di Patrizia Paradisi, Enciclopedia dannunziana
Un vocabolo del Novecento
In una lettera all’editore Emilio Treves del 13 aprile 1913, d’Annunzio ribadiva con forza: «Gli Italiani non vogliono ancor persuadersi che io non ho mai adoperato né foggiato un ‘neologismo’. Tutte le mie parole io le ho tratte dalla più pura fonte materna, sempre» (d’Annunzio 1999, p. 481). Premessa necessaria, come si vedrà, per introdurre la vicenda storico-linguistica di una parola emblematica dello scrittore e del Novecento italiano, definita comunemente ‘neologismo’.
Per il sostantivo velivolo, introdotto nel lessico italiano da d’Annunzio come sinonimo di aeroplano, si può indicare una precisa data di nascita. Il 28 novembre 1909, sulla terza pagina del «Corriere della Sera», anticipando alcune pagine del Forse che sì forse che no per presentare i protagonisti del romanzo (La vittoria di Paolo Tarsis e La morte di Giulio Cambiaso: d’Annunzio 1966, p. 859; Castagnola 1998, p. 97; Di Tizio 2005, p. 30; Castagnola 2012, p. XLI), nella nota introduttiva lo scrittore per la prima volta proponeva di usare la parola velivolo:
Tutti sanno che la prima teoria del volo artificiale fu fondata sul veleggio dei volatori di grande specie, su quel volo veleggiato che i francesi chiamano «vol à voile». I precursori […] incominciarono con l’imitare il veleggio delle aquile e degli avvoltoi per mezzo di congegni veramente dedàlei, privi di forza motrice.
Ora v’è un vocabolo di aurea latinità – velivolus, velivolo – consacrato da Ovidio e da Vergilio, registrato anche nel nostro dizionario; il quale ne spiega così la significazione: “che va e par volare con le vele”.
La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fonica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti. Pur essendo classica, esprime con mirabile proprietà l’essenza e il movimento del congegno novissimo.

D’Annunzio aveva provato per la prima volta L’ebbrezza del volo il 12 settembre 1909, al Circuito aereo internazionale di Brescia, nel campo di Ghedi nei pressi di Montichiari: Luigi Barzini ne raccolse a caldo per il «Corriere della sera» Le impressioni entusiastiche. Ma l’apparecchio era ancora denominato aeroplano, sia dall’intervistato che dal giornalista. E così nei taccuini LV e LVI, che raccolgono le annotazioni di quelle giornate, si parla solo di aeroplani (d’Annunzio 1965, pp. 539-554).


Dopo una prima parte dedicata agli esordi drammatici del volo a motore, Un precursore e Esperimento infelice, il paragrafo centrale è intitolato direttamente I fasti del velivolo:
Sino a ieri il velivolo era da troppi considerato soltanto come un giocattolo ingegnoso e pericoloso, uno strumento da spettacolo circense. Oggi si è visto che il giocattolo […] si è sostenuto in volo diretto per centinaia di chilometri […]. Si è dunque affermato pratico e utile congegno di guerra. Il velivolo è anche per noi la forza di domani. Il d’Annunzio crede fermamente nella supremazia aeronautica del velivolo. [ecc.]
Nella pagina successiva del «Corriere», un grande titolo in alto a sinistra suona Sir Hiram Maxim e il suo nuovo velìvolo.
