di Patrizia Paradisi, Enciclopedia dannunziana
Luxardo è il nome della ditta legata a una delle invenzioni pubblicitarie di più lunga durata create da d’Annunzio, il nome del cherry brandy «Sangue Morlacco», ancora oggi in commercio con la riproduzione dell’autografo del poeta sull’etichetta frontale («il liquore cupo che alla mensa di Fiume chiamavo “Sangue Morlacco”»). Nel 2023, per l’inaugurazione del Museo d’impresa a Torreglia (sede dell’azienda ai piedi dei Colli Euganei, fin dal 1947), in occasione del bicentenario della distilleria, l’attuale presidente, Piero Luxardo, già docente di letteratura italiana all’Università di Padova, così sintetizzava la vicenda in un’intervista al «Corriere del Veneto»:
Una sera, la cosa è documentata anche fotograficamente, mio nonno e d’Annunzio sono a cena in una trattoria di Fiume (siamo nel 1920) quando arriva un pacco di giornali. Tra questi, un quotidiano inglese attacca duramente d’Annunzio, apostrofandolo come “vampiro che succhia il sangue dei poveri morlacchi” (la popolazione autoctona). D’Annunzio alza scandalizzato il bicchiere nel quale stava bevendo il cherry brandy Luxardo: è questo l’unico sangue morlacco che bevo, proclama. E tu, dice rivolgendosi a mio nonno, questo cherry brandy da oggi lo chiamerai così. Quindi commissionò ad Adolfo De Carolis, il suo xilografo, la matrice della nuova etichetta. Era nato il Sangue Morlacco. (Codogno 2023)
Fin dalle origini i prodotti iconici della Luxardo sono due, il maraschino (un distillato, perfettamente trasparente, dalla tipica bottiglia impagliata), e il cherry brandy (un infuso dal colore rosso cupo), che diventerà il «Sangue Morlacco». Entrambi ebbero riflessi sia nella biografia che nell’opera di d’Annunzio.

Fig. 1. Etichetta del liquore Sangue Morlacco con la definizione manoscritta di Gabriele d’Annunzio: «il liquore cupo che alla mensa di Fiume chiamavo “Sangue Morlacco”».
D’Annunzio e il maraschino di Zara
Zara e la sua specialità più famosa nell’Ottocento, il maraschino prodotto dalla distilleria Luxardo, è nell’immaginario dannunziano già all’epoca degli esordi giornalistici a Roma, e lo segue fino agli anni del Vittoriale. In mezzo si colloca il momento determinante dell’associazione tra il nome del Comandante e quello dell’azienda, durante la Reggenza di Fiume, per il «Sangue Morlacco».
La ditta, fondata nel 1821 a Zara (nell’attuale Croazia) dal genovese Girolamo Luxardo, utilizzava le marasche (varietà acidula della ciliegia) che crescevano abbondanti lungo la costa dalmata, per produrre industrialmente sia il maraschino che il cherry brandy. Nell’Ottocento i prodotti della Luxardo si diffusero anche oltre i confini dell’impero austro-ungarico e dell’Europa, conquistando i mercati internazionali. Nel frattempo il maraschino aveva già avuto più di una citazione nel Dizionario della lingua italiana di Tommaseo-Bellini (1861-1874), in diverse voci stilate dallo stesso Niccolò Tommaseo, lo scrittore dalmata sempre molto sensibile ai temi della sua terra d’origine. In questi lemmi, con la modalità sua propria di trascendere a commenti e osservazioni personali (poco consoni al genere del ‘Dizionario’, ma che ne costituiscono la sua caratteristica peculiare), non mancò di esaltare le qualità del liquore prodotto dalla ditta concorrente Salghetti-Drioli, accennando polemicamente (pur senza nominarla) alla rivale Luxardo:
- maraschino: Agg. da amarasca, che nel Veneto dicesi marasca […]. Rosolio maraschino,perchè estratto dalle amarasche. E come sost. Il maraschino di Zara, pregiato nelle cinque parti del mondo.
- rosolio: Liquore che nello spirito di vino più o men puro, secondo i paesi e l’arte del farlo, ha varii ingredienti, i quali gli dànno dolcezza con forza, e grazia di sapore e d’odore. In Toscana è bevuta ai più grossolana e triviale; altrove è de’ liquori più eletti e pregiati. Il rosolio maraschino di Zara, quello proprio della fabbrica Salghetti Drioli, falsificato da troppi, sicuramente lo distinguono i palati inglesi e gli americani; e ha fama in tutte le parti del mondo meritata. Dicesi Rosolio maraschinodallo sciroppo delle amarasche.
- rinomanza: non pure d’una persona, d’una scuola, d’un libro; ma d’una fabbrica. Quella del rosolio Maraschino, che ha nome da Francesco Salghetti Drioli di Zara, pittore altresì rinomato, è rinomanza meritata da un secolo di squisita industria e di probità, insidiata da falsificatori adulteranti, tuttavia grande in Europa e in America.
- ratafià [voce redatta da Francesco Selmi, lo scienziato modenese che si occupava dei lemmi relativi alla chimica]: «Voce dell’uso corrente. Specie di rosolio, che si fa con ciliegie e con altre sostanze aromatiche, toniche, amare, e che si usa talvolta come blando medicamento, e per lo più come liquore gradevole.
Come noto, il Tommaseo-Bellini fu uno strumento lessicografico fondamentale per l’ispirazione di d’Annunzio, e non è escluso che, scrivendo del maraschino in un paio di luoghi abbastanza significativi della sua opera, lo scrittore non si sia ricordato di quelle voci.
Pregustando la ‘crociera’ che nell’agosto-settembre 1887 lo avrebbe portato da Pescara per la prima volta a Venezia sul cutter “Lady Clara” di Adolfo De Bosis, d’Annunzio pubblica sulla «Tribuna» dell’11 agosto, a firma Il Duca Minimo, un articolo che racconta Il progetto del viaggio: una navigazione che, dopo Venezia, sarebbe giunta a Trieste e si sarebbe spinta lungo le coste della Dalmazia, con soste «ad ogni stazione balneare». Nel ritmo incalzante della sequenza descrittiva dell’itinerario, «da Trieste a Zara, a Sebenico, a Ragusa e nell’arcipelago dalmata, di rada in rada, di porto in porto, di canale in canale, d’isola in isola, fino a Cattaro», si intravvede già la «particolare coloritura di collezione esaustiva e di appropriazione compulsiva dello spazio» (Zava 2015, p. 179), tipico dell’atteggiamento volitivo di conquista e di affermazione fisica che sarà proprio del Comandante a Fiume. Zara viene menzionata ai compagni di viaggio «con una così calda parola» dal «padrone del “Don Juan”» (nome dell’imbarcazione nell’articolo), «che a poco a poco tutti ne fummo accesi». È così dunque che Zara fa la sua prima comparsa nell’opera dannunziana, subito associata al suo prodotto principale:
Il padrone del “Don Juan” seguitò a enumerare le gioie della navigazione litoranea, con una così calda parola che a poco a poco tutti ne fummo accesi. Zara appariva tutta rosea nel mattino, odorante di maraschin selvaggio (d’Annunzio 1996, p. 924).
L’espressione maraschin selvaggio ricorda il noto verso di Poliziano: «Ben venga maggio / e ’l gonfalon selvaggio», assai caro a d’Annunzio (il ‘gonfalone’ era il ramo fiorito, detto maggio o maio, che nella tradizione popolare del Rinascimento veniva alzato e portato in giro il 1° maggio da giovani e innamorati, come simbolo dell’amore e della primavera). La locuzione potrebbe essere stata suggerita da una associazione olfattiva tra il liquore e il ramo fiorito, o forse più semplicemente dall’analoga forma trisillabica dei due sostantivi apocopati, a cui bene si lega l’epiteto.
Quasi quarant’anni dopo, allo scrittore ormai recluso al Vittoriale risovvengono le marasche della Dalmazia connesse a un ricordo dell’adolescenza in Toscana, narrato nel paragrafo La sera affannosa del Secondo amante di Lucrezia Buti:
Avrei voluto incontrare l’ombra di Nicolò Tommaseo, e accompagnarmi con quel vecchio cieco scarno che sempre m’era piaciuto pe’ suoi crucci ond’era aspro perfino il suo lèssico. Ma temevo d’esser soprappreso dal cruscante. […] A quando a quando il trasognamento si colorava d’allucinazione. […] Ma il Dalmata di Sebenico mi portava le uve di Dalmazia, nell’ombra purpurea della mia vela avita. Socchiudevo gli occhi. […]
E mi travagliavo col brigantino del mio avo paterno, mi travagliavo alla foce della mia mia Pescara […].
