Cerca
A B C D E F G I K L M N P R S T U V Z
Pa Pe Pi Po Pr
Pel Per Pes Pet

Pellegri, Rina

di Marzia Minutelli, Enciclopedia dannunziana

I giorni e le opere della «PellegRina»
Rina Pellegri nacque ad Arcola, nell’estremo Levante ligure, nel 1903 da Tito, maggiore del Genio Navale, e da Marina Paola Bertagna, a un anno dalla tragedia domestica che ne avrebbe inciso indelebilmente l’esistenza: la morte per meningite dei due più piccoli dei suoi cinque fratelli (il terzogenito era già spirato nel 1896). Venne salutata dalla madre inconsolabile come prodigiosa reincarnazione della defunta sorellina, di cui ereditò il nome, ciò che alimentò precocemente in lei un oscuro senso di imperfezione, inducendola a sentirsi la metà «dispersa» di un’entità ultraterrena.
Maestra dal 1927 nel borgo fluviomarino di Bocca di Magra illustrato dai soggiorni estivi di insigni esponenti dell’intellettualità internazionale, nel 1937, per intervento del ministro dell’Educazione nazionale Bottai, che ne apprezzava vivacità di ingegno e talento poetico (del 1928 la stampa della silloge – un esordio presto disconosciuto – Frulli d’ala, del 1933 quella di Musiche d’acque e dell’anno successivo quella di Fiori sulla sabbia), venne comandata a Roma, destinata dapprima presso l’Ente Radio Rurale e dal ’41 all’Ispettorato per la radiodiffusione e la televisione del Ministero per la cultura popolare con l’incarico di redigere testi per l’EIAR. Sotto l’egida dell’irredentista Francesco Guerri aveva intanto abbracciato la causa dell’«isola persa» e dato in luce nel 1939 i componimenti dei Vespri còrsi (nel ’40 premio d’argento dell’Accademia d’Italia). Nella capitale svolse anche attività di pubblicista culturale, divulgando articoli e novelle su quotidiani e periodici (soprattutto «Il giornale d’Italia», il suo supplemento domenicale «La voce d’Italia» e «Il Piccolo»), e nel 1942 si unì in matrimonio con Raoul Lucidi, dirigente al Minculpop del Reparto Romania.
Cessato nell’autunno del ’43 l’impiego presso l’EIAR, passato sotto il controllo tedesco, e soppresso nel ’44 il dicastero, la coppia attraversò un periodo di ozio coatto e ristrettezze, conclusosi nel dopoguerra con l’integrazione di Rina nella neonata RAI e del marito nel Servizio informazioni della Presidenza del Consiglio. Il travaglio spirituale di quegli anni, ulteriormente funestati dalla scomparsa dell’amatissima madre e da un aborto spontaneo, rinsaldò nella poetessa la fede religiosa, originando i versi di Àncore e vele, editi nel 1950 e sùbito ricondotti da Aldo Capasso, teorico della corrente, all’alveo del realismo lirico.
Tra il ’51 e il ’53 intensa fu la sua attività di autrice radiofonica (collaborò a «Sorella Radio», sceneggiò radioscene per le scuole, curò trasmissioni educative per l’estero), mentre il convinto sostegno ai fautori del trono culminava con l’iscrizione al PNM. Nel 1956 consacrò all’amico senatore Raffaele Paolucci, l’eroe dell’impresa di Pola presidente del Consiglio nazionale del partito, la biografia psicologica Il vessillifero della Bianca Croce, cui tennero dietro nel biennio ’57-’58 una nutrita serie di articoli (perlopiù rievocazioni di esponenti di casa Savoia e di cruciali eventi della recente storia patria) per la terza pagina del «Corriere della nazione» e nel 1960, passata al PMI, una manciata di interventi per il settimanale «La rivolta nazionale».
L’acuta nostalgia del paese natio le ispirava intanto le prose memoriali di Richiamo da una stella (1959) e, consuntosi il rapporto con Lucidi, la spingeva a legarsi al conterraneo Antonio Del Santo, ispettore del Ministero del Tesoro a riposo, cultore di storia lunigianese e di poesia. Frutto di quel sodalizio di vita e d’arte fu nel 1965 (l’anno in cui, dopo la pronuncia della Sacra Rota, convolò a seconde nozze) la plaquette di liriche Canto a due. Nel 1966 i coniugi si trasferirono alla Spezia e nel ’71 si spostarono a Sarzana, trascorrendo ad Arcola lunghe villeggiature. Il rimpatrio coincise per la scrittrice con un periodo di rinnovata alacrità: tornò al giornalismo letterario, collaborando con testate regionali e non; pubblicò nel 1969 Le predilette, «autoantologia»-rivisitazione della propria produzione poetica presto tradotta in francese; ricevette il tributo del volume critico collettaneo Rina Pellegri (1970). Nel dicembre del 1971 il marito morì travolto da un’auto, mentre era in bozze Miracolo d’amore a rate, il suo secondo libro di ricordi, che uscì l’anno successivo dopo mesi di silenzio. Tornata a risiedere nel capoluogo, la «PellegRina» – come con amaro calembour onomastico volle designarsi a significare il proprio doloroso destino viatorio –  si spense per malattia nel 1975.

Tre lettere e un epicedio di una «femmina» dannunziana


Frontespizio interno del catalogo Femmine e Muse Dannunziane, Milano, Ferrara, 1992.

Un delicato ritratto della giovane Rina appare con altri ventitré «provini» sul frontespizio interno, sopra riprodotto per cortesia dell’editore Augusto Ferrara, di Femmine e Muse Dannunziane, l’album della prima mostra iconografica di soggetto muliebre dedicata al Vate, tenutasi a Pescara nel 1992. Nell’introduzione al catalogo (p. 16) Ivanos Ciani includeva infatti la poetessa arcolana in un breve elenco di donne che avvicinarono il vecchio «Comandante» per via epistolare, «artiste le più, che probabilmente d’Annunzio non incontrò mai, vedendone le figure soltanto nelle fotografie che gli inviarono insieme alle lettere con le quali si rivolgevano a lui nella speranza di un aiuto». In effetti la Pellegri si era premurata di allegare quell’immagine alla missiva che il 17 febbraio 1936, adottando il «motto» della beffa di Buccari «osare l’inosabile», ardì inviare al romito di Gardone, facendola seguire il 25 da una seconda, cui accompagnò copie di Musiche d’acque e Fiori sulla sabbia, e il 10 marzo da una terza. I tre autografi si conservano presso la Fondazione del Vittoriale, Archivio Generale, nei fascicoli Pellegri Rina, VI, 5 (i primi due e la fotocartolina), e Pellegra [sic] Rina, II, 1 (l’ultimo), mentre nella Biblioteca privata di Gabriele d’Annunzio, Piano Terreno, sono custoditi gli esemplari dei due libri (coll. XXXVIII.66 e XXXVIII.86).
Nella prima lettera il destinatario è appellato con il titolo di «Principe», in allusione al feudo di Montenevoso (la vetta segnava allora l’estremo confine tra Italia e Jugoslavia) di cui era stato nominalmente insignito con R.D. del 15 marzo 1924, in occasione delle celebrazioni per l’annessione di Fiume. L’attacco sibillino («eccomi. Vi porgo devotamente due rose del mio giardino») sortisce un discreto effetto di sorpresa, nonostante il dono offerto si riveli sùbito esclusivamente cartaceo: la predetta fotografia, che raffigura la scrivente accanto al presunto omaggio floreale. L’etereo personaggio che Rina si cuce addosso in queste righe è costruito sul filo dell’iperbole («Non potevo più continuare a vivere senza dirVi che esisto»), della menzogna patetica («sono […] non ricca», «vivo in un piccolo paese sola») e dell’ostentazione di modestia e soggezione («Ho scritti e pubblicati, due volumi di versi. Ma non oso inviarveli. So, la mia piccolezza. Voglio solo […] – e perdonatemi – forzare timidamente il Vostro Grande Asilo») nell’intento di ispirare al lettore un moto di simpatia. L’unica richiesta avanzata, in nome di una devozione datante dall’infanzia («Da piccina è, che Vi ammiro»), è quella di un ritratto in contraccambio («Vorrei una Vostra Imagine»), ma un paio di indizî lasciano intendere che il messaggio costituisce in realtà una mossa di avanscoperta: l’allusione alle proprie opere, che il ritegno le impedisce di spedire, e la domanda, porta con apparente noncuranza, relativa all’eventualità di visitare il sacro «Rifugio» («Se lo potessi, me lo permettereste? Ditemi di sì: intanto non posso») e incontrarne il «non […] mai veduto» proprietario.


Fotocartolina inviata da Rina Pellegri a d’Annunzio il 17 febbraio 1936 (Vittoriale degli Italiani, Archivio Generale).

Al silenzio del «Principe», la poetessa non si dà per vinta, mostrando anzi di averlo messo in conto («Era naturale il non aver da Voi risposta»), e a distanza di otto giorni torna alla carica con una seconda missiva, che esplicita il disegno sotteso alla precedente. Drastico il cambiamento di registro: l’irresoluta signorina che ha fatto «sorridere» il maestro del suo «puerile gesto di educanda» cede il passo a una creatura volitiva e – nelle intenzioni – seduttiva, che, con maggiore aderenza anagrafica, non esita a definirsi «donna» e, deplorando l’importuna richiesta di una «fotografia» dell’interlocutore, coglie il destro per insinuare un complimento teso a vellicarne la vanità («come se il Vostro volto non fosse materiato […] di luce che nessuna immagine di carta potrà mai irradiare») e sottolineare con un temerario parallelismo la propria avvenenza («come se la mia bellezza mutevole potesse esser fissata sulla carta»). Completa la metamorfosi l’annuncio dell’inoltro, in luogo delle «due rose» – di cui viene così palesata la natura di mero sostituto simbolico –, dei «due volumi di versi» Musiche d’acque e Fiori sulla sabbia. La conclusiva istanza al «grande, e buono», ribaltando il motto di Isabella d’Este indigesto all’omonima protagonista di Forse che sì forse che no («senza tema, e con speranza»), rivela finalmente la postulante interessata: «Se credete che in me ci possa essere almeno la promessa, per poter fare in seguito qualcosa di buono, aiutatemi, Vi prego». A coronare l’opera di convincimento provvedono le dediche apposte su ciascuna raccolta, in particolare quella di Musiche d’acque, mirata a evidenziare la propria dimestichezza con gli scritti del corrispondente: sull’antiporta della silloge, infatti, a precedere l’offerta, già di per sé imitativa («Rina Pellegri | questo disgelo che grondi | dalla coppa delle sue mani | a Gabriele d’Annunzio | in umiltà»), è vergato il v. 2 del tetrastico che sigilla il Libro segreto: «…à un solo volto la malinconia…».
Due settimane dopo, preso atto dal persistente mutismo dannunziano del fallimento di ogni strategia esperita, la Pellegri stila un estremo frettoloso messaggio in cui all’allocutivo di cortesia Voi sottentra il meno deferente Lei e il destinatario viene convenzionalmente apostrofato «Illustre Poeta». Con mercantile pragmatismo e sconcertante insolenza, pur nei modi di una formale urbanità («sono confusissima di averLa forse seccata o comunque disturbata»), vi impetra il «favore» della restituzione dei «due volumi» e perfino di quella che, con prosaica abbreviazione, è ora definita «la foto».
Termina così il soliloquio epistolare: mai in séguito Rina osò dirigere lettere a d’Annunzio, che, per sua parte, se non si degnò di provvedere alla resa di quanto reclamato, nemmeno se ne sbarazzò, riservando alle «due rose» pellegriane un angolino nella biblioteca della Prioria. L’increscioso episodio non dovette tuttavia turbare più di tanto la poetessa, che il 4 aprile 1938 pubblicò sul «Piccolo» di Roma, indirizzandolo alla vedova Maria Hardouin, il lungo epicedio eterometrico Per il trapasso di un Arcangelo: un tributo centonario che esibisce una conoscenza di prim’ordine dei dicta factaque del commemorato. Eccone la strofa iniziale, nel cui v. 7 già si coglie un’allusione ai vv. 85-86 e 106-107 del I libro delle Laudi, Maia («Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato»):

Per Te la Morte si chiamò Ritorno.
Ti chiamasti col nome
dell’annunziante Arcangelo a Maria.
Innervati sugli òmeri sentivi
forse preludî d’ala,
poiché fu tutta la tua vita un volo.
Tutto volesti, tutto osasti, come
nulla ti consolasse
d’aver perduta la celeste via.
Ammalato d’umano, terra e cielo
si fuser nel tuo verso e fu Poesia.

Oltre a reiterati accenni a circostanze della biografia dell’estinto, punteggiano il componimento richiami ai di lui scritti: una citazione dalla Canzone d’oltremare, vv. 36 e 120, del libro di Merope (vv. 12-13: «Se il Paradiso / “è all’ombra delle spade”»), una dal Fuoco (vv. 39-40: «“Il Mondo / parve diminuito di valore”»), una reminiscenza da una lettera del 16 settembre 1919 a Mussolini (v. 51: «donò tutto»), nonché il recupero di un «motto» michelangiolesco adottato dal Vate (vv. 43-44: «Meglio / saper perdere assai che vincer poco»).
Delle competenze di dannunzista della piccola intellettuale di provincia sono d’altronde eloquente attestato le sue opere in versi e in prosa, dove cadono svariati riferimenti a figure e a eventi della vita dell’imaginifico e si rinvengono frammenti ed echi delle Laudi (Elettra, Alcyone), dei Canti della guerra latina (Canzone del Quarnaro), dei romanzi, delle tragedie (Francesca da Rimini soprattutto) e perfino del carteggio con Barbara Leoni. Sostanzialmente equilibrate appaiono poi, in anni di preconcetto antidannunzianesimo, le considerazioni sull’aprioristico dissenso critico nei confronti del d’Annunzio drammaturgo, affidate nel 1970 dalla Pellegri alla recensione al saggio di Capasso Il mito di Parisina.

 

Bibliografia essenziale

Rina Pellegri, Musiche d’acque, Genova, Emi­liano de­gli Orfini, 1933.
Ead., Fiori sulla sabbia, Como, Cavalleri, 1934.
Ead., Per il trapasso di un Arcangelo (Alla Principessa di Montenevoso Duchessa di Gallese), «Il Piccolo», 4 aprile 1938, p. 6.
Ead., Gli studi dannunziani di Aldo Capasso. «Il Mito di Parisina», «Liguria», XXXVII, 10, 1970, pp. 33-34.
Femmine e Muse Dannunziane, Mostra fotografica a cura dell’Associazione «L’oleandro», Milano, Ferrara, 1992, pp. 16, 19 n.n., 118, 119 n.n. (l’introduzione di Ivanos Ciani, Femmine, donne e alcune muse, è alle pp. 3-17).
Marzia Minutelli, Il Principe e la PellegRina. Tre lettere di Rina Pellegri a Gabriele d’Annunzio, «L’ospite ingrato», 10 novembre 2025, consultabile on linehttps://www.ospiteingrato.unisi.it/il-principe-e-la-pellegrinatre-lettere-di-rina-pellegria-gabriele-dannunziomarzia-minutelli/
Ead., Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento, con una scelta di versi, Firenze, Società editrice Fiorentina, 2025.

Condividi: