli strumenti nuovi che il mondo psicologico va offrendo. Con ciò non si deve intendere né pensare che d’Annunzio voglia costruire romanzi psicologici (nessuno dei suoi romanzi può essere definito tale; i cosiddetti romanzi d’analisi, o addirittura i romanzi charcottiani, rinominati «romanzi della Salpêtrière», sono solo modelli da cui poter trarre materiale; sul contesto europeo cfr. Rigoli 2001, Marquer 2008); ma, come si vedrà, si serve di quel peculiare sapere scientifico, per intrecciare, anche sul piano dello stile, le più vivide innovazioni contemporanee in materia. Per quanto concerne le riprese dall’opera di Bourget occorre prestare attenzione alle dimensioni dell’interiore, certo a una letteratura di romanzo attenta a districarsi entro i confini mobili del sé di personaggi la cui sensibilità inizia a essere condotta alle radici del profondo. Non è però attraverso riprese tematiche e formali da altri romanzi (per quanto concerne Bourget ricordiamo solo come titoli esemplari Mensonges del 1887 e Le Disciple del 1889; altrettanto importante, soprattutto per gli sviluppi del Trionfo della morte, Sixtine. Roman de la vie cérébrale di Remy de Gourmont del 1890 per cui cfr. D’Annunzio 2021).
I soggetti maschili
Prendiamo avvio nello specifico dalla configurazione dei soggetti maschili, ricordando, molto rapidamente, che in una lettera a Emilio Treves del 15 giugno 1894 d’Annunzio definisce i suoi primi tre romanzi (Il Piacere, L’innocente e il Trionfo della morte) «studi di psicopatia» (D’Annunzio 1999, p. 134) e che per i rispettivi protagonisti tornerà a parlare di «malattia della volontà» nell’articolo Della mia legislatura il 29 marzo 1900 (D’Annunzio 2003, p. 485). Il mondo della psicologia sperimentale coinvolge anche il Giovanni Episcopo e i romanzi successivi, Il Fuoco e il Forse che sé forse che no, nonché molte delle pagine delle Prose di ricerca.
Un carattere costante dei tipi umani posti al centro delle prime strutture narrative è la forsennata, inesausta ricerca del piacere come dominio volitivo e come compimento naturale di ogni scarica fisiologica, sempre all’interno di una funzione di auto-inganni, di debolezza della volontà e di depotenziamento dell’unità dell’io. Paolo Mantegazza nel 1854 dava alle stampe lo studio sulla Fisiologia del piacere (Mantegazza 1992) che certo in qualche modo, diretto o indiretto poco importa, associandosi alle più inique e scellerate deviazioni della coscienza e dei desideri del corpo tipiche dei protocolli di certo estetismo, può essere giunto a offrire un punto di partenza incisivo per la definizione di taluni protagonisti dannunziani. Il piacere, sorto a titolo del primo romanzo, è anzitutto un carattere incipiente delle azioni e delle ricerche vitali di Andrea Sperelli, soggetto dominato da «impulsi erotici prepotenti» e da una «bassa lussuria che guida di fatto i suoi comportamenti» che implicano appunto «il segno della debolezza dell’io, dello sfaldarsi della personalità individuale» (Baldi 2008, p. 11). Sperelli, spirito «multanime» – concetto su cui torneremo – vive nel bisogno di sperimentare ogni forma e ogni stadio di piacere, estetico, ma soprattutto fisico, erotico. Scrive Mantegazza nel capitolo Piaceri sessuali patologici (Mantegazza 1992, p. 54): «L’uomo che può abusare di tutto, non poteva accontentarsi dei piaceri naturali che accompagnano il congiungimento dei sessi, sia perché l’abitudine gli rende insipide le sensazioni più squisite, sia perché l’avidità di godere lo porta ad immaginare nuove voluttà, sia perché la complicazione delle condizioni sociali, nelle quali si trova, gli rende spesse volte impossibile la soddisfazione dei naturali bisogni»; al di là della negazione finale, sono parole che d’Annunzio può aver colto per riadoperarle nella lunga distesa di esperienze erotiche del suo “deviato” protagonista. Gli espedienti camaleontici di Andrea Sperelli certo non recano dubbi sull’obiettivo di quell’«abusare di tutto» che diventa poi una sovversione morale completa. Gli stessi dettami valgono all’unisono anche per i successivi Tullio Hermil (portatore sano di una precisa «avidità di piacere» (D’Annunzio 1988, p. 361), di una «fantasia scellerata» e di una «perversione sadica») e del Giorgio Aurispa del Trionfo della morte.
Allucinazioni
Accanto al bisogno endemico di piacere, estetico e sessuale, si pone l’assoluta tendenza all’«allucinazione». Leggiamo in un avantesto del Piacere: «Questa potenza di miraggio e di fascinazione, che giungeva fino all’allucinazione, era in lui un fenomeno molto interessante» (D’Annunzio 1998, p. 12). Troviamo poi nel corso del romanzo «allucinazioni sentimentali» e «allucinazioni fisiche» (D’Annunzio 1988, p. 236), che sono tutte un sentire per eccesso. Le allucinazioni diventano così da fenomeno psichico a dispositivo percettivo e simbolico. Ancora nell’Innocente leggiamo di uno «stato particolare dei miei nervi» (ivi, pp. 463-464); nel Trionfo della morte il protagonista rimane «fermo, senza osare di muoversi, mentre un cerchio gli fasciava il capo dilatandosi e restringendosi con il palpito dell’arterie come fosse d’una materia elastica e fredda. I nervi lo dominavano, gli imponevano il disordine e l’eccesso delle loro sensazioni» (ivi, p. 735) e nel Fuoco notiamo il passaggio di una «strana lucidità» del protagonista Stelio Effrena verso «allucinazioni febbrili» che garantiscono una «vita iperbolica» (D’Annunzio 1989, p. 249). L’allucinazione è fenomeno psichico inserito nelle patologie della memoria, estesamente indagate a suo tempo sia dal Ribot de Les maladies de la mémoire (Ribot 1881) (volume noto a d’Annunzio e presente nella Biblioteca del Vittoriale, recante segni di lettura), poi riprese nella Psychologie dell’attention (Ribot 1889), sia dal Paul Sollier di Le probléme de la mémoire (Sollier 1900). Tutto materiale fertile anche per il tardo d’Annunzio, dell’«esplorazione d’ombra», alle prese con allucinazioni visive e percettive, in particolare nel Notturno.
Dunque, accanto alle costanti allucinazioni, troviamo anche: «suggestioni», «immaginazioni», «rappresentazioni», persino «imagini criminose»; e troviamo anche, nello specifico, «allucinazioni dell’udito» (D’Annunzio 1988, p. 119), presenza non casuale nel Trionfo della morte, il romanzo che per primo pone il livello musicale come sostanza necessaria del realismo simbolico: quivi si mescolano necessità estetiche e ricerche psico-fisiologiche.
Sugli «Annali universali di medicina», vol. 123, nel 1847, il medico Gaspare Cerioli pubblica un lungo articolo in cui discute i problemi derivanti dallo stato delle allucinazioni, specificando anche gli effetti delle «allucinazioni dell’udito». Anche Cesare Lombroso, nell’Uomo delinquente (Lombroso 2013; si ricordi a latere, per quanto riguarda l’opera lombrosiana, anche l’importante del nesso genio-follia), non manca di soffermarsi su specifiche anomalie percettive che sorgono durante casi estremi, «sforzi d’attenzione», che sono tutte parole-tema usate per il profilo interiore di Giorgio Aurispa: «egli possedeva tutte le qualità dell’ascetico: – lo spirito contemplativo, il gusto dei simboli e delle allegorie, la virtù d’astrarre, l’estrema sensibilità alla suggestione visuale e verbale, la tendenza organica alle imagini dominanti e alle allucinazioni»; D’Annunzio 1988, p. 220) E, naturalmente, nella più lucida intesa schopenhaueriana, non mancano principi volontari anche dell’onirico: l’idea di «sogni quasi volontari» (ivi, p. 39) era frequente nei lavori della psicofisiologia sul sogno di Sante de Sanctis (I sogni. Studi clinici e psicologici di un alienista; cfr. Ferreri 2008).
Velocità e natura dei moti interiori e pluralità dell’io
Movimento, intensità e accelerazione dei moti interiori che troviamo nei romanzi dannunziani provengono da un’attenta indagine per i «meccanismi intimi dello spirito» di Ribot. Questi, nel 1876 pubblica sulla «Revue philosophique» l’articolo Les mouvements et leur importance psychologique in cui discute dei movimenti della vita psichica. Tale principio percorre, a partire da questa data, tutta l’opera di Ribot, sino alla tarda opera La vie inconsciente et les mouvements (Ribot 1914) in cui si instaura l’idea di un inconscio fisiologico. Visitando l’intera parabola scientifica dello psicologo è dunque difficile stabilire da quale specifica opera d’Annunzio possa aver ripreso quest’idea, ampiamente descritta, fra i vari casi, nelle pagine, ad esempio, dell’Innocente. È pur certo che tali particolari provengono dalle ricerche ribotiane e ben si confanno all’idea acquisita da d’Annunzio di un insanabile legame tra somatico, organico e psichico, centrale nel già citato volume dedicato alle Maladies de la mémoire. «Intensità» e «durata» sono dunque per Ribot forme privilegiate di esistenza della coscienza: ogni singolo atto psichico necessita e richiede una «durée appréciable» (Ribot 1881, p. 23). «La cerebrazione inconscia», prosegue Ribot, «non essendo sottomessa alla condizione del tempo, non facendosi per così dire che nello spazio, può agire in più direzioni contemporaneamente» (ivi, pp. 24-25). «Di tali crisi contraddittorie si componeva la sua vita: illogica, frammentaria, incoerente», così scrive d’Annunzio a proposito di Tullio Hermil (D’Annunzio 1988, p. 384) e, sempre nell’Innocente, parla anche di uno «speciale stato nervoso transitorio» (ivi, p. 403), sino a definire con precisione che «una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive componeva la mia esistenza reale» (ivi, p. 412). In un’associazione di idee e di combinazioni molto forte, leggiamo anche quanto Ribot scrive sulla natura dell’io: «l’io non è solamente una memoria, un ricettacolo per i ricordi legati al presente, ma la somma di istinti, di tendenze, di desideri, che entrano in azione e che formano la sua costituzione innata e acquisita» (Ribot 1885, p. 78).