Mi travagliavo nella porpora ardentissima della randa affocata dai fuochi del tramonto; e, nato e rinato nello splendore d’una vela di porpora, novamente ambivo di chiamarmi Il Porfirogenito. E avevo anche nella stiva un carico porporino: un carico di marasche.
Approdavo col carico aspro e amariccio; e scorgevo tra i cortaldi d’ormeggio, sotto il bastione, il mucchio bruno e dolcigno delle carrube. Una brancata di marasche e tre carrube, e la melodia delle zampogne all’alba, e nulla più, o mia anima! […] Era già sera. […]
Mi misi a correre giù pel lungarno delle Grazie; voltai per la Via de’ Benci; mi rifugiai sotto la tettoia delle Colonnine, tremando a ogni sguardo indagatore. Entrai nella bottega del caffè.
Chiesi acqua e maraschino, acqua diaccia e maraschino di Zara che è limpido come acqua di fonte della Verna. «Non ne abbiamo.» Il tavoleggiante mi portò un gran bicchiere appannato e grondante di gelo, e un bicchierino tristo d’un rosolio giallognolo della Certosa. (d’Annunzio 2005, pp. 1328-1331; d’Annunzio 2013).
La sera affannosa si trova nella sezione delle Sette imputazioni (dove è l’ultimo paragrafo della V ‘imputazione’, L’ansia dei ricordi e dei presagi), ovvero colpe con relative punizioni attribuite dai maestri a Gabriele quand’era convittore al «Cicognini» di Prato (1876-1881). Lo scrittore in realtà vuole accreditare l’immagine del mirabilis puer predestinato a grandi gesta e a effondere il proprio genio fin dagli anni liceali. Dal collegio ogni tanto il ragazzo andava a Firenze. In questo episodio la scena si svolge nella città, nella zona lungo l’Arno presso il Ponte alle Grazie, che l’adolescente prediligeva (il secondo paragrafo, La gloria della lingua, inizia con: «O Ponte alle Grazie, […] quanto mi piacevi!»; nel quarto paragrafo, Il basilico e i triboli: «veramente il Ponte alle Grazie m’era omai una specie di valico simbolico per la vita intera»). In Lungarno alle Grazie aveva abitato il dalmata Niccolò Tommaseo, morto nel 1874, due anni prima dell’arrivo di Gabriele in Toscana. In questo sesto e ultimo paragrafo della V imputazione, dopo vari risovvenimenti dell’infanzia abruzzese destati da immagini viste durante la giornata fiorentina, il giovane protagonista, proprio prima del lacerto riportato, dichiara: «Camminavo in non so che via segreta del mio destino. Sine macula. Avrei voluto accompagnare l’ombra di Niccolò Tommaseo [ecc.]». Per continui trapassi e associazioni d’idee non esplicitate, il Lungarno insomma ha suscitato dapprima il fantasma di Tommaseo, a cui si legano la Dalmazia, i viaggi di commercio navale della famiglia con quelle zone, e quindi l’evocazione dell’impero bizantino, da cui deriva l’auto-appellativo Il Porfirogenito, ovvero “nato nella porpora” (titolo onorifico dei figli degli imperatori bizantini). La porpora diventa quindi il Leimotiv del passo, fino al carico porporino di marasche. Potrebbe essere messa in dubbio la conoscenza così sicura del maraschino di Zara da parte del collegiale; di certo il d’Annunzio che scrive Il secondo amante di Lucrezia Buti, elaborato in un intenso trimestre di scrittura tra maggio e luglio del 1924 (unico testo autobiografico – in senso proprio – sulla propria adolescenza, inteso ad avallare una sorta di paradigma indiziario della precoce eccezionalità d’uomo e di artista), è ben memore della vicenda con Luxardo a Fiume di qualche anno prima, e si compiace di collocarne una inconsapevole scaturigine nei lontani anni della giovinezza. Si conferma ancora una volta la modalità di composizione del Secondo amante che «autorizza a ipotizzare una matrice immaginaria dell’episodio o comunque una sua posticcia e posteriore elaborazione ‘imaginifica’», magari proprio sulla base delle voci del Tommaseo-Bellini viste sopra, considerato l’«alternarsi ed incastrarsi e completarsi di fonti di tutti i generi (lessicografiche [ecc.])» in questa «confessione/invenzione di memorie della propria vita» (in cui appunto il Tommaseo-Bellini è magna pars), «nell’intento di vivere riscrivendo o di rivivere scrivendo» (Cappello 2006, pp. 248-249, 257-258).
Fiume 1919-1920, il battesimo del «Sangue morlacco» e la coniazione del motto latino
L’episodio, avvenuto durante la Reggenza fiumana, che portò il Comandante d’Annunzio a ‘battezzare’ il cherry brandy dei Luxardo col nome di Sangue di Morlacco è piuttosto noto, grazie ai racconti di chi partecipò ai banchetti durante i quali veniva servito il liquore così denominato. Associato nei decenni successivi anche alle drammatiche vicende dei Luxardo nel secondo dopoguerra, l’episodio ebbe vasta eco, non solo nelle biografie dannunziane, ma anche nella storia della ditta, che la famiglia continua a coltivare con tenacia fino a oggi. Pietro, della quarta generazione dei Luxardo, era stato con i legionari fiumani occupandosi di logistica e di comunicazione, e come segno di benemerenza ricevette poi il diploma di conferimento della medaglia commemorativa della marcia di Ronchi (Luxardo 2017, p.135; Luxardo 2021, p. 23). Sull’attestato, in alto, all’interno della chioma di un albero stilizzato, si trova lo stemma della Reggenza del Carnaro (il simbolo dell’oroboro con le stelle e il motto Quis contra nos?, «chi contro di noi?»), viene poi l’intestazione reggenza italiana / del carnaro / comando dell’esercito liberatore, e, in un riquadro sottostante, il testo del diploma: «La medaglia commemorativa della marcia di Ronchi è concessa al legionario Pietro Luxardo che ha ben servito la causa e ben meritato della patria». Tra le date mcmxix – mcmxx, in chiusura, prima della firma del Comandante, i due motti latini vt vehementivs ardeat / vt tvtivs vincat («perché arda più intensamente / perché vinca con maggiore sicurezza»). Entrambi sono prelevati dal Teatro d’imprese di Giovanni Ferro (1623): il primo era applicato a “un carbone che si comincia a riaccendere”, il secondo all’“icneumone”, ovvero la mangusta egiziana che “ha mortal guerra col cocodrillo” e “passando per l’aperta bocca nel di lui ventre […] viene a dargli morte […] vincendo vittorioso e trionfante”, e per d’Annunzio rappresentano efficacemente le modalità di azione dei legionari stessi (Maiolini, Paradisi 2022, pp. 75, 80).

Fig. 2. Torreglia (Padova), Museo Luxardo. Sezione dedicata a Pietro Luxardo e Gabriele d’Annunzio a Fiume, con documenti originali.

Fig. 3. Diploma di conferimento della medaglia commemorativa della marcia di Ronchi a Pietro Luxardo.
Nel Museo Luxardo inaugurato nel 2021 a Torreglia nei Colli Euganei, dove la distilleria rinacque nel 1947, una intera sezione è dedicata a questo rapporto con d’Annunzio: vi è esposto anche il diploma.
Tali diverse, ma convergenti testimonianze d’epoca, meritano dunque di essere ripercorse. Iniziamo da quelle private del poeta, rapidi flash appuntati nel Taccuino CXXXVII:
Sera del 18 dec. [1919]
Il pranzo all’Ornitorinco. I canti degli ufficiali nella sala terrena. […] La sensualità dell’adunata. Il sangue di marasca nei bicchieri. […] L’ardore. L’ebrezza del canto.
22 febbraio 1920
Il ritorno alla caserma. La colazione. La carne nei piatti. Il prosciutto troppo fresco. Carne rossa. Pasto di belve. Il sangue di Morlacco (d’Annunzio 1965, pp. 1175-1176).
Nel primo lacerto, la metafora «Il sangue di marasca» suggerita dal contesto militare, documenta una fase intermedia verso il «sangue di morlacco» (che non era ancora stato coniato). Nel secondo lacerto, quando il nuovo nome era già stato imposto, la sequenza impressionistica punta sull’evidenziazione del colore rosso con una serie di elementi in climax che lo suggeriscono via via, «la carne, il prosciutto…, carne rossa, pasto di belve», per portare alla pointe finale del sangue di Morlacco. Anche in questi minimi tratti degli appunti estemporanei dei Taccuini, «è un d’Annunzio che naviga sotto fogge immaginose in una surrealtà-iperrealtà dove, accanto ai risvolti del narcisismo compiaciuto e del gusto dell’avventura, una allucinata antiveggenza gli consente di cogliere gli istinti in ebollizione» (Ulivi 1988, p. 300).
Passiamo in rassegna ora le testimonianze degli altri, soprattutto i legionari Leone Kochnitzky e Giovanni Comisso; ma anche nelle biografie di Italo Rossignoli e Arturo Toscanini è menzionato il «Sangue morlacco».
La narrazione più completa è quella di Leone Kochnitzky (1892-1965), poeta e musicista belga di origine russo-polacca, poliglotta, che a Fiume fu uno dei più vicini collaboratori del Comandante, con l’incarico di costituire l’Ufficio delle relazioni esterne (Serra 2019, p. 481), e quindi di esaminare la stampa straniera al suo posto (Hughes-Hallett 2014, p. 460). Ha lasciato il ricordo di quel periodo in un libro-culto, Le bal des ardents ou Les centaures de Fiume, tradotto in italiano nel 1922 col titolo La quinta stagione o i Centauri di Fiume:
Un giorno Toeplitz fa la scoperta d’una vecchia trattoria fiumana, il «Cervo d’Oro». […] ci facciamo riservare una stanzetta al primo piano. Il Comandante viene a desinarci con sei o sette compagni […]. L’ambiente lo diverte; ci torna. Tappezziamo la stanza con qualche metro di cotonina rossa […]. I desinari del «Cervo d’Oro» assurgono alla dignità d’un’istituzione. […] un bel giorno il Comandante sbattezza il «Cervo d’Oro», che ormai sarà l’«Ornitorinco».
All’«Ornitorinco» il «Sangue di Morlacco» riceve la sua denominazione. Innocuo Sherry Brandy, discretamente appiccicoso, estremamente discutibile, sotto nessun aspetto il liquore si merita tanto nome; senonché un giorno un quotidiano britannico rese di pubblica ragione come D’Annunzio fosse «un tiranno barbaro che succhiava il sangue dei Morlacchi». La trovata ci tenne allegri e il Comandante impose il nuovo nome al falso Sherry Brandy. Nulla, dunque, più simpatico, più semplice dei desinari all’«Ornitorinco»: pochi amici di piacevole compagnia riuniti intorno al Comandante (Kochnitzky 1922, pp. 119-120; vd. anche Guerri 2019, pp. 150-151).
Il “liquore cupo” della Luxardo insomma era l’unico sangue dei Morlacchi – la fiera popolazione dell’entroterra dalmata – che d’Annunzio davvero beveva, con disinvoltura irridente nei confronti della pretestuosa polemica innescata dal giornale inglese (Luxardo 2021, p. 22). Si attua dunque una specie di contro-metafora: il ‘sangue’ preferito (potior, vd. sotto) dal Comandante non è sangue umano, ma il purpureo liquore di marasche tipico della zona. Nell’autunno del 1919 d’Annunzio decise di realizzare anche l’etichetta per il «Sangue di Morlacco».

Fig. 4. Etichetta Sangue di Morlacco.
Accanto all’incisione creata per la città di Fiume, col motto dantesco «Cosa fatta capo ha» sulla selva dei pugnali nelle mani degli arditi, realizzata da de Carolis (Maiolini, Paradisi 2022, pp. 146, 189, 333 tav. 29), si trovano il nuovo nome del liquore, sangve di morlacco, e il motto latino appositamente inventato, “pvrpvreo sangvine potior”, «meglio del sangue purpureo», che è l’ironica risposta all’attacco contro d’Annunzio da parte del giornale inglese. Il motto intarsia comunque un sintagma classico, purpureo sanguine, dai Tristia di Ovidio (IV, 2, 6). La dicitura «Vendemmia del 1919» inserisce un ulteriore riferimento a un altro simbolo, quello del vino come ‘sangue’ (sulla base della comune caratteristica del colore rosso purpureo), dietro al quale si avverte l’eco evangelica del sangue di Cristo trasformato in vino nell’Eucarestia, offerto ai discepoli nell’ultima cena (col solito gusto di d’Annunzio, ai limiti del blasfemo, di appropriarsi di simboli e immagini religiose del cristianesimo). Già nella Bibbia il vino viene descritto come «sangue di uva» (Gen. 49, 11; Sir. 39, 26), mentre nella grecità pagana la metafora viene spinta fino a designarlo come «sangue di Bacco» (sulla connessione sangue-vino vd. Camporesi 2017). L’estensione di questo antico nucleo allegorico-simbolico al liquore di amarene è una delle invenzioni dannunziane più riuscite.
Il Memoriale di Italo Rossignoli (1891-1969), attendente del Vate, lascia traccia dell’etichetta:
Un’altra trattoria venne resa celebre dal poeta, “L’Ornitorinco”, già “Cervo d’Oro”, dove fece preparare una saletta a suo gusto, e dove ospitava tutti i suoi amici e colleghi più scelti, che non dovevano, però, mai essere più di dodici, come al cenacolo. […] Cambiò il nome anche al “cherry Brandy”, o liquore di marasca, con “sangue di Morlacco”, etichettandolo con “Vendemmia 1919”. Ne autografò anche qualcuna che venne venduta in Italia durante l’assedio di Fiume ad un prezzo esorbitante: oltre le mille lire l’una (Di Tizio 2001, pp. 125-126).
Nel menu della cena di gala in onore di d’Annunzio, offerta dal colonnello Dezzani nel Palazzo del Bano ungherese, datato «Fiume d’Italia, 18-10-1919», realizzato a mano e firmato dal Comandante, l’ultima voce del Listino delle vivande è il Maraschino di Zara. Probabilmente non era ancora avvenuto l’incontro col purpureo cherry (dalla Collezione di menu storici della Biblioteca gastronomica dell’Accademia Barilla di Parma).

Fig. 5. Biblioteca gastronomica dell’Accademia Barilla di Parma. Menù della cena del 18 ottobre 1919 a Fiume.
Vediamo le altre testimonianze. Giovanni Comisso (1895-1969) è stato definito un «grande epicureo delle lettere e della vita, […] un personaggio fuori dalla norma […], uno scrittore di rilievo, l’unico che sia “nato”, per così dire, a Fiume […]» (Serra 2019, pp. 483-484). In una lettera ai genitori del 19 dicembre 1919 (la data del primo appunto dei Taccuini visto sopra), scriveva:
L’altra sera ero a cena da d’Annunzio e io sedevo alla sua destra […] e non faceva che dire «dategli del sangue» e mi mescevano vin di marasca. Io dipendo dal suo primo segretario ed è un incarico di estrema fiducia (Urettini 2009, p. 42).
Il ricordo di questa esperienza ritornerà quasi trent’anni dopo nel suo capolavoro autobiografico Le mie stagioni (1951):
L’ufficiale della segreteria volle nella sera presentarmi al Comandante che si trovava coi suoi ufficiali a cena alla trattoria dell’Ornitorinco. […] In questa trattoria il Comandante attendeva i risultati del comizio che doveva decidere del suo rimanere o del suo partire. […] L’ufficiale della segreteria mi presentò al Comandante che datami la gelida mano, mi fece sedere alla sua destra. «Mescetegli il sangue» disse, e Keller mi venne incontro con un bicchierino di Cherry Brandy che il Comandante aveva ribattezzato col nome di Sangue Morlacco (Comisso 1951, p. 33 = Comisso 2002, p. 1130).