Una volta giunto a Parigi, per lanciare la traduzione francese del romanzo compiuta da Donatella Cross, ovvero Nathalie de Goloubeff, e uscita in volume nel giugno 1910, d’Annunzio impiegherà il materiale elaborato per le conferenze italiane per due contributi usciti su «Le Matin»: l’intervista del 3 maggio 1910, À la gloire de l’aviation et de la France. Hymne parlé, e l’articolo del 23 giugno 1910 Le précurseur de l’aviation, dove si legge un vélivole parfait (ma riferito ai disegni di Leonardo), mentre i prototipi degli sfortunati Clément Ader e Louis Paulhan sono chiamati instrument du vol, machine volante, appareil (d’Annunzio 2003, pp. 793-798, 1435-1439). Va probabilmente riferita alla preparazione di questi testi una carta autografa redatta in francese, che ripete (quasi traduce) le argomentazioni del «Corriere della Sera» viste sopra, poste a introduzione dei due brani del romanzo (che però non verrà utilizzata):
10.13.19. Milano
On sait quelle influence les théories du vol à voile aient eu sur les recherches du vol mécanique. Aussi dans la plus belle des recentes machines dédaléennes tout le monde reconnait la ligne des grands voiliers. Or il y a un vocable de la plus riche latinité, consacré par Virgile et par Ovide – velivolus – dont la signification precise est cell-ci: “qui vole ou semble voler avec des voiles”. Le mot est propre, expressif, fluide, même joli, il se prête même à l’abbréviation courante; et un merveilleux ouvrier de la langue française, le maître magnifique de la prose moderne, lui a déjà donné en France le droit de cité (Chateaubriand-Memoires etc.) mettre ici, entre parenthèses, la citation exacte. (d’Annunzio 1990, pp. 193-194, nota p. 270; Andreoli 1991, p. 6; Pellegrino 1991)
Il passo del «Corriere» è spesso citato nelle storie dell’aeronautica (ad es. Giovannetti 2004, p. 147; Cacia 2014, e in diversi siti online), per la precocissima opera di esaltazione del nuovo mezzo messa in atto da d’Annunzio col romanzo, uscito nel gennaio-febbraio 1910, che celebrava le prime sfide aeree, ma poi, ancor più, con le sue stesse imprese aviatorie durante la grande guerra (rinverdite nei primi due decenni del Duemila con mostre e convegni promossi in occasione del centenario del conflitto e, già prima, per il centenario dell’aviazione italiana celebrato nel 2003).
Velivolo in realtà conta solo quattro occorrenze nel romanzo: tre negli episodi citati, e una nel finale (già registrate da Passerini 1913, p. 595, che ne dà questa definizione: «che Scorre veloce alla vela; agil Battello veliero. Il D’Annunzio chiama così quella Macchina, comunemente detta Aeroplano, che si leva nell’ aria imitando il volo degli uccelli», e a propria volta usa il termine in tutte le voci che riguardano l’aereo), ma ne raccoglierà poi una settantina nelle opere successive del vate (spesso, per chiarezza, scritto con l’accento: velìvolo). È dunque una parola «classica», «di aurea latinità», «de la plus riche latinité»: un epiteto composto del lessico epico, creato da Ennio e ripreso da Lucrezio, Virgilio, Ovidio. La trafila è indicata ovviamente negli strumenti lessicografici utilizzati da d’Annunzio, il Lexicon totius Latinitatis di Forcellini («VELIVOLUS, a, um, che va a vele, epitheton navis, quae, ut aves velis volant, ita velis et vento fertur. Etiam mare dicitur velivolum, quia velis et navibus percurritur»), e soprattutto, in questo caso, il Tommaseo-Bellini, citato per antonomasia («il nostro dizionario»): «voce dell’uso poetico: che va e par volare colle vele» (offre anche gli esempi latini, oltre a quelli italiani: Algarotti, Monti). Gianfranco Folena, nella Presentazione dell’edizione economica del Dizionario di Tommaseo uscita nel 1977 per la Bur, definendolo «riserva di caccia» di d’Annunzio, asserì sic et simpliciter che il vate «vi pescò fra l’altro aggettivi preziosi come velivolo e vittoriale, facendone sostantivi tutti suoi» (Folena 1997, p. 204; cfr. Medici 1986, p. 8).
Va precisato tuttavia che in Chateaubriand, Mémoires d’outretombe: «Le pecheur napolitain qui va dans sa barque vélivole», vélivole era ancora esibito come epiteto aulico, un latinismo pretto (d’Annunzio 1989, p. 1320-1321). E in realtà già il giovane d’Annunzio della prima raccolta poetica, Primo vere (2016 e 2025), aveva ripreso l’aggettivo così attraente ben due volte. Nel primo verso di Ai bagni: «Con tenue murmure l’Adria velivolo» (d’Annunzio 1982, p. 729; d’Annunzio 2016, p. 195; d’Annunzio 2025, p. 17), replicava il mare velivolum di Virgilio (Aen. 1, 224), che aveva applicato l’epiteto, originariamente riferito alle navi, al mare (Pascoli 1969, p. 32), mentre in Hoc erat in votis (solo in Primo vere, 2026, 9): «una graziosa cimba velivola», lo attribuiva alla nave (d’Annunzio 2016, p. 147; d’Annunzio 2025, p. 223), come Lucrezio (5, 1442: iam mare velivolis florebat navibus) e Ovidio (et freta velivolas non habitura rates: Pont. 4, 5, 42; velivolique maris vates: Pont. 4, 16, 21), sulla scorta di Ennio, che, come si è detto, aveva coniato il vocabolo (cum procul aspiciunt hostes accedere ventis / navibus velivolis, Ann. 380 Vahlen 3, in Epos p. 47: ann. XIV, fr. III; Andromache 74 Ribbeck 3).