Nella macchinazione interiore di Hermil d’Annunzio cerca di proiettare questa pluralità di forme della coscienza. Il protagonista viene definito «multanime» (D’Annunzio 1988, p. 385), e, ancor più nello specifico, si nota che il «suo centro di gravità allora si trovava spostato e la sua personalità diventava un’altra» (ivi, p. 384). La specificità del concetto e le parole stesse adoperate non possono illudere sulla ripresa di paradigmi sondati sia dal Ribot de Les maladies de la personnalité (Ribot 1885) sia dall’Alfred Binet di Les altérations de la personalité del 1892 (cfr. Binet 2016), psicologo noto a d’Annunzio grazie anche alle letture e agli articoli citati di Conti, il quale riferiva, in particolare, dell’opera di Binet del 1886 La psychologie du raisonnement. Recherches expérimentales par l’hypnotisme (cfr. Zanetti 1996). D’Annunzio insiste su questi temi anche laddove poco dopo nel testo dell’Innocente indica una «sovraeccitazione inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della volontà» (D’Annunzio 1988, p. 386). Il paradigma della «multanimità», che torna più volte a definire Tullio Hermil, era già stata adoperato dallo scrittore anche per definire la natura psichica di Andrea Sperelli, laddove si legge di un’anima «camaleontica, mutabile, fluida, virtuale [che] si trasforma, si difforma, prendeva tutte le forme» (ivi, p. 104), a cui, parecchie pagine dopo, si aggiungono le caratteristiche di un io «chimerico, incoerente, inconsistente» (ivi, p. 290). Il termine «multanime» è poi ripreso anche nel Fuoco per definire la Foscarina (D’Annunzio 1989, p. 284). Caratteristiche molto simili ritornano anche nel protagonista del Trionfo della morte: «il suo cervello, ingombrato da un ammasso di osservazioni psicologiche personali e apprese da altri analisti, spesso confondeva e scomponeva ogni cosa, fuori e dentro» (D’Annunzio 1988, pp. 792-793). Anche in questo caso quello che è un paradigma proveniente dal mondo della psicologia sperimentale diventa strumento e dispositivo per approfondire il più ampio e inquieto tema letterario del doppio (cfr. Fusillo 1998).
Volontà e personalità
Si tratta ora di cogliere i funzionamenti psichici, tra volontà e personalità, prendendo le mosse da una strutturazione fisiologica. In tal senso Ribot afferma che «la volizione è uno stato di coscienza finale che risulta dalla coordinazione più o meno complessa di un gruppo di stati, coscienti, subcoscienti od incoscienti (puramente fisiologici), i quali tutti riuniti si manifestano con un’azione o con un arresto» (Ribot 1883, p. 171). Nell’Innocente leggiamo: «un semplice fenomeno fisiologico mutava completamente il mio stato di coscienza» (D’Annunzio 1988, pp. 435-436); e proprio in questa direzione troviamo più volte adoperato il termine di «intensione» (es. ivi, p. 579). Per quanto concerne, invece, l’arresto di cui parla Ribot, ecco nel Piacere l’insistenza sulla «potenza volitiva […] debolissima», che viene dunque soppiantata dalla «natura involontaria» (ivi, p. 37) e dal «complesso delle sensazioni involontarie» (ivi, p. 131). Il dettame di una volontà depotenziata, specie nelle prime prove narrative dannunziane, si confà appieno, ancora una volta, con le leggi del simbolico e con una percezione tutta rivolta alla perdita del principio di individuazione (centrale poi nell’esperienza metamorfica e mitica di Alcyone, sotto l’egida dionisiaca della parola nietzschiana). Anche in questo caso il discorso di Ribot trova chiarissimi riflessi nelle pagine dannunziane. Nelle Maladies de la personnalité lo psicologo scrive che: «la coordinazione degli innumerevoli atti nervosi della vita organica serve di base alla personalità fisica e psichica […], il suo principio di individuazione» (Ribot 1885, p. 160; sull’importanza di quest’opera per d’Annunzio cfr. Contarini 2021). D’Annunzio recepisce a fondo l’idea che un radicale disordine volitivo e della personalità mira alla direzione opposta, utile ad evolvere il tutto verso una maggiore e più efficace percezione simbolica, sino a raggiungere talvolta l’esperienza di una metempsicosi, di una «vita anteriore».
Sempre nelle Maladies de la mémoire si legge: «l’individuo appare a se stesso – o almeno agli altri – come avente una doppia vita. Illusione naturale, poiché l’io consciente (o pare consistere) nella possibilità di associare agli stati presenti degli stati che sono riconosciuti, cioè localizzati nel passato» (Ribot 1881, p. 82); il passo è segnato a margine nel volume presente nella Biblioteca del Vittoriale (Marinoni 2018, p. 37). Troviamo tematizzato il «sentimento dell’anteriorità di ciò che accadeva e stava per accadere» (D’Annunzio 1988, p. 1081, corsivo nel testo) anche nel Giovanni Episcopo, il cui protagonista, ha scritto Sandro Maxia, è in tutto e per tutto vittima di una «patologia nervosa» (Maxia 2012).
Un discorso simile, sempre a partire da Ribot, riguarda anche la stanchezza della volontà, del radicale depotenziamento delle scelte volontarie. D’Annunzio nell’Innocente parla anche di «abnegazione» (D’Annunzio 1988, p. 362), sino a definire per il protagonista uno stato di estrema debolezza, su cui non è indubbio abbiano influito anche le ricerche di Angelo Mosso edite nel volume La fatica, Treves 1891. Leggiamo poi nel Trionfo della morte: «Nella sua debolezza incurabile, in quell’abolizione assoluta della volontà attiva, egli s’indugiava talvolta intorno a simili sogni: invocava qualcuno, forte e imperioso, che lo scotesse con violenza, che lo rapisse, che lo trascinasse lontano, spazzando d’un tratto ogni legame, ultimamente, per sempre, e lo confinasse in un paese remotissimo, dov’egli non fosse conosciuto da alcuno e non conoscesse alcuno e dovesse ricominciare la sua vita o morire di men disperata morte» (D’Annunzio 1988, p. 941), parole affini alle precisazioni di Ribot a proposito della «dissoluzione della personalità» (Ribot 1885, p. 115) e alle «opposizioni che sorgono nella stessa persona, lo scindersi dell’io in due parti, come è dato riscontrare nei momenti lucidi della follia e del delirio» (Ivi, 122). Lucidissimo protocollo clinico adattabile anche a Tullio Hermil.
Un’ipersensibilità produce, dunque, un’alterazione degli stati percettivi, induce una degenerazione dei normali funzionamenti psichici e spezzetta l’io in una pluralità di forme e volti. Tra i dispositivi che certo possono aver avuto maggior peso nell’immaginario dannunziano troviamo, in questo senso, quello del déjà-vu, anch’esso al centro di molte discussioni psicologiche del tempo (cfr. Bodei 2006). Analisi che prendono il via nel 1893 con l’articolo Les paramnesies di André Lalande sulla «Revue Philosophique de la France et de l’Étranger», seguito da numerosi interventi di Louis Dugas che vanno nella direzione del concetto di «dépersonalisation». Ritroviamo il tema anche nello studio De l’intelligence di Taine e nella Psychologie des sentiments di Ribot. D’Annunzio coglie un aspetto peculiare di tale fenomeno psichico. Lo adopera per inscenare una metamorfosi del destino tra un presente degenerato e un passato tragico. Proprio nella Città morta, tragedia del 1896, l’esperienza anteriore rivissuta dai protagonisti è un esperienza extra-temporale, extra-sensoriale, che pare avere tutti i caratteri di una depersonalizzazione associata a un caotico e dionisiaco déjà-vu di vite anteriori.