Ma è nell’articolo per la «Gazzetta del Popolo» di Torino del 21 luglio 1938, Ricordi fiumani, scritto dopo la morte del vate, che si legge la ricostruzione più esauriente dell’episodio:
Entrando nella stanza […] vidi subito la lucida pallidezza della testa del Comandante […]. Bonmartini mi presentò al comandante, che, datami la gelida mano, mi fece sedere alla sua destra. «Mescetegli del sangue» disse, e Keller mi venne incontro con un bicchierino di Cherry Brandy che il Comandante aveva ribattezzato con il nome di ‘Sangue di Morlacco’ (Urettini 2009, p. 42; vd. Guerri 2019, p. 151).
L’ultima testimonianza proviene dalla biografia di Arturo Toscanini, per il concerto dato a Fiume il 20 novembre 1920, solo un mese prima dell’ingloriosa conclusione della impresa:
Il pomeriggio del 20 novembre l’orchestra venne, col treno speciale […]. L’esecuzione della Quinta beethoveniana riuscì al meglio e Toscanini si dichiarò entusiasta […]. E dopo il concerto, alla bettola dell’“Ornitorinco”, bevendo “Sangue Morlacco”, intonò con amici e professori d’orchestra l’inno di Mameli e altri canti patriottici, senza protestare per le inevitabili stonature. (Marchesi 1993, p. 123)
Concludiamo con un estremo accenno alla «cerasella» di Zara ovvero «Sangue di Morlacco», in un biglietto di d’Annunzio a Giancarlo Maroni, architetto del Vittoriale, del dicembre 1924:
sabato 17 dicembre 1924
Caro padre Guardiano, mi duole di non potermi stasera a mensa seder «fra l’uno e l’altro Guido». L’uno dei due Guidi, l’Istriano fu il primo Edile della Reggenza. E perciò vogliate, in onor di lui, bere questa «cerasella» di Zara che in Fiume noi legionarii chiamavamo «Sangue di Morlacco». […] Malum et pax. Padre Guardato (Di Tizio 2009, p. 97).
I due Guidi (eco di Dante, Purg. XI 97), a cui il padrone di casa vuol fare onore offrendo il liquore fiumano, sono il pittore triestino Guido Marussig (1885-1972) e il pittore veneziano Guido Cadorin (1892-1976), entrambi presenti al Vittoriale per la decorazione di varie stanze della Prioria (Marussig per la stanza del Giglio, la sala del Cenacolo, la veranda dell’Apollino, il soffitto del porticato del Parente, l’appartamento di Leda; Cadorin per la Zambra del Misello, la stanza da letto del poeta).
Pascoli, il maraschino di Zara e il ginnasio «Gabriele d’Annunzio» di Zara
Anche Pascoli ebbe modo di apprezzare il maraschino di Zara, attraverso l’intermediazione, se così si può dire, di Tommaseo. Nell’ultima fase della sua vita e del suo insegnamento, sulla cattedra di letteratura italiana che era stata di Carducci all’Università di Bologna, dal 1906 al 1912, Pascoli, da sempre sensibile al tema dell’irredentismo, seguì con particolare attenzione un gruppo di allievi provenienti dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia. Uno di questi allievi, lo zaratino Umberto Santucci, decise di laurearsi studiando un’opera inedita di Tommaseo che si trovava manoscritta nella Biblioteca comunale «Paravia» della sua città (donata dalla figlia di Tommaseo suor Chiara Francesca), le Meditazionisui Vangeli composte a Venezia nel biennio 1848-49. Santucci si laureò il 25 novembre 1910, ricevendo un ottimo giudizio da parte del professore sul suo lavoro (una copia manoscritta delle Meditazioni si trova ancora nella biblioteca di Casa Pascoli a Castelvecchio).
Nel Natale del 1909, Santucci volle ringraziare il maestro mandandogli in dono «tre piccole bottiglie di maraschino» con una breve lettera, in cui definiva il liquore «la sola cosa gentile che produca questo paese misero» (ACP, G.45.5.5):
Caro Professore,
mi scusi se Le manco di rispetto, ma non so da vero come chiamarLa.
D’irriverenza forse avrò pur peccato nell’inviarLe, or sono pochi giorni, tre piccole bottiglie di maraschino: Ella m’avrà però perdonato la licenza, e forse, bontà sua, m’avrà usata la cortesia di gradire il piccolo dono: la sola cosa gentile che produca questo paese misero due volte; tutti così siamo noi: ignavi e dimenticati o forse dimenticati ed ignavi.
Gradisca i più reverenti saluti ad auguri dal suo obbligatiss. scolaro
Umberto Santucci
Zara 27 decembre 1909
Una bottiglia di piccole dimensioni si trova ancora a Casa Pascoli a Castelvecchio di Barga, nella vetrina degli alcolici della sala da pranzo (courtesy of Sara Moscardini, Fondazione Pascoli).


Fig. 6. Castelvecchio di Barga, Casa Pascoli. Piccola bottiglia del Maraschino di Zara, donata a Giovanni Pascoli dall’allievo Umberto Santucci per il Natale del 1909. Accanto la lettera di accompagnamento (G.45.5.5).
Umberto Santucci nell’a.s. 1919-1920 divenne professore effettivo di italiano, latino e greco, «da supplente che era», nel ginnasio superiore italiano di Zara. Era anche custode della Biblioteca degli alunni: negli elenchi degli acquisti figurano una decina di volumi di Pascoli e una decina di d’Annunzio. L’istituto proprio quell’anno venne intitolato a Gabriele d’Annunzio, come scrisse il direttore della scuola nell’ultima pagina dell’Annuario (1920, p. 56):
Il giorno 15 novembre il Collegio dei Professori, raccolto a conferenza straordinaria, a ‘perpetuare il ricordo della fulgida Intradadi Gabriele d’Annunzio’, in mezzo a vivissime acclamazioni vota che d’ora innanzi, ad incitamento ed a gloria, la scuola s’intitoli dal nome glorioso del Poeta-Soldato, che tutte accogliendo nel magnanimo petto le più nobili energie della stirpe incorrotta, che più monda e più schietta rinasce dalla Vittoria, dovrà essere in eterno additato ad esempio ai giovani, che nel culto dell’Ellade e di Roma si temprino a servir degnamente la Patria.
Con l’intitolazione della scuola al Poeta-Soldato si celebrava il primo anniversario della visita compiuta dal Comandante a Zara il 14 novembre 1919, per pianificare una resistenza armata sulla falsariga di quella fiumana anche nel resto della Dalmazia irredenta. La forma veneta Intrada riprende il nome col quale per secoli venne ricordato l’ingresso dei rappresentanti veneziani a Zara nel 1409, e che già d’Annunzio aveva evocato nel volantino scritto per il volo su Zara del 23 dicembre 1915 (che poi non fu effettuato per la morte di Miraglia pochi giorni prima): «Il tuo popolo vecchio “santa intrada” chiamò l’ingresso dei magistrati veneziani. Ora attendi con certezza una entrata più santa: quella del nostro Re, vero tra i re soldato e tra i soldati primissimo» (il testo del Messaggio a Zara si legge solo nella rara plaquette con la riproduzione in facsimile dell’autografo, donato dal Comandante all’Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, realizzata, per gentile concessione della figlia duchessa Clorinda Imperiali Thaon di Revel, che custodisce l’originale, dalle Grafiche Ballerini di Pescara, a cura dell’Associazione Nazionale Dalmata, negli anni Novanta del Novecento; da lì ripreso in alcuni siti).
Ricalcando l’antico appellativo, d’Annunzio avrebbe poi celebrato gli anniversari dell’entrata a Fiume, il 12 settembre 1919, come “Santa Entrata”.
Con questo importante, entusiastico riconoscimento del ruolo del Poeta-Soldato per la loro città, gli zaratini ricambiavano l’attenzione che d’Annunzio aveva sempre avuto per essa, madre del ‘maraschino di Zara’.

Fig. 7. Visita di d’Annunzio a Zara il 14 novembre 1919: il pranzo al Governatorato; il manifesto con la notizia affisso in città.
Bibliografia
Bibliografia primaria
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Gabriele d’Annunzio, Prose di ricerca, I, a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti, Milano, Mondadori, 2005.
Gabriele d’Annunzio, Il secondo amante di Lucrezia Buti, a cura di Angelo Piero Cappello, Parto, Piano B, 2013.
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Bibliografia secondaria
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