Carducci sembrerà quasi citare l’«Adria velivolo» nel discorso del 30 settembre 1894, La libertà perpetua di San Marino (III), in un tricolon poetico: «questo nostro monte in conspetto all’Emilia popolosa, alla portuosa Flaminia, al velivolo Adriatico»: dopo tanti anni il vecchio poeta si sarà ricordato del giovane Gabriele, che nel maggio 1879 gli aveva scritto una lettera, prima ancora di inviargli Primo vere? (d’Annunzio 2025, pp. LI-LIII).
Ma, tra il poeta debuttante sedicenne e il romanziere ormai affermato del Forse che sì, c’era stata una lettura importante che aveva riacceso nella sua memoria il fascino di velivolus: l’antologia della poesia epica latina Epos pubblicata da Pascoli nel 1897, e subito inviata in dono a Gabriele, che la passò pagina per pagina con vivo interesse, come attestano i numerosi segni di lettura. Nell’Introduzione, a p. LV, sono enumerati i «flessibili composti» introdotti da Ennio (Pascoli 1971, p. 831): il termine velivolus è incorniciato a matita. Alfonso Traina che, in seguito all’autopsia del volume, per primo segnalò questa nota così evidente, nella discussione finale al convegno gardesano del 1980 (Traina 1980, p. 244), non mancò poi, a ogni occasione, di rivendicare l’influenza della pagina pascoliana, a suo avviso decisiva, per il ‘neologismo’ introdotto da d’Annunzio (Traina 1991, p. 232 e l’Addendum a p. 279; Traina 2003, p. 231).
Ma forse fu un intervento pubblico dello stesso Pascoli a ‘dare una mano’ al ‘fratello maggiore e minore’ per l’affermazione del termine nella lingua italiana novecentesca.
Velivolo tra Pascoli e d’Annunzio. L’ultimo incontro a Bologna, 4 marzo 1910
L’articolo di d’Annunzio sul «Corriere della Sera» aveva avuto una replica da parte di Giuseppe Manacorda sul «Fanfulla della Domenica» del 27 febbraio 1910 (XXXII, n. 9, A proposito del neologismo dannunziano ‘velivolo’; Picchiorri 2018, p. 100). Ma l’avallo pubblico al nuovo vocabolo venne proprio da Pascoli: un episodio marginale nelle biografie del romagnolo (M. Pascoli 1961, p. 973; Biagini 1963, p. 788), connesso alla guerra di Libia (autunno 1911), che tuttavia, in questo contesto, acquista un discreto significato.
Dopo l’ultimatum dell’Italia al governo ottomano del 28 settembre 1911, la guerra di Libia iniziò il 5 ottobre, quando una squadra navale italiana attaccò il porto di Tripoli e, dopo un violento bombardamento, le truppe occuparono la città. L’opinione pubblica seguì la cronaca degli eventi sui quotidiani, sui quali si registrò anche l’adesione alla guerra da parte di numerosi intellettuali, tra cui appunto Pascoli e d’Annunzio.
Il 3 ottobre 1911 Giovanni Pascoli riceveva questo biglietto:
Illustre Sig. Prof. Pascoli, mi prendo la libertà di inviarle l’unito articoletto. Abbia la bontà di leggere e di dare giudizio sul modo di pronunciare il nome di quella regione africana che dall’Italia finalmente vuolsi conquistare. E non le piacerebbe che nei tempi avvenire, compiuta la conquista, si rinominasse cotesta regione Tripolitàlia anzichè Tripolitania? Il parere di lei sarebbe legge in Italia. E riceva i miei più cordiali ossequi. Dev.mo Ing. Giuseppe Ceri (ACP, G.29.10.1).
«L’unito articoletto» si intitolava Tripolitània o Tripolitanía? (il ritaglio, senza indicazionedel giornale di provenienza, è catalogato nella biblioteca di Casa Pascoli a Castelvecchio, ACP, XI 1 F 73). Giuseppe Ceri, ingegnere e architetto di origine fiorentina (1839-1925), giornalista e poeta satirico, critico d’arte, tuttologo ante litteram e polemista, lasciò una traccia indelebile nella vita pubblica di Bologna dall’unità d’Italia ai primi anni ‘20. Pascoli rispose all’appello di Ceri, e la sua lettera venne subito resa pubblica sul «Resto del Carlino» dell’8 ottobre:
Caro e illustre ingegnere,
Sì. Tripolitalia è facile e gentile parola: di più, augurale. Diciamo dunque Tripolitalia; la nuova Italia dalle tre città. Ma in quanti saremo a chiamarla così? Forse in due. O non s’è visto per aereoplano, così lenta parola a così veloce cosa, la quale parola chi non sa pronunziare così come ho scritto, dice spropositando areoplano, aroplano, aeroplano, invece di dire latinamente, sdrucciolevolmente, alatamente: velivolo? Ella crede nella mia autorità!… Oh, ben maggiore è quella del d’Annunzio, e non gli hanno dato retta. Bene! E noi diciamo, anzi gridiamo, conclamiamo: Viva la Tripolitalia! Suo Giovanni Pascoli (Tartari Chersoni 1992, p. 125-126; Paradisi 2025).

Lo stesso 8 ottobre, a stretto giro di posta, Ceri ringraziò Pascoli con questo biglietto: «Tanti ringraziamenti per l’onore ch’Ella mi ha fatto col rispondere alla mia tripolitalianesca dimanda. In quanto al proposto cangiamento di nome; si tratta di pestar acqua nel mortaio» (ACP, G.3.5.175). Neppure il proponente quindi credeva nella possibilità del semplice ‘cambio di consonante’ per italianizzare la Libia.

Qui interessa la lettera di Pascoli per l’argomentazione a fortiori che chiama in causa d’Annunzio. Al poeta bastano tre avverbi per fissare l’efficacia del neologismo velivolo, definendone etimologia («latinamente»), musicalità («sdrucciolevolmente») e capacità evocativa («alatamente»): non è quindi affatto «la solita coperta stilettata» tirata da Pascoli all’altro (Torchio 2008, p. 126), ma una reale condivisione dell’efficacia del termine. L’originale della lettera di Pascoli ebbe un destino singolare. Si trova infatti al Vittoriale, perchè fu donata al vate nel 1933 dal collezionista veneziano Ferruccio Asta (1900-1952), che l’aveva acquistato da un mercante d’autografi (Torchio 2008, p. 68; cfr. Pisani 1999, p. 106). La vicenda (qui per la prima volta ricomposta dai suoi disiecta membra) è un tassello ulteriore, e non secondario per comprendere la dinamica dei rapporti tra i due poeti.
Ma non basta. Che il termine velivolo, con la sua carica evocativa ‘potenziata’ perché antica e contemporaneamente moderna, aleggiasse già da qualche tempo nella fantasia di Pascoli (che mai in precedenza l’aveva usato nella sua poesia, né italiana né latina), è dimostrato dalla sua presenza, solo pochi mesi addietro lo scambio epistolare con Ceri visto sopra, nell’«odicina alcaica, lapidea» Victori regi, scritta su richiesta del «Resto del Carlino», dove fu stampata il 5 giugno 1911, per celebrare l’inaugurazione del monumento equestre di Vittorio Emanuele II e del Vittoriano, avvenuta a Roma il 4 giugno nel ricorrere del cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia (Tartari Chersoni 1992, pp. 120-121).