Dunque più che la ricerca di una dimensione unitaria e totalizzante, impossibile da raggiungere, quello di d’Annunzio, alla luce dei dibattiti psicologici sin qui tratteggiati, è un processo di attenzione verso le singole fasce di una sensibilità acutizzata. Tale incremento di facoltà può avere una pluralità di origini. Anzitutto, ancora con Ribot, ma anche con Taine, da un punto di vista ereditario; scrive infatti d’Annunzio di «leggi inabolibili della natura; che impone a loro il diritto della specie» (D’Annunzio 1988, p. 373); nel Trionfo della morte: «l’imagine, come fermata in un’impronta incorruttibile, era rimasta nell’anima dell’erede, nel centro dell’anima […]. Giorgio Aurispa […] aveva […] un sentimento indefinibile come d’una cosa da lungo tempo conosciuta ed ammessa un po’ di confuso, la quale ora si chiarisse e dovesse compiersi» (ivi, pp. 773-774). E poi dall’alterazione dello stato di fatto del sistema nervoso. La malattia, in questo senso, diventa dispositivo efficacissimo di esasperazione della sensibilità (dispositivo che colpisce tanto i soggetti maschili quanto quelli femminili; pensiamo, ad esempio, alle «alterazioni» della personalità di Giuliana nell’Innocente; ivi, pp. 464, 477). Si tratta di sensibilità spesso accompagnate da «pensieri fissi» (Ivi, 476), da un «aculeo di un’idea fissa» (ivi, p. 502), insomma da quelle «idée fixe» che trovano ricco spazio nei manuali di patologia mentale di tardo Ottocento, come in quello specifico di Gustave René Laurent, L’idée fixe et son role en pathologie mentale del 1898 che a sua volta richiama a lungo le ricerche di Ribot. Questi nella Psichologie de l’Attention sostiene che le idee fisse producono «un significativo indebolimento della volontà, ovvero della capacità di reagire» (Ribot 1889, pp. 135-136). E proprio a partire da un solo pensiero, da un’idea fissa, per il Giorgio Aurispa del Trionfo della morte: «la […] vita interiore pareva disgregarsi, decomporsi, disciogliersi in una sorda fermentazione che invadeva pur gli strati più profondi, risollevandone alla superficie frammenti informi, di natura diversa, irriconoscibili, come se non appartenessero alla medesima vita ma vi fossero intrusi. […] un punto solo del suo cervello aveva una straordinaria lucidità e lo guidava per una linea rigida all’atto finale» (D’Annunzio 1988, p. 1015).
A proposito della sensibilità, in particolare somatica, è interessante questo dettaglio offerto nel Trionfo della morte: «si accorse che la radice de’ capelli gli era divenuta sensibile» (D’Annunzio 1988, p. 135). Ricordiamo che Lombroso sovente faceva rifermento all’incremento della sensibilità della radice dei capelli nei soggetti nevrastenici (nell’Uomo delinquente è persino possibile rintracciare una fisiologia del degenerativo attraverso colore e forma dei capelli). Ne dava anche amplissima testimonianza Plinio Schivardi nel Manuale teorico pratico di Elettroterapia, Milano, Vallardi, 1864.
Degenerazione
Qualcosa di molto interessante dicono le pagine dell’Innocente dedicate alla malattia degenerativa che colpisce Filippo Arborio, l’alter ego del protagonista. Secondo Mario Giannantoni (Giannantoni 1929) si tratta della «paralisi labioglosso faringea di Duchenne» (d’Annunzio, facendo nel testo allusione a un «trattato di patologia speciale medica», riprende, in riferimento all’incurabilità della malattia, una citazione precisa: «La prognosi della paralisi bulbare progressiva è sfavorevole» – D’Annunzio 1988, 190) la quale consiste, sempre con Giannantoni, in «processi acuti o cronici involgenti i nuclei bulbari, o in processi neuritici dei nervi bulbari con consecutiva paralisi dei muscoli da essi innervati» (Giannantoni 1929, p. 159). D’Annunzio specifica due degli effetti che possono colpire maggiormente (con sadica positività) Filippo: l’«afasia» e l’«agrafia» (D’Annunzio 1988, p. 188). Le ricerche di Duchenne furono, nel mondo neurologico, determinanti. A confermare la fonte, per la definizione della malattia e della relativa diagnosi, c’è un riferimento, poche righe successive, alla cura elettrica. Duchenne fu difatti uno dei pionieri della scienza elettrofisiologica muscolare. Non è da escludere che i tramiti per tali conoscenze siano stati Lombroso e il suo «Archivio di Psichiatria, antropologia criminale» (ma pur non avendo potuto verificare direttamente, non escluderei anche la mediazione di Angelo Mosso che cita espressamente i lavori di Duchenne, in anni successivi, nel volume sulla Paura, Milano, Treves, 1884).
A proposito di Duchenne c’è un’altra particolarità che suggerisce accostamenti. Nell’Innocente, più volte, d’Annunzio specifica la natura del «sorriso» di Giuliana, «sfiduciato», «malinconico», «quasi impercettibile», «incerto», «confuso», ecc. e non è da escludere che l’autore, anche più genericamente per la fenomenologia delle emozioni, abbia tenuto conto dei dettagliati risultati proposti da Duchenne in Mécanisme de la Physionomie humaile del 1862 (Duchenne 1862) ove lo studioso si sofferma sugli effetti del sorriso.
Memoria organica
A proposito di Tullio Hermil leggiamo di una «ipertrofia di alcuni centri cerebrali» (D’Annunzio 1988, p. 503), e di una «anemia cerebrale» (Ivi, 575), fenomeno, quest’ultimo, studiato nel dettaglio da Hermann Eichhorts nel Trattato di patologia e terapia speciale del 1889, volume adoperato in molte facoltà mediche dell’epoca. In tutto ciò resta costante l’idea di un’organicità di base dei fenomeni psichici. Nell’Innocente d’Annunzio scrive chiaramente di una «memoria organica delle sensazioni» (ivi, p. 382), e di vari tipi di «mémoire organique» discute Ribot nelle Maladies de la memoire (il volume, nell’edizione Paris, Alcan, 1898, è presente nella biblioteca del Vittoriale, e alla pagina 9, ove proprio si legge di questa peculiare forma di memoria, è collocato un cartiglio con la scritta «p. 9»), nonché di «mémoire affective» nella Psychologie des sentiments; ed è questo un dato di fatto, essenziale, costante nelle morfologie del percettivo e del simbolico della scrittura dannunziana. L’elemento proveniente dal mondo della psicologia sperimentale (ancora Ribot al centro) serve a strutturare un’idea precisa dell’appercezione simbolica, della contemplazione, del trasognamento. Che si tratti di vista, udito, tatto, poco importa (abbiamo già notato che anche il fenomeno dell’allucinazione colpisce la variabilità dei sensi); il dato percettivo, nella sua specifica grammatica dei sensi (Lorenzini 1989; Oliva 1992), è la base di ogni determinazione iper-semantica, e quindi simbolica. Il principio del senso alterato, allucinato, deviato, come sarà ad esempio l’occhio notturno del commentario delle tenebre è ciò che consente di esperire in maniera prima plastica e poi allucinata le più ardite sinestesie della materia, delle forme, del reale.
Chiarissimo, in tal senso, un paragrafo del Trionfo della morte sull’«organismo» del protagonista: «Giorgio Aurispa si distingueva per uno sviluppo di sensibilità straordinario. Le fibre sensitive destinate a condurre verso il centro degli stimoli esterni avendo acquisito una eccitabilità che avanzava di gran lunga quella normale […] avveniva che per eccesso si cangiassero quasi sempre in sensazioni dolorose anche le sensazioni più comunemente piacevoli» (D’Annunzio 1988, p. 789).
Discutendo di memoria organica si va anche nella direzione della memoria conservata nei sensi, nei sistemi corporei. Un’afferenza al concetto di sensibilità che può aver risentito, oltre che a quelle di Ribot, anche delle indagini sulla sensibilità, sovente unite a specifiche direzioni estetiche, del Leon Dumont di La theorie de la sensibilité del 1876.
Facoltà dell’attenzione
Se da un lato dunque sono le allucinazioni e la specifica sensibilità del corpo e della memoria organica a permettere lo sviluppo e il conformarsi di precisi stilemi del simbolico, dall’altro lato troviamo la facoltà dell’attenzione alla quale Ribot dedica un intero studio nel 1889, proprio l’anno di pubblicazione del Piacere. Gli esempi dannunziani si possono moltiplicare, sia dal punto di vista teorico sia nella prassi del dispositivo. Due campioni dall’Innocente: «Guardavo intorno a me di continuo, con un’attenzione insolita, per riaffermare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti rapporti, per rendermi conto di ciò che era mutato, di ciò che era scomparso» (Ivi, 407); e, sempre a proposito di Tullio Hermil, ecco una definizione in negativo che esplicita anche i campi di azione della facoltà stessa: «Ricordo che per qualche tempo ebbi di ciò che avveniva una conscienza quasi direi intermittente, come per una successione di brevi eclissi. Era, credo, un fenomeno simile in parte a quello prodotto dall’indebolimento dell’attenzione volontaria in certi infermi. Smarrivo la facoltà dell’attenzione: non vedevo, non udivo, non afferravo più il senso delle parole, non comprendevo più. Poi, dopo un poco, ricuperavo quella facoltà, esaminavo d’intorno a me le cose e le persone, ridiventato attento e consciente» (ivi, p. 496).
La diagnosi pare in sintonia con quanto scritto da Ribot: «L’attenzione dipende da stati affettivi, gli stati affettivi si riducono a delle tendenze, le tendenze stanno nel fondo dei movimenti (o arresti di movimenti) coscienti o incoscienti. L’attenzione, spontanea o involontaria, è dunque legata a delle condizioni motrici della sua stessa origine» (Ribot 1889, p. 164). Pagine da leggersi con profitto accanto al terzo capitolo delle Maladies de la volonté, sull’indebolimento dell’attenzione volontaria. Nella biblioteca dannunziana è presente l’edizione italiana del volume di Ribot (Le malattie della volontà) in cui si trovano significativi segni di lettura proprio nel suddetto capitolo; l’edizione è del 1904 (Milano, Treves) ed evidentemente i segni vanno giustificati, partendo dall’Innocente, come un ritorno dello scrittore su interessi mai sopiti. Però è ancora da venire la pubblicazione sul «Corriere della Sera» di una Favilla del maglio (nella serie dei Memoranda) che poi prenderà, nel 1924, nel primo volume delle Faville edito da Treves, il titolo Dell’attenzione (cfr. D’Annunzio 2026).
Ed è con questo testo che dobbiamo ripensare lucide e argomentate dichiarazioni meta-letterarie che fanno reagire numerosi elementi mescidati nelle alchimie simboliche. Se la Favilla si apre con una citazione (ripresa dal Tommaseo-Bellini) del concetto di trasognamento a partire da Guittone d’Arezzo, ecco il poeta muoversi tra le teorie estetiche proto-romantiche e simbolistiche, da Novalis, Rimbaud, Poe e Mallarmé (cfr. Raimondi 1980), sino a chiamare all’appello i motivi teorico-scientifici ribotiani sulla facoltà. Scrive d’Annunzio con lucidità: «Di tutte le mie facoltà quella che più assiduamente stimolo e aguzzo è l’attenzione. Ogni anno il solco che m’ho tra i sopraccigli diventa più fiero. “Tutte le cose son piene d’iddii” diceva l’Elleno. Egli voleva dire che tutte le cose sono piene di segni, tutte sono significative di verità, di passioni, di eventi» (D’Annunzio 2026, p. 78).
Il teatro dei nervi: l’isterismo femminile
Sia che si tratti di giovani e seducenti femmes fatales o di vecchie adombrate in antri oscuri di case decrepite in rovina quasi tutte le protagoniste dannunziane vivono, in profondità, la «vita patologica» di cui parlava Marie François Xavier Bichat nelle Recherches physiologiques sur la vie et la mort (Bichat 1852). Sono spesso soggetti «dementi», o comunque portatrici di perversioni, follie, degenerazioni. A interessare il rapporto tra la pagina letteraria e il mondo della psicologia sperimentale, dalla parte del femminile, sono anzitutto gestualità e liturgia della follia che hanno modelli fecondi nell’impressionante Iconographie photographique de la salpêtrière di Charcot (edita tra il 1877 e il 1880 per opera di Désiré Magloire Bourneville e di Paul Regnard, inizialmente sulla rivista «Progrés Médical»; cfr. http://jubilotheque.upmc.fr/. Nel 1888 fece seguito la pubblicazione di una seconda serie dell’Iconographie, titolata Nouvelle Iconographie Photographique de la Salpêtrière, curata da Charcot stesso e pubblicata da Gilles de la Tourette, Paul Richer e Albert Londe), ripensando nello specifico le «suggestions» della «catalepsie» tipiche del movimento sonnambolico e ipnotico. Va ricordato, a latere, che l’opera di Charcot, anche per il suo grande potere figurale, grazie all’apporto dell’iconografia fotografica (cfr. Didi-Huberman 2008; Violi 2004), sia in Francia sia in Italia ebbe un successo che trascende gli specifici esiti scientifici (cfr. Cavalli Pasini 1982; Comoy Fusaro 2007; Curreri 2008; Marinoni 2018).
Si prenda come esempio il Sogno d’un mattino di primavera: la protagonista, Isabella, vive una vera e propria degenerazione. A sostegno della validità scientifica del processo patologico inscenato dallo scrittore, si mosse a suo tempo uno psicologo italiano dell’epoca, Scipio Sighele, il quale, a proposito della rappresentazione dei sintomi della demenza, ha scritto che «è scientificamente corretto il far dipendere la malattia mentale della protagonista dalla causa atroce e tristissima che aveva gettato la sua anima dall’apogeo della felicità nell’abisso del dolore e del terrore» (Sighele 1906, p. 25). La follia, nel dramma, è originata da una pluralità di fattori, in parte esterni, in parte legati a un eccesso di moto interiore, in cui le passioni non sono più governabili a causa di un evento irrimediabile. Anche lo psichiatra e antropologo Enrico Morselli, nei suoi lavori sulla psicologia del femminile, metteva l’accento sul fatto che nelle donne il matrimonio e, più in generale, certi tipi di rapporto interpersonale col sesso maschile favoriscono e incrementano la predisposizione alla malattia mentale. Tutti temi già dibattuti in particolare da Jacques-Joseph Moreau de Tours che, nelle Études psychique sur la folie, indica la follia come lo «stato prodotto dalla sospensione o dall’annientamento dell’io umano».
Fra il settembre e l’ottobre del 1908 d’Annunzio ha modo di vergare una serie di appunti della follia: il Solus ad solam. Una specie di diario segreto, il Solus non è una semplice cronaca della follia dell’amante dell’epoca, Giuseppina Mancini, ma un approfondimento basato sull’ordine lirico della percezione della memoria: dalla teatralizzazione dunque alla liricizzazione. iL diario è uno dei nuclei genetici del Forse che sì forse che no. Nel Solus lo squilibrio psicologico che colpisce la donna è causato dalla scoperta da parte del marito del suo tradimento con d’Annunzio. Ma il teatro della malattia non pone in scena solo la demente. Ecco quindi d’Annunzio stesso POrsi al centro del processo di guarigione, quasi fosse in possesso di facoltà sovrasensibili, capace di azioni salvifiche: «Speravo che la mia volontà divenisse magnetica e ti vincesse. Sentivo la forza di rimanere immobile per tutta la notte a sostenerti e a vegliarti. Nessun vóto mai – te lo giuro – fu più ardente di quel vóto pel tuo sonno» (D’Annunzio 2005, p. 2574). D’Annunzio chiama in causa il processo magnetico: il mesmerismo (fenomeno che ritroviamo in moltissimi altri spazi della narrativa dannunziana, in particolare nell’Innocente). Anche se fra Mesmer e Charcot trascorre circa un secolo, a quest’altezza cronologica, le idee del magnetismo non sono affatto morte, anzi afferma Evelyne Pewzner che «tra il 1784 e il 1882, la pratica del magnetismo, in una forma o nell’altra, non si è mai interrotta» (Pewzner-Apeloig-Braunstein 2001, p. 123).
Dissociazioni femminili
Dal punto di vista dei soggetti femminili, troviamo nell’opera dannunziana tre tipologie di «dissociazione interna del personaggio»: una duplicazione materiale (il caso del Piacere ove il soggetto femminile totalizzante è costituito e distribuito fra due donne); la separazione (cfr. Roda 1984) fra donna-self e donna-non self (nell’Innocente nel Trionfo della morte, nel Fuoco e nella Leda senza cigno le protagoniste sono oggetto di ricostituzione da parte del soggetto maschile – non self – che deve competere con la loro natura psicologica – self); una triplicazione materiale congrua alle scelte di un super-soggetto costruito su interpretazione del credo nietzschiano (le tre sorelle delle Vergini delle rocce) e infine una duplicità interiore non determinata direttamente dal soggetto, ma causata dalla pazzia, che chiamiamo duplicazione condizionata (la follia di Isabella nel Forse che sì forse che no e quella reale di Giuseppina Mancini del Solus). Il caso estremo è rappresentato dalla protagonista del Trionfo della morte, la nemica per antonomasia, che in realtà è tale solo nello sguardo dell’amante affetto (così già nel progetto dell’Invincibile) da «mania suicida ereditaria»; oltre che, per usare il lessico dell’epoca, da una vera e propria patologia della volontà. Di fatto è la debolezza fisica maschile a conferire vigore iperbolico alla potenza femminile. Così follia, demenza, malattia mentale delle donne costituiscono il significato di una metamorfosi, di una trasfigurazione, di una metamorfizzazione, di un processo epifanico tale per cui le donne sono dipendenti dal mondo dell’ignoto, alle soglie dell’inconoscibile e della totalità.
Alcuni tratti peculiari della teatralità «nevrosica» colpiscono a fondo l’Ippolita Sanzio del Trionfo della morte: «ella parlava piano, interrompendosi, guardando con occhi fissi e un poco dilatati il fuoco splendido che pareva quasi magnetizzarla , darle come un principio di torpore ipnotico» ed è spesso vittima di «sincopi» e di «spasmi dell’isteralgia» (D’Annunzio 1988, p. 811) (dal Trattato dei parti e delle malattie delle donne e dei bambini, del 1841, tradotto in Italia da Giuseppe Levi: si tratta di un «dolore uterino proveniente da spasimo»; nulla di nuovo dal corpo della «Nemica»), dato che la «sua sensibilità è variabile, poiché ella è isterica; e il suo isterismo ha raggiunto, in altri tempi, il sommo dell’acuzie» (D’Annunzio 1988, p. 806). E, sempre da Ribot, letto con Lombroso, ecco che in «tutte le donne», e quindi anche in Ippolita, «è singolarmente viva una specie di memoria fisica, la memoria delle sensazioni» (ivi, p. 809).
Bibliografia
Bibliografia primaria
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Gabriele d’Annunzio, Lettere ai Treves, a cura di Gianni Olvia, con la collaborazione di Katia Berardi, Barbara Di Serio, Milano, Garzanti, 1999.
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