Nella quinta strofa dell’ode vengono esortati i moderni naviganti italici di mare e di cielo (trascrivo il testo dal ritaglio del giornale conservato a Casa Pascoli, P.6.3.164):
Nostri revisant litora navitae,
quodcumque nobis paruit aut patet
per nos, et acres classe certent
velivolum superare caelum
Quando pochi giorni dopo Pascoli rivedrà il testo (ampliandolo a dodici strofe), per pubblicarlo presso Zanichelli in un elegante bifolio adorno di due incisioni di Baruffi, col titolo Ad Victorem regem anno Italiae liberatae L (ACP, G.62.7.1, imm. 3-5; G.83.3.3), questa strofa rimase inalterata, tranne che per la sostituzione dell’ultimo verbo, superare, con perarare. È istruttivo vederne le traduzioni: «I marinari nostri riveggano / e quanti lidi nostri già furono / e quanti aprimmo, e i volatori / solchino intrepidi a gara i cieli» (Gandiglio 1931, p. 293, che non accetta ancora velivolo); «Rivedano i nostri piloti i porti che già a noi ubbidirono o quelli da noi aperti, e fieri in gara, con loro squadre di velivoli, solchino il cielo» (Fraccareta in Pascoli 1970, p. 527); «I nostri marinai rivedano i porti conquistati da noi o da noi aperti, e gli aviatori gareggino coraggiosamente e solchino il cielo con i loro velivoli» (Calzolaio in Pascoli 2001, p. 1203), che invece colgono la presenza ‘implicita’ del neologismo dannunziano.
Che Pascoli ricordasse il mortale duello aereo di Paolo Tarsis e Giulio Cambiaso nel Forse che sì forse che no? Più che probabile. Il romanzo gli era stato donato dallo stesso Gabriele, con la dedica «Al mio grande fratello / Giovanni. / Bologna / Marzo 1910», durante la visita che gli fece a casa, a Bologna, in Via dell’Osservanza, il 4 marzo 1910 (collocazione VIII 6 E 42; risulta usurato!). La data dell’incontro (indicata spesso come 9 marzo) è inoppugnabile per almeno due motivi. Il primo è la data che d’Annunzio sottoscrisse di suo pugno alla trascrizione delle ultime sei quartine di Commiato che chiude Alcyone nell’album di Maria: Bologna, 4 marzo 1910 (ACP, G.71.1, imm. 2; riprodotta in Torchio 2008, p. 284). L’altro è il motivo per cui d’Annunzio era a Bologna: perché la sera precedente aveva tenuto al teatro Duse una delle ultime conferenze della tournée Per il dominio dei cieli (di cui si è detto all’inizio). La cronaca della serata uscita sul «Resto del Carlino» del 4 marzo riporta che il vate aveva reso esplicitamente omaggio alla città e a Pascoli: «qui dove luminosamente insegna il grande poeta che cantò Andrée in una ode imperitura» (d’Annunzio 2005, pp. 3722-3723). Per di più Pascoli il 3 gli aveva scritto un biglietto per raccomandargli «alcuni bravi studenti della nostra Università, che ti vogliono vedere» (Vicinelli 1955, p. 416). È evidente quindi che all’indomani stesso della conferenza d’Annunzio abbia voluto rendere omaggio al ‘fratello’. Durante la permanenza a Bologna, alloggiava all’albergo Brun, dove sarebbe rimasto almeno fino al 10 marzo, quando incontrò il ‘tenace colono latino’ Giovanni Del Guzzo, per prendere accordi sul progettato viaggio oratorio in Argentina che gli avrebbe consentito di rimettere in sesto le disastrate finanze (ma che poi non compì). Anche a lui donò copia del Forse che sì forse che no, con l’eloquente dedica: «Al Messia invocato e sopraggiunto. A Giovanni Del Guzzo, con osanna». Prima di partire da Bologna, il 10 marzo scrisse un biglietto di ringraziamento a Maria, inviandole in dono un «vecchio avorio», cioè un «calendario lunare» (M. Pascoli 1961, pp. 917-919):
Cara sorella,
speravo di poter venire io tesso a portare il piccolo libro, nella casa remota che per tutti gli spiriti beneficati dalla Poesia è santa in un culto di riconoscenza e di aspettazione. Ma il vento implacabile delle mie sorti mi trae lontano.
Tornerò. E, nel tornare, vorrei fare una sosta men breve. Ho tuttavia nell’anima la dolcezza dell’ora fraterna.
Quell’ora è magicamente segnata su questo vecchio avorio che Le offro, su questa tavoletta misteriosa.
Dica per me a Giovanni tutto il mio amore. E non mi dimentichi.
Il Suo
Gabriele d’Annunzio
Bologna, 10 marzo 1910
È un documento ben conosciuto e più volte riprodotto, ma è possibile ora apportare qualche nuova precisazione documentaria.



La «tavoletta misteriosa» (la cui natura neppure la scheda dedicata nella sezione La casa museo dell’Archivio digitale riesce a chiarire del tutto, come non ne è indicata la provenienza dannunziana; nella trascrizione del latino vi sono parecchi refusi), è un orologio ad un tempo solare e lunare, firmato e datato («Giovanni Gerhart di Norimberga fece nell’anno 1546»), appartenente ad una larga collezione di dittici in avorio prodotti all’epoca, piccoli orologi solari portatili che appaiono in diversi musei, e che nell’Ottocento, per il loro valore artistico, si trovavano ancora sul mercato. Un oggetto emblematico del gusto di d’Annunzio (una meridiana col suo motto latino è presente nel romanzo Le vergini delle rocce: vd. Maiolini, Paradisi 2022, pp. 271-272). L’orologio (10 x 7 cm) è stato racchiuso da Maria (di cui è nota la simpatia che ha sempre nutrito nei confronti Gabriele) in un quadretto a doppia faccia vetrata (per consentire la vista di entrambe le superfici, Nord e Sud; 44 x 33 cm), assieme alle scritture di pugno di d’Annunzio che l’accompagnavano, la dedica «A Maria» e l’indirizzo «Sig.na Maria Pascoli via dell’Osservanza, 2», probabilmente dopo la seconda guerra mondiale (Lovotti 2009). Le due facce della tavoletta presentano due lunghe iscrizioni che dovrebbero illustrarne l’uso e la funzione, in un latino che non può certo dirsi classico, per le scarse concordanze e le perplessità lessicali che presenta: una sottile provocazione di Gabriele al latinista sommo Giovanni?


All’incontro tra i due era seguito nello stesso mese di marzo 1910 un estremo scambio di telegrammi tra Bologna e Pescara, dove d’Annunzio era andato a visitare la madre: fu il loro ultimo contatto diretto, e dimostra il sincero clima di amicizia che si era instaurato durante quella visita (Torchio 2008, pp. 118-121, 162-163, 166-167; Biagini 1963, pp. 751-753).
Come noto d’Annunzio avrebbe poi rievocato quest’ultimo incontro con Pascoli (senza ovviamente accennare all’occasione che l’aveva reso possibile), nel celebre obituary per Pascoli e Bermond, Per la morte di due amici, uscito sul «Corriere della Sera» (19 e 28 aprile, 5 e 12 maggio 1912), poi pubblicato in plaquette col titolo Contemplazione della Morte. A Maria inviò la prima delle ventiquattro copie dell’edizione di lusso, con la dedica: «a Maria / il suo triste fratello / superstite / Gabriele / Luglio 1912» (XI 4 A 5;), e Maria rispose subito invitandolo a «parlare qui», a Castelvecchio, per «la mesta cerimonia», che si sarebbe tenuta «ai primi di settembre», per la traslazione della salma del fratello dal cimitero di Barga alla cappellina allestita nella casa (Torchio 2008, p. 168).
Nella biblioteca di Castelvecchio sono altre tre copie della Contemplazione, di cui due donate a Maria da ‘fedeli’ dannunziani: la prima da Mario Pelosini, il dedicatario stesso dell’opera (d’Annunzio 2005, p. 3700), con la dedica: «A Maria Pascoli / questo piccolo libro / caro al mio spirito / è offerto umilmente / in segno di omaggio / devoto (giugno 1930) / Mario Pelosini» (XI 4 B 16); la seconda dal legionario Tiziano Lucidi, con la dedica: «A Maria Pascoli / il legionario di Ronchi / Tiziano Lucidi / Castelvecchio Pascoli 19-6-1932» (XI 4 B 16 II copia).


La lettera di ringraziamento di Maria raggiunse d’Annunzio ad Arcachon. Egli non avrebbe mai commemorato in pubblico Pascoli, ma ne avrebbe scritto solo un’altra volta, nel capitolo Encomio della mia arte del Secondo amante di Lucrezia Buti, uscito nel 1924 (una prosa molto meno conosciuta rispetto alla Contemplazione).
Ma prima di concludere questa sezione, torniamo un attimo alla strofa dell’ode latina pascoliana. Con scarti minimi rispetto all’uso classico, Pascoli innovava genialmente, e, mentre riportava velivolo alla sua forma originaria latina e alla sua natura di aggettivo, lo attribuiva bensì a un elemento naturale, ma non più il mare, come in Virgilio, sibbene il cielo. Con una ardita eppure naturalissima trasfusione di metafore, risemantizzava l’immagine antica delle vele delle barche che, come ali, le fanno volare sul mare: ora sono gli aerei che, con vere ali da volo, arano, solcano il cielo. La rara metafora già applicata al mare da Seneca: perarate pontum (Medea, 650), ora, in modo inedito, viene riferita al cielo, come a propria volta fosse diventato terra (un ‘rovesciamento’ di prospettiva in linea con la poesia cosmica di Pascoli): Velivolum perarare coelum. Al poeta bastano un verso e tre parole per produrre un’immagine inedita, della più ardita modernità, rispettando la lingua antica (l’ode ha avuto una citazione generica da Lesca 1935, pp. 415-418; in assenza di studi specifici, dell’originalità del verso comunque si accorse Biagini 1963, p. 779, e ora Orsini 2018, p. 10).

Velivolo nella storia della lingua italiana del Novecento
Il vocabolo velivolo, divulgato presso il grande pubblico con le conferenze di d’Annunzio e gli interventi sui quotidiani suoi e degli altri citati sopra e da lui poi ampiamente utilizzato nelle Prose di ricerca, ebbe fin da subito una risonanza ‘massmediatica’, e non poteva sfuggire ai linguisti, primo fra tutti Alfredo Panzini, «un lessicografo artista», come è stato definito (Marri 1995).
Le definizioni di velivolo nelle varie edizioni del Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni (e in altre sue opere) rappresentano bene il suo «atteggiamento critico verso d’Annunzio, reticente, insieme elogiativo e canzonatorio, […] di un’opinione piccolo borghese provinciale e assennata, pronta alla celebrazione ma anche saldamente ancorata alla realtà di un vivere senza trionfalismi» (Lorenzini 1985, p. 241; già prima De Rienzo 1968, pp. 21-22). Velivolo viene registrato nel Dizionario moderno (assieme ad aereoplano) fin dalla terza edizione del 1918, che accolse in gran numero le parole della Grande Guerra (Grassano 2018): «Velìvolo: voce coniata dal d’Annunzio per aeroplano. Il Comando italiano usò durante la Guerra costantemente questa parola», e in numerose altre voci velivolo viene normalmente usato da Panzini per aeroplano, ad es. «Monoplano: nome di velivolo ad un sol piano»; nella quarta edizione del 1923: «Aeròbus: omnibus aereo, velivolo per trasporto dei passeggeri. (Gran progresso in cielo, in terra, in mare. E nella coscienza?)», «Areoplano senza motore: nuovo sistema di passeggiare sopra la terra mercè apparecchi senza forza motrice, cioè volo a vela o imitazione del volo naturale. A cotali apparecchi, che hanno ali mobili, bene converrebbe il nome dato dal D’Annunzio di velivolo» (non senza una piccola punta polemica, come si vede). Ma nella settima edizione del 1935 del Dizionario Panzini modifica la definizione così: «Velivolo: bella parola coniata dal d’Annunzio ma non ha preso piede, come tutte le voci di creazione personale», sintetizzando la scheda che aveva dedicato appositamente al lessema nella Guida alla grammatica italiana del 1933:
Parole di nuova creazione. Si possono creare parole nuove? Certo che si può, e se ne creano tante, specie di parole dotte. Ma per le parole comuni sovrano è il popolo. D’Annunzio creò una bella parola velìvolo, e durante la Guerra fu adottata ufficialmente. Eppure prevale aeroplano! (Panzini 1933, p. 83)
Anche nel romanzo Il bacio di Lesbia del 1937 Panzini trova modo di ironizzare: «la nave di Catullo guizzava così sui capricciosi flutti, che se non fosse voce di letteratura, la chiameremmo “velivolo”» (Panzini 1970, p. 642). Finalmente nell’ottava edizione postuma del Dizionario, uscita nel 1942, velivolo trova una definizione ‘neutra’ (p. 732) per mano dei curatori Bruno Migliorini e Alfredo Schiaffini (che avevano aggiunto anche le etimologie, Schiaffini 1950, p. XVI):
dal lat. velivolus = che corre con le vele; su cui si corre con le vele. Parola messa in circolazione dal d’Annunzio con il significato di aeroplano. Usata dapprima solo come voce letteraria, poi accolta anche nella lingua tecnica come termine generico (aerodine ad ali fisse, cioè aeroplano o idrovolante o anfibio).
Bruno Migliorini, che già dalla morte di Panzini nel 1939 aveva iniziato a rivedere le voci del Dizionario per l’ottava edizione, fece di velivolo quasi un suo ‘cavallo di battaglia’. Nello stesso anno 1939, nel suo intervento alle «letture tenute per il Lyceum di Firenze», organizzate da Jolanda De Blasi a un anno dalla morte di d’Annunzio, Gabriele d’Annunzio e la lingua italiana, muovendo dalla «preferenza del poeta per le parole sdrucciole» come «un aspetto della ricerca delle parole rare», aveva raffreddato l’entusiasmo per il poeta ‘onomaturgo’ ribadendo che «velivolo, se è nuovo per quel che significa e per essere usato come sostantivo, non è parola nuova: velivolus come aggettivo riferito alle navi che quasi volando corrono sul mare con le loro vele, e poi al mare coperto di vele, è frequente nei poeti latini; e in italiano l’Algarotti aveva usato i “velivoli abeti” e il Monti le “onde velivole”» (e Pindemonte i «legni velivoli», Odissea III, 198). Riprendeva il passo dannunziano del «Corriere della Sera» di trent’anni prima, e concludeva che «l’innovazione consistente nel sostantivare un aggettivo è uno dei tipi di neologismo meno rivoluzionari». Insomma, «d’Annunzio coniò poche parole nuove, anche se moltissime ne trasse dai vocabolari o dalle lingue classiche» (Serianni 2000, p. 1103).
Migliorini incluse subito l’articolo nel volume Saggi sulla lingua del Novecento (tre edizioni tra il 1941 e il 1963; lo cito ora da Migliorini 1990, p. 273), e avrebbe replicato la storia di velivolo anche altrove, dalla fondamentale Storia della lingua italiana (19601, poi 1988 e 2019: Migliorini 1988, p. 657), a Lingua d’oggi e di ieri (Migliorini 1973, p. 59) fino a Parole d’autore. Onomaturgia (Migliorini 1975, p. 106, con le riprese di Altieri Biagi 2005; Fanfani 2011).
Negli anni Settanta del Novecento aeroplano e velivolo erano semplici varianti di aereo nel lessico giornalistico (Jacqmain 1975); alla fine degli anni Ottanta la parola era data per «decaduta» dall’italiano parlato (Beccaria 1988, p. 17), ma nel 2002 il Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia lo registra senza particolari limitazioni (vol. XXI, pp. 715-716), così come lo riportava, con accurata analisi (e ancora ‘vidimato’ da Migliorini), il Dizionario etimologico della lingua italiana (Cortelazzo, Zolli 1988, p. 1419).
Forse che sì forse che no «è uno dei libri in cui più fittamente d’Annunzio ha firmato col suo nome luoghi e date della lingua italiana novecentesca di più largo e fortunato commercio» (Coletti 1989, p. 133), e tuttavia, anche a livello lessicale, in d’Annunzio (a differenza di Marinetti), «la macchina non cancella la tradizione; l’industria e la modernità rivelano le loro più recondite e poetiche bellezze solo se le si associa all’identità umanistica italiana e latina» (Guerri 2011, p. VIII = Guerri 2023, p. 118).
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Gabriele d’Annunzio, Prose di romanzi, II, a cura di Niva Lorenzini, Milano, Mondadori, 1989 (20114).
Gabriele d’Annunzio, Di me a me stesso, a cura di Annamaria Andreoli, Milano, Mondadori, 1990.
Gabriele d’Annunzio, Lettere ai Treves, a cura di Gianni Oliva, Milano, Garzanti, 1999.
Gabriele d’Annunzio, Scritti giornalistici 1889-1938, vol. II, a cura e con una introduzione di Annamaria Andreoli, testi raccolti da Giorgio Zanetti, Milano, Mondadori, 2003.
Gabriele d’Annunzio, Primo vere (1879), a cura di Claudio Mariotti, Lanciano, Rocco Carabba, 2016.
Gabriele d’Annunzio, Primo vere (1879), edizione critica e commentata a cura di Claudio Mariotti, Il Vittoriale degli Italiani, 2025.
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Bibliografia secondaria